CITTADINANZA AFFETTIVA: APPARTENENZA, DIRITTI E INTIMITÀ POLITICA
Nel dibattito pubblico contemporaneo, la cittadinanza è spesso ridotta a una questione formale: un documento, uno status giuridico, un insieme di diritti e doveri riconosciuti dallo Stato. Eppure, questi aspetti sono insufficienti a cogliere la complessità delle esperienze concrete di appartenenza. Essere cittadini non significa “avere” una cittadinanza (come status), ma sentirsi parte di una comunità, essere riconosciuti, partecipare emotivamente alla vita collettiva.
La cittadinanza, in questa prospettiva, non è solo una condizione amministrativa, ma una pratica quotidiana che intreccia dimensioni giuridiche, relazionali e affettive. È in questo spazio ibrido tra pubblico e privato che si colloca il concetto di cittadinanza affettiva.
OLTRE LO STATUS: LA CITTADINANZA COME APPARTENENZA VISSUTA
La cittadinanza può essere distinta, in modo analitico, tra una dimensione formale e una dimensione vissuta. Da un lato, vi sono le regole giuridiche che, facendo coincidere la cittadinanza con la nazionalità, stabiliscono se si è o non si è cittadini; dall’altro, vi è l’esperienza concreta dell’appartenenza, costruita attraverso relazioni, riconoscimento e affetti che diamo e riceviamo.
Queste due dimensioni non coincidono necessariamente e, anzi, sono fonte di molte frizioni e contrasti. È possibile essere cittadini sul piano giuridico ma rimanere esclusi sul piano concreto, così come è possibile non avere uno status formale e tuttavia essere riconosciuti come membri legittimi di una comunità. La cittadinanza, in questo senso, è un processo dinamico, continuamente negoziato nelle interazioni quotidiane.
Questa dimensione della cittadinanza, che possiamo chiamare cittadinanza affettiva (Lampredi, 2024), cittadinanza intima (Plummer, 2003) o in molti altri modi, mette in luce proprio questo livello “sommerso” dell’appartenenza: i legami emotivi, le responsabilità reciproche, le forme di cura e di solidarietà che rendono possibile il sentirsi parte di un “noi”. Appartenere, dunque, non è solo una questione di diritti riconosciuti, ma di relazioni vissute, di fiducia, di prossimità e di coinvolgimento.
IUS AFFECTUS: OLTRE IL DIBATTITO TRA IUS SANGUINIS, IUS SOLI E IUS SCHOLAE
Nel contesto italiano ed europeo, il dibattito sulla cittadinanza si è spesso concentrato su criteri giuridici alternativi allo ius sanguinis, come lo ius soli e lo ius scholae. Queste proposte mirano ad ampliare l’accesso formale alla cittadinanza, riconoscendo in particolare il radicamento territoriale e formativo delle persone. Ottenere la cittadinanza formale resta un passaggio fondamentale per garantire diritti e protezioni istituzionali, ma da sola non assicura inclusione e riconoscimento.
La cittadinanza affettiva, o ius affectus, è un aspetto imprescindibile, poiché l’inclusione e il benessere sociale non si esauriscono nel mero possesso di uno status, ma richiedono un lavoro continuo di cura e di coltivazione dei legami. Senza la promozione attiva delle qualità emotive delle relazioni, anche le riforme più avanzate e progressiste rischiano di restare vuote.
CITTADINANZA E CURA: I DIRITTI NASCONO DAL BASSO
Un elemento centrale della cittadinanza affettiva è il ruolo della cura come pratica politica. Prendersi cura degli altri, soprattutto di chi è escluso o marginalizzato, non è solo un gesto morale, ma un atto capace di ridefinire diritti e responsabilità. Gli atti di cura possono configurarsi come veri e propri atti di cittadinanza (Isin e Nielsen, 2008), capaci di trasformare i confini dell’inclusione. Attraverso il coinvolgimento concreto, si producono nuove forme di appartenenza e diversi modi di intendere il “noi”. Queste pratiche mostrano come la cittadinanza non sia solo concessa dall’alto, ma anche costruita dal basso. La solidarietà, l’ospitalità e l’impegno civico quotidiano generano spazi di riconoscimento che spesso anticipano o sfidano le norme istituzionali.
INTIMITÀ POLITICA: LA CITTADINANZA COME ESPERIENZA PERSONALE
Il concetto di cittadinanza affettiva si pone in dialogo con l’idea di “intimate citizenship” elaborata da Ken Plummer (2003), che mette in luce il modo in cui decisioni e relazioni intime diventano oggetto di dibattito pubblico e di regolazione politica.
Scelte apparentemente private, che riguardano la sessualità, il corpo, la famiglia, il fine vita, la spiritualità e l’educazione, assumono una rilevanza politica quando entrano in conflitto con norme, confini e gerarchie sociali. In questa prospettiva, partecipare alla vita pubblica significa anche esporsi emotivamente, mettere in gioco la propria biografia, intrecciare la propria storia con quella degli altri. Le emozioni, lungi dall’essere un residuo privato, diventano risorse fondamentali per la costruzione di solidarietà, conflitto e cambiamento sociale.
CONCLUSIONE: LA CITTADINANZA VISSUTA
La cittadinanza affettiva, o ius affectus, invita a superare una visione riduttiva della cittadinanza come status formale. Essa restituisce alla cittadinanza la sua natura relazionale, conflittuale e intimamente vissuta. Essere cittadini significa non solo godere di diritti, ma partecipare emotivamente alla costruzione di una comunità, assumersi responsabilità, prendersi cura degli altri. Anche quando entra in dialogo con lo ius soli e lo ius scholae, questa prospettiva mostra che l’inclusione non è mai solo una questione giuridica, ma anche intima e affettiva. E, in sintonia con l’idea di cittadinanza intima, rivela come le questioni pubbliche attraversino le vite personali, trasformando l’esperienza privata in spazio politico. La cittadinanza, in definitiva, non è solo qualcosa che si possiede. È qualcosa che si pratica, si sente e si costruisce ogni giorno, nelle relazioni che rendono possibile abitare insieme il mondo.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Isin, E. F., & Nielsen, G. M. (a cura di). (2008). Acts of citizenship. Bloomsbury Publishing.
Lampredi, G. (2024). La cittadinanza affettiva. Attivismo, cura, solidarietà. Orthotes Editrice.
Plummer, K. (2003). Intimate citizenship: Private decisions and public dialogues. University of Washington Press.
Autore
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Assegnista di ricerca in sociologia presso il Dipartimento di Filosofia "Piero Martinetti" dell'Università Statale di Milano. I suoi studi si concentrano sulla sociologia delle emozioni, l’etica della cura e i processi di politicizzazione della vita civica.
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