Nobel per la Fisica 2025 - Un premio antropocentrico ed economicista?
«La meccanica quantistica “permette” a una particella di attraversare direttamente una barriera, utilizzando un processo chiamato tunnelling. Non appena sono coinvolti un gran numero di particelle, gli effetti quantistici di solito diventano insignificanti. Gli esperimenti dei vincitori del premio di quest’anno hanno dimostrato che le proprietà quantistiche possono essere rese concrete su scala macroscopica»[1]
Inizia così la motivazione del Nobel per la fisica del 2025, che premia la ricerca di John Clarke, di Michel H. Devoret e di John M. Martinis, proprio in occasione del centenario della formulazione della meccanica matriciale (W. Heisenberg) e della meccanica ondulatoria (E. Shroedinger).
I premiati, infatti, hanno dimostrato e messo in opera – nella seconda metà degli anni ’80 - la quantizzazione dell’energia in un circuito elettrico a livello macroscopico, quello della vita di tutti i giorni.
Il concetto di tunneling quantistico riguarda il comportamento di particelle subatomiche – in particolare di elettroni e di particelle alfa – che, in particolari condizioni indotte sperimentalmente, riescono ad oltrepassare le barriere del legame nucleare; barriere che, normalmente, sono quasi impenetrabili.
In modo molto semplificato, è come se ci fossero delle condizioni in cui la pallina del cane, lanciata al cane contro il muro di cinta del giardino passasse attraverso il muro (e anche il cane, che possiamo assimilare per dimensioni relative ad una particella alfa) invece che rimbalzare indietro.
Tra i vari effetti, l’esperimento dei premiati spiega - e ne facilita la strada tortuosa – la superconduttività, ossia la proprietà di alcuni materiali di condurre elettricità senza quasi opporre resistenza. Proprietà che offre una elevatissima efficienza nella trasmissione elettrica e nella generazione di campi magnetici, utile – ad esempio – nelle risonanze magnetiche, permette di studiare il comportamento delle particelle subatomiche in modo più semplice.
Ma che, soprattutto, sembra poter essere (il condizionale rafforzato è d’obbligo) il fattore di successo per la realizzazione dei supercomputer quantistici.[2]
ANTROPOCENTRISMO DELLA MECCANICA QUANTISTICA
Una delle caratteristiche della Meccanica Quantistica è che “rende bene” i fenomeni, ossia ne descrive bene l’andamento e ha un elevato successo predittivo di cosa succederà nel sistema osservato, ma – nello stesso tempo - non fornisce prove che le cose stiano davvero così nella realtà. La MQ è, infatti, ardua da capire, e misteriosa a causa del suo essere basata su formulazioni matematiche complesse e difficilmente rappresentabili con schemi vicini alla realtà di tutti i giorni – a differenza di altre teorie come il modello orbitale dell’atomo pensato da Bohr e da Sommerfeld tra 1913 e 1916, che, seppur di fantasia, era rappresentato con figure come quella affianco.
La MQ è così lontana dalla rappresentabilità realistica che W. Heisenberg affermava «la comprensione di quei tratti ancora non chiariti della fisica atomica si può raggiungere solo con una rinuncia all'intuitività e all'oggettivizzazione» (Fisica e filosofia, Feltrinelli 2021).
In questo contesto di contro-intuitività, si innestano il principio della sovrapposizione e quello di perturbazione del sistema causata dalla misura: in sintesi, una misurazione di ciò che accade in un sistema quantistico è possibile solo a patto di disturbarlo, e lo stato del sistema resta indefinito fino al momento dell’intrusione umana che ne causa il collasso, ossia lo definisce, lo rende reale e fattuale.
Detto in altri termini, la realtà atomica è normalmente in condizioni di indefinitezza e solo quando l’umano la osserva, tocca, disturba, questa prende forma. [3]
Il sottostante filosofico della MQ sembra affondare le sue radici tanto in posizioni empiriste estreme, come l’immaterialismo di Berkeley, quanto in visioni come quella del sistema geocentrico di Aristotele e di Tolomeo, con l’uomo [4] al centro di tutto, che fa girare il mondo, ne determina la forma e ne dispone a proprio piacere.
Nel XX secolo della nascita della MQ, e nel XXI secolo – che cerca faticosamente di superare l’antropocentrismo – questo premio Nobel non sembra essere un segno di cambiamento ma, anzi, di riaffermazione del principio di centralità dell’umano nell’universo, in questo caso di quello microscopico.
VISIONE ECONOMICISTA
Le motivazioni del premio sono esplicite: per il Comitato, la ricerca dei tre fisici è più funzionale allo sviluppo di nuove tecnologie – super computer, crittografia, sensori quantistici – che alla rilevanza scientifica.
A dispetto del fatto che l’apertura di un orizzonte quantistico nella dimensione macroscopica suoni come un percorso estremamente interessante dal punto di vista della ricerca fisica fondamentale, il Comitato pone l’accento sulla prospettiva di sviluppo tecnologico e, di conseguenza, economico.
Ora, se vale sempre il principio costitutivo del premio Nobel mirato a riconoscere risultati scientifici che portino «i maggiori benefici all'umanità»[5], appare che - per il Comitato – i benefici per l’umanità e lo sviluppo tecno-economico si sovrappongano fino quasi a coincidere e che, dietro al Nobel, si nascondano l’ideologia accelerazionista e una scala di valori fortemente economicista.
IN POCHE PAROLE
Nel secolo in cui è molto vivo il dibattito tra le due posizioni di persistenza e di superamento della visione antropocentrica, questo premio, che esalta la teoria quantistica, sembra essere ben ancorato alle tesi dell'antropocentrismo.
E, inoltre, in questa dimensione, tra le due polarità umanistica ed economicista dello sviluppo e del benessere dell'umanità, l’Accademia di Svezia e il Comitato del Nobel sembrano scegliere con decisione la via dell'economia, senza tenere conto delle inevitabili distorsioni, in pieno allineamento con il recente Nobel per l'economia.
NOTE:
[1] «Quantum mechanics allows a particle to move straight through a barrier, using a process called tunnelling. As soon as large numbers of particles are involved, quantum mechanical effects usually become insignificant. The laureates’ experiments demonstrated that quantum mechanical properties can be made concrete on a macroscopic scale», https://www.nobelprize.org/prizes/physics/2025/press-release/, trad. nostra.
[2] Secondo il fisico professor Parisi, i computer quantistici possono essere «complementari all'A.I. che macina un numero incredibilmente elevato di dati mentre i computer quantistici risolvono problemi molto più ‘piccoli’, in termini di dati, ma estremamente difficili, per cui per qualche problema si può usare l'A.I. per altri problemi i computer quantistici, e per altri ancora i calcolatori tradizionali». Secondo altri, come Pat Gelsinger, ex-CEO di Intel, I.A. e computer quantistici sono mutualmente esclusivi dal punto di vista dello sviluppo e del successo, e i secondi faranno scoppiare la bolla dell’Intelligenza artificiale. Ma questa è un’altra Controversia.
[3] Cfr, ad esempio, Putting the U in quantum, Zack Savitsky, Science, 4 dicembre 2025
[4] Sarebbe fuori luogo evitare il maschile sovraesteso o aggirarlo con formule come “l’umano” quando si parla di teorie e pensiero dei secoli scorsi. Gli autori parlavano di “uomo”, con tutte i presupposti e le conseguenze sociali del caso.
[5] Cfr. le volontà di Alfred Nobel in Full text of Alfred Nobel’s will
L'etica dei fisici sulle armi nucleari - Seconda parte
Nella prima parte, Antonino Drago ha esaminato come gli "eventi nucleari" hanno modificato il modo di fare la fisica, inaugurando il tempo della big science, organizzata in modo quasi industriale, e hanno portato molti fisici a tradire i principi mertoniani della scienza: universalità, comunitarietà, disinteresse e dubbio sistematico. Inoltre, hanno sdoganato l'adesione di molti fisici al lavoro con fini militari. In questa seconda parte, l'autore disamina i diversi atteggiamenti etici, e le relative strategie di comunicazione, adottati dai fisici di fronte ai possibili effetti della loro ricerca: neutralità, opposizione più o meno ampia, etica della convinzione.
5 - QUATTRO TIPI DI ATTEGGIAMENTO ETICO DEI FISICI RESPONSABILI
Consideriamo ora la risposta etica dei fisici (principalmente gruppi di fisici) che, secondo la loro etica autosufficiente, si sentivano responsabili delle novità storiche[1]. Questi fisici saranno classificati in quattro gruppi in base agli atteggiamenti etici rispetto alla loro istituzione, ovvero la ricerca scientifica finanziata con fondi pubblici[2].
1) Il gruppo di scienziati che considerava la scienza un'impresa eticamente neutra e che tuttavia voleva stabilire un rapporto diretto con la società civile per metterla in guardia sul pericolo rappresentato dalle armi nucleari. L'esempio più celebre delle loro dichiarazioni è il Manifesto Einstein-Russell (1955) (di seguito ERM). (Ionno Butcher 2005; Nathan, Norden, pp. 623ff)
2) Il gruppo di scienziati che si opponeva alla ricerca scientifica finalizzata a risultati militari. Questo gruppo comprendeva i fondatori del Bulletin of the Atomic Scientists, i fisici dell'Università di Roma che durante la seconda guerra mondiale interruppero deliberatamente le loro ricerche su argomenti nucleari, Meitner, Bethe, ecc.; un esempio rilevante delle loro dichiarazioni fu la petizione di Mainau (1955).
3) Il gruppo di scienziati che si opponeva anche all'energia nucleare civile. Questa opposizione fu perseguita in modo attivo e incisivo dall'Unione degli Scienziati Preoccupati, un gruppo nato nel 1968.
4) Il gruppo di scienziati che hanno subordinato la loro ricerca scientifica all'etica della convinzione: comprende Kapitza, Born, Rasetti[3] e alcuni fisici "non assolutisti": Rotblat, Oppenheimer e Weinberg.
L'analisi di Weber sul processo di razionalizzazione nella società si è avvalsa delle seguenti caratteristiche: scienza, male sociale, etica della responsabilità, razionalità, società. Poiché gli scienziati dovrebbero rappresentare al meglio questo processo di razionalizzazione, l'atteggiamento generale di questi quattro gruppi di scienziati può essere caratterizzato attraverso queste caratteristiche[4].
1) La natura della scienza è neutra e buona, le armi nucleari sono un male, ma un'azione importante da parte delle persone, a condizione che siano razionalmente informate, può ripristinare la situazione precedente e persino, grazie alle potenzialità dell'energia nucleare civile, introdurre l'umanità in un nuovo "paradiso", dove non ci saranno più problemi, nemmeno per l'etica della responsabilità degli scienziati. Questo era il messaggio fondamentale dell'ERM (1955).
2) La struttura della scienza comprende un'attività altamente negativa, la ricerca militare sulle armi nucleari; l'etica della responsabilità degli scienziati è in crisi; è necessaria la collaborazione tra scienziati e potere politico per evitare i prevedibili risultati scientifici peggiori per l'umanità. Questo era il messaggio essenziale della dichiarazione di Mainau (1955).
3) La struttura profonda della scienza include il male fino al punto di provocare il suicidio dell'umanità; è necessario un cambiamento radicale sia dell'etica della responsabilità degli scienziati che dell'atteggiamento della società nei confronti della scienza.
4) La struttura profonda della scienza include un male così estremo da essere in grado di produrre il suicidio dell'umanità attraverso diversi mezzi; è necessaria una nuova razionalità, secondo la quale è un atteggiamento razionale subordinare sia la scienza che l'etica della responsabilità degli scienziati all'etica della sopravvivenza dell'umanità.
6 - LE STRATEGIE SEGUITE DAGLI SCIENZIATI RESPONSABILI
I fisici del Progetto Manhattan hanno sperimentato che i leader politici senza scrupoli insistevano sul fatto che il bombardamento del Giappone era inevitabile, sebbene fosse noto che si trattava di una questione quantomeno controversa per ragioni etiche, militari e politiche. In seguito, una piccolissima minoranza di scienziati responsabili ha voluto rispondere a un problema sociale così colossale come quello rappresentato dalle armi di distruzione di massa. Questi scienziati hanno dovuto abbandonare una concezione rousseauiana della scienza per scegliere una strategia su come interagire con l'opinione pubblica e i governi. Sono state sperimentate sette strategie.
La diffusione delle informazioni fu la prima strategia sperimentata. Dopo che gli scienziati del Progetto Manhattan avevano subito il segreto militare, le dichiarazioni collettive di alcuni di loro rappresentarono un atto di indipendenza e autonomia politica. Tuttavia, i primi appelli pubblici dimostrarono che la loro capacità di diffondere informazioni e influenzare l'opinione pubblica era scarsa; pertanto, questa strategia fu rapidamente abbandonata o lasciata a iniziative specifiche condotte da professionisti della comunicazione al pubblico.
Una seconda strategia, il lavoro educativo, è stata temporaneamente sperimentata dall'ECAS (un'associazione di scienziati fondata da Einstein e sopravvissuta per alcuni anni) e dall'iniziativa permanente del Bulletin. Sicuramente, quest'ultima iniziativa è stata più produttiva. Ha diffuso informazioni, dato voce al dissenso, aperto uno spazio per le controversie e sostenuto gli appelli degli scienziati ai governi; in sintesi, un grande lavoro pedagogico.
Le strategie successive, relative a un lavoro sociale trasformativo, hanno svolto un ruolo decisivo nel cambiare l'immagine pubblica dello scienziato, che si è trasformata in una pluralità di immagini, da quella di obiettore di coscienza a quella di scienziato pienamente coinvolto negli affari politici.
Le assurdità sopra menzionate derivanti dalla produzione di armi nucleari hanno scosso l'etica della responsabilità degli scienziati. L'etica della convinzione ha spinto alcuni scienziati ad abbandonare l'attività scientifica in campo militare. Infatti, Jòzef Rotblat lasciò il Progetto Manhattan quando la Germania fu sconfitta nel maggio 1945 (Rotblat 1985) e J. Robert Oppenheimer si pentì. Per quanto riguarda il comportamento degli altri scienziati, quelli che facevano appello all'etica della convinzione sembrano aver condiviso le seguenti opinioni (ottenute parafrasando le frasi di Oppenheimer e Rasetti): "La comunità dei fisici ha conosciuto il peccato dell'uccisione di massa". "Questa comunità ha venduto la fisica allo Stato (militare)". Ma l'obiezione di coscienza al lavoro scientifico militare era considerata un atto individualista, forse giustificato a livello personale, ma senza alcuna influenza sulla risoluzione dell'enorme problema sociale[5]. In realtà, il numero di azioni simili era molto esiguo e non godeva di un ampio sostegno.
Un'ulteriore strategia consisteva nel fare pressione attraverso un movimento sociale contro le armi nucleari sulle decisioni prese dai rappresentanti politici. Alcuni promossero un movimento sociale; in particolare, Rotblat, dopo aver redatto l'ERM, fondò, insieme a Russell, la Campagna per il disarmo nucleare. Questi scienziati responsabili che hanno fondato e guidato movimenti sociali contro le armi nucleari sono riusciti a influenzare sia l'opinione pubblica che la politica dei governi. Tuttavia, stranamente, gli scienziati che hanno avuto più successo non sono stati quelli più direttamente interessati, cioè i fisici[6] , ma un matematico-filosofo, Bertrand Russell, e un chimico, Linus Pauling (che ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace, dopo aver ricevuto il Premio Nobel per la Chimica).
7 - LE STRATEGIE SEGUITE DAGLI SCIENZIATI ISTITUZIONALIZZATI
Una strategia consisteva nel fare pressione, attraverso appelli all'opinione pubblica, sulle decisioni prese dai massimi rappresentanti politici. Questa strategia merita attenzione perché è stata scelta dagli scienziati più rinomati e rappresentativi. Proprio per questo motivo il loro appello rivendicava una visione razionale del mondo. Speravano che, una volta che l'opinione pubblica avesse preso coscienza dell'estrema pericolosità delle armi nucleari, questo fatto da solo avrebbe portato il governo a prendere la decisione di raggiungere un accordo contro le armi nucleari. Questa visione, basata sulla razionalità della politica nazionale, si rivelò ingenua.
Sebbene scritto da un grande filosofo e sottoscritto dalle menti acclamate come le più brillanti dell'epoca, l'ERM taceva sui cambiamenti della drammatica crisi dell'istituzione scientifica ora direttamente soggetta al potere politico; in particolare, non diceva nulla sull'etica degli scienziati, a parte un appello a comportarsi come esseri umani (questo appello può essere interpretato come un rifiuto della loro etica di responsabilità a favore di un'etica di convinzione?). Piuttosto, l'ERM insisteva nel presentare il ruolo degli scienziati come osservatori e promotori più saggi sia della razionalità che del benessere dell'umanità, in breve la coscienza razionale dell'umanità. Questa auto-presentazione incompleta e pontificante pregiudicava un rapporto franco tra questi scienziati e l'opinione pubblica.
L'ERM mise in guardia l'opinione pubblica contro «un pericolo», ovvero la più grande distruzione possibile. Di fronte a ciò, questi scienziati non volevano né dichiarare la crisi della loro etica della responsabilità né adottare l'etica della convinzione; piuttosto, volevano promuovere nella società civile una nuova convinzione etica: «che lo scopo [delle superpotenze] [di risolvere il loro conflitto] non può essere perseguito con una guerra mondiale»[7].
Invece, la contemporanea dichiarazione di Mainau (1955) presenta una valutazione negativa drastica sulla nascita di una potente scienza militare ("Vediamo con orrore che proprio questa scienza sta dando all'umanità i mezzi per distruggere se stessa"). Inoltre, questa dichiarazione era indirizzata direttamente ai governi. Gli scienziati firmatari rifiutarono di riferire la loro etica della responsabilità alla politica di deterrenza dei governi e cercarono inoltre di convincere razionalmente i governi ad abbandonare questa politica[8].
Tuttavia, entrambe le dichiarazioni non hanno indotto alcun cambiamento né nella corsa agli armamenti nucleari che minacciava la sopravvivenza dell'umanità, né nel destino che il Progetto Manhattan aveva imposto alla scienza: quella di trasformarsi in una grande scienza che fosse anche uno strumento del potere militare e politico.
Un'altra strategia è stata seguita da quegli scienziati che sono stati chiamati dai governi per ricevere consigli sugli aspetti scientifici degli accordi (e dei disaccordi) politici internazionali sulle armi nucleari. Questo invito ha generato anche risposte da parte di gruppi di scienziati. Ad esempio, il segretario nazionale della suddetta USPID ha dichiarato:
"Noi, come scienziati per il disarmo, volevamo fare qualcosa che in Italia non era mai stato fatto; volevamo essere un partner credibile per le istituzioni" (Lenci 2004).
Questo tipo di lavoro è stato presentato anche come un impegno per la promozione della pace. Tuttavia, questi scienziati hanno dovuto riferire la loro etica della responsabilità all'istituzione della grande scienza, che dipendeva dai fondi finanziari del governo. In questo modo, l'istituzione finale di riferimento della loro etica della responsabilità era, attraverso la ricerca scientifica, il governo politico. Di fatto, fu stabilito un patto: il governo forniva generosi finanziamenti per la ricerca scientifica e in cambio questi scienziati assicuravano due funzioni sociali: 1) lavorare come massimi tecnici delle questioni nucleari della politica internazionale e 2) lavorare come migliori raccoglitori del consenso pubblico sulle politiche del governo in materia scientifica. Qualcuno ha caratterizzato l'atteggiamento di tali consulenti come la pretesa di godere di un QI più elevato rispetto alla gente comune (Alfven 1981 p. 4).
Col senno di poi, i consulenti scientifici del governo non possono essere orgogliosi di aver promosso la pace; la crescita sconsiderata dell'arsenale nucleare fino a dieci volte la capacità di distruggere l'intera umanità non è mai stata contrastata dai loro consigli; più che promotori di una nuova politica del governo, hanno lavorato come tecnici subordinati alle decisioni politiche[9].
Un ruolo particolare è stato svolto da alcuni altri scienziati (il gruppo internazionale Pugwash; Nickerson 2013) che, in nome dell'autorità di una scienza neutrale rispetto a tutte le divisioni politiche nel mondo, hanno cercato di essere riconosciuti come mediatori nelle controversie internazionali sulle questioni nucleari. Poiché la loro azione doveva essere rivolta ai consulenti dei governi, le loro iniziative dovevano essere sostenute solo da autorità scientifiche rinomate. Di conseguenza, il gruppo Pugwash si è costituito come un'organizzazione elitaria e cooptativa. Nel complesso, questo gruppo è riuscito ad aprire alcuni canali di comunicazione tra Est e Ovest durante la Guerra Fredda.
Quale relazione esiste tra le sette strategie sopra descritte e i quattro gruppi di scienziati elencati nella sezione 5? La tabella seguente rappresenta la varietà di relazioni.
| Neutralità della scienza | Nessun militare | Nemmeno energia nucleare civile | Etica al di sopra della scienza | |
| Informazione | x | x | x | x |
| Istruzione | x | x | x | x |
| Obiezione di coscienza | x | |||
| Movimento sociale | x | x | x | |
| Appello all'opinione pubblica e ai governi | x | (x) | (x) | (x) |
| Consulenti dei governi | x | |||
| Relazioni internazionali | x |
Nel complesso, le azioni degli scienziati responsabili hanno ottenuto successi limitati nell'influenzare gli altri scienziati, l'opinione pubblica, i leader politici e le decisioni militari. In particolare, la corsa alla bomba H, iniziata nel 1949, ha brutalmente dimostrato che quasi tutti i fisici erano stati catturati dalla politica del confronto nucleare con l'URSS; in altri termini, la "razionalità" (?) della politica ha prevalso sulla razionalità degli scienziati.
Ciò che invece è stato determinante nell'eliminare la minaccia immediata di un’apocalisse nucleare è stata la serie di rivoluzioni del 1989 e degli anni successivi. Questo fatto suggerisce che durante la Guerra Fredda gli scienziati devono scegliere come strategia migliore quella di sostenere le persone, piuttosto che i governi. Questa strategia richiedeva un'etica preoccupata della sopravvivenza dell'umanità, piuttosto che della politica dei governi o di relazioni internazionali più fluide. Questa etica è stata seguita più da vicino dagli scienziati che seguivano l'etica della convinzione piuttosto che da quelli che seguivano l'etica della responsabilità. In particolare, gli scienziati più efficaci sono stati Russell e Pauling, che hanno scelto di guidare i movimenti popolari; ovvero, la strategia più efficace è stata quella di mobilitare la popolazione su obiettivi specifici sui quali gli scienziati hanno lavorato come esperti del popolo.
NOTE:
[1] Il periodo di tempo considerato è quello della Guerra Fredda, o meglio gli anni 1945-1981; quest'ultima data precede "l'anno degli appelli" (Feld 1982), che richiede un'analisi diversa.
[2] Questa classificazione è in accordo con l'illustrazione (Drago 1996) dei quattro atteggiamenti generali nei confronti della scienza.
[3] Ricordiamo alcune frasi severe di questi scienziati. Rasetti: "Hanno venduto la fisica al diavolo"; Oppenheimer: "I fisici conoscevano il peccato; e questa è una conoscenza che non possono perdere". Sebbene oscillasse tra un pacifismo estremo e un coinvolgimento nel lavoro militare (Ventura 2005), Einstein appartiene a questo gruppo, poiché lamentava con fermezza che il progresso etico fosse troppo lento rispetto al progresso scientifico. Inoltre, era un ammiratore incondizionato di Gandhi, da lui considerato l'unico maestro del XXsecolo.
[4] Pochi scienziati si sono interessati agli aspetti sociali degli eventi storici che hanno caratterizzato la loro epoca e ancora meno scienziati hanno razionalizzato questi eventi attraverso valutazioni accurate. Max Born sembra essere il più perspicace.
[5] Si veda ad esempio la valutazione in (Calogero 1983), scritta al momento dello schieramento dei missili Cruise a Comiso (Sicilia). L'autore è stato a lungo segretario internazionale del gruppo Pugwash.
[6] Einstein ha avuto una grande influenza in entrambi i sensi, sia nel promuovere l'ottenimento dell'arma nucleare, sia nell'avvertire l'opinione pubblica del pericolo rappresentato dalle armi nucleari.
[7] Un gran numero di scienziati (primo fra tutti Russell) ha considerato i negoziati per il disarmo nient'altro che uno strumento di propaganda delle superpotenze (Panofsky 1981, p. 33).
[8] Tuttavia, il precedente Rapporto Franck (Franck Report 1945), declassificato nel 1946, sembra essere il documento più significativo sulla coscienza degli scienziati. Il suo "Preambolo" è sicuramente il documento più rilevante in materia di politica etica, strategica e internazionale relativa alle armi nucleari. Purtroppo, è stato diffuso nella società civile solo per un breve periodo (pochi anni) e non è mai stato citato nelle dichiarazioni successive, nonostante il suo contenuto sia tra i più incisivi.
[9]Di fatto, questa etica della responsabilità è stata sistematicamente e senza pietà smentita dagli eventi storici. 1) Le democrazie non sono state minacciate da un attacco nucleare perché Hitler non è riuscito a ottenere la bomba. 2) Il governo degli Stati Uniti ha ingannato gli scienziati sulla motivazione dei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki. Piuttosto che la motivazione ufficiale - cioè ridurre al minimo il numero delle vittime per porre fine alla guerra - sono state decisive altre due ragioni importanti: 1) ottenere il guadagno dal gigantesco fondo finanziario attribuito al Progetto Manhattan e 2) superare la rivale URSS nella regione del Pacifico. 3) I bombardamenti delle due città giapponesi rappresentano un uso illegale delle armi, almeno secondo il diritto internazionale di guerra che vieta il bombardamento della popolazione civile. 4) Gli scienziati sono entrati incautamente in una grande e complessa istituzione scientifica, la grande scienza, che è cresciuta secondo gli obiettivi del governo piuttosto che secondo uno sviluppo indipendente di questa istituzione. 5) Sono stati in gran parte coinvolti in attività professionali volte a promuovere la corsa agli armamenti nucleari, piuttosto che a frenarla. 6) Nel dibattito sulla costruzione della bomba H, gli scienziati non hanno compreso il governo degli Stati Uniti che, contrariamente alle loro speranze, non voleva la pace.
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La dottrina di Palantir - "La repubblica tecnologica" di Karp e Zamiska
1 - PALANTIR
Alex Karp (CEO di Palantir Technologies, azienda statunitense specializzata nell'analisi dei big data che lavora per le agenzie federali statunitensi e di altri paesi, e per aziende private, finanziarie e di assistenza sanitaria) ha costruito il libro[1] sull’ideologia di Palantir nello stesso modo in cui monta le sue macchine: la veste corrisponde al canone in voga, ma il contenuto è un ordigno pericoloso, che deflagra quando viene raggiunto il target. Come insegnano i giornalisti scientifici, ogni capitolo si apre con la presentazione di un personaggio esemplare, si sviluppa con una generalizzazione, si conclude con una morale: cerca un pubblico universale, con un linguaggio e una linearità argomentativa che non si preoccupano delle trappole del semplicismo. Meglio dieci banalizzazioni in più che un lettore perso: Karp sa bene che sono tempi duri per la saggistica.
L’autore è il cofondatore con Peter Thiel di Palantir, l’unica società della Silicon Valley che si è sempre dichiarata a favore della collaborazione con lo Stato, con i servizi di intelligence, con le agenzie della Difesa e gli eserciti degli Stati Uniti e dei loro alleati. In italiano il volume è stato pubblicato da Silvio Berlusconi Editore, confermando lo spiazzamento degli editori (progressisti? tradizionali?) rispetto ai temi più urgenti dell’attualità. Karp non teme le imboscate della superficialità perché il problema che dibatte è così impellente da disegnarsi in contorni netti anche attraverso una forma divulgativa.
Il primo ingranaggio dell’esposizione riguarda il rapporto tra le tecnologie informatiche e gli interessi nazionali americani. Karp rimprovera ai colleghi startupper e innovatori dell’area di San Francisco di vergognarsi delle origini dell’industria digitale, contaminate dagli interessi e dai finanziamenti militari. Turing, Von Neumann, Vannevar Bush, i padri nobili del settore, erano consapevoli del valore strategico che le nuove tecnologie conferivano alle nazioni che le stavano sviluppando. Non è così per i loro eredi moderni. La classe di hacker creativi, che ha innescato dalla fine del millennio scorso l’esplosione di invenzioni, imprese, progetti, da cui è caratterizzata l’economia della Rete, è cresciuta in un’era e in un’area geografica mai minacciata dalla guerra, e dalle preoccupazioni che le sono collegate. Ha considerato l’inviolabilità del territorio americano (ed europeo) come una conseguenza del primato intellettuale, più che militare; di conseguenza, ha stimato imbarazzante ogni contatto con la pesantezza burocratica dello Stato e con i malcostumi dei politici, preferendo ritirarsi nell’ambito del mercato rivolto al pubblico di massa. La Silicon Valley è indietreggiata da ogni impegno nell’ambito della sicurezza nazionale, e ha rinunciato ad avventurarsi nell’ambito della complessità morale delle armi e della guerra, dedicandosi in modo completo alle tecnologie di consumo, alle app sociali, al mercato dell’intrattenimento, dei giochi, dello spettacolo.
Karp considera la fiducia nella solidità della pace un tromp l’oeil prodotto dalla deterrenza dell’arsenale bellico americano; ma oggi, come già osservava Kissinger in una delle sue ultime pubblicazioni[2], l’intelligenza artificiale disattiva i meccanismi di equilibrio degli ultimi decenni, perché diventa impossibile stimare il potenziale distruttivo gestito dagli avversari. I conflitti del futuro non saranno consumati nelle trincee, con masse di uomini inviati alla carneficina – ma non saranno nemmeno decisi dai depositi di bombe e di veicoli militari a disposizione delle nazioni. L’asset differenziale sarà rappresentato dalle informazioni utili per identificare gli obiettivi corretti (individui, server farm, bunker, passaggi e locali segreti, archivi), per coordinare stormi di droni e di robot, per compiere manovre di sabotaggio preventivo, per manipolare l’opinione pubblica degli avversari, per accedere agli strumenti di controllo delle infrastrutture strategiche nemiche (centrali e dorsali elettriche, sistemi bancari, infrastrutture di gestione multiutility), insomma per neutralizzare gli antagonisti prima di sparare un colpo sul campo di battaglia – e soprattutto, senza alcuna dichiarazione di guerra, in forma segreta o dissimulata, e senza rivendicazione degli attacchi compiuti. Il nemico non è mascherato, è del tutto senza volto. La moltiplicazione degli scenari possibili di scontro è resa possibile dalla dipendenza dalla Rete e dai dispositivi elettronici delle società avanzate; l’imprevedibilità degli effetti dell’intelligenza artificiale deriva dall’efficienza di queste tecnologie nell’accedere ai servizi informatici avversari, e nel controllare apparati complessi. Palantir si esercita su questo genere di attività, e Karp sostiene che gli avversari dell’Occidente siano già da tempo all’opera per ottenere risultati più efficienti di quelli raggiunti dagli USA e dai loro alleati. La diserzione della Silicon Valley ha permesso alle dittature orientali – soprattutto la Cina – di ridurre il ritardo nell’evoluzione tecnologica che le distanziava dall’America, fino ad azzerarlo: il vallo che ha assicurato la pace delle democrazie liberali è ormai quasi del tutto scavalcato, e non permette più di trascurare il problema.
2 - OCCIDENTE, EPOS E IDENTITÀ
Il concetto di Occidente è problematico, e Karp ne è consapevole: l’area del mondo che si denota con questa etichetta, la storia e i valori che le sono attribuiti, emergono da una costruzione concettuale molto compromessa con il periodo delle colonizzazioni. Come osserva Edward Said[3], è una nozione che sorge tra la fine del Settecento e l’Ottocento attraverso l’opposizione alle civiltà e alle regioni che i britannici e i francesi hanno occupato e sfruttato, fuori dai confini europei; e che ha legittimato queste operazioni di conquista. Karp rivendica l’artificialità di questo costrutto ideologico – e questo è il secondo ingranaggio della sua esposizione – riconducendolo ad un contesto di più ampia portata, in cui confluiscono le sue riflessioni su identità, creatività, evoluzione, senso dell’esistenza. Il taglio con cui procede l’argomentazione è quello della parresia: l’autore accusa di ipocrisia e di inerzia l’élite che domina l’industria culturale contemporanea, gestendo le piattaforme e producendo le narrazioni ideologiche in cui siamo tutti immersi. E qui si trova il paradosso per cui è Silvio Berlusconi Editore ad aver tradotto in italiano il libro.
Il riconoscimento della dignità dell’altro – civiltà, minoranza etnica, genere – ha finito per paralizzare qualunque discorso assertivo sui valori, sulle preferenze estetiche, sugli obiettivi, su ciò che è meglio e su ciò che è peggio, diluendo e annacquando il senso stesso di qualunque attività culturale, che invece si fonda sull’assiologia delle differenze. La capacità di giudizio consiste nell’assegnare pesi diversi all’eterogeneità delle istanze, stabilendo priorità e asimmetrie di interesse.
Nell’ambito delle imprese, questo atteggiamento ha promosso la mediocrità di chi preferisce una gestione routinaria delle attività quotidiane, e favorisce le decisioni accomodanti (quindi l’assenza di decisioni), evitando l’impegno in sfide interessanti, sottraendosi all’investimento sulle novità rischiose. La ricerca che viene autorizzata da questa impostazione del lavoro è quella che conosce in anticipo i risultati che possono essere raggiunti, e che quindi si limita a incarnare un simulacro dell’indagine, privo di ambizioni originali.
Sul terreno politico, il timore preventivo dell’oltraggio ha finito per equiparare tutte le differenze, annullando il significato delle identità. La battaglia per la tutela del diritto alla permalosità è servita a nascondere l’assenza di idee per il futuro, a sfuggire all’urgenza di elaborare progetti antropologici di ampio respiro; ha condotto all’abdicazione dalla funzione politica, affidandola ai guru della Silicon Valley. Visto che gli interessi degli imprenditori californiani sono focalizzati sulla dimensione privata, su una visione dell’individuo che non è cittadino, ma consumatore della vita (persino di quella eterna, promessa dal «Singolarismo» di Ray Kurzweil[4]), il dibattito sul bene comune, sulla configurazione ideale della società per raggiungerlo, sulla forma della felicità collettiva e sul modo di realizzarla (5), scivola al di sotto del tracciato di tutti i radar mediatici, scompare da tutti gli schermi. La politica nel senso di Aristotele[5], nel significato essenziale della sua missione, è stata abbandonata. Questa è l’occasione persa dagli editori (di sinistra?) nell’aver lasciato a Silvio Berlusconi Editore il compito di tradurre il libro di Karp.
L’ingegneria del software è un percorso di coordinamento del lavoro collettivo, dall’ideazione all’implementazione, per identificare problemi di interesse comune, tentare la soluzione, realizzarla e testarla. Per Karp questo modello è anzitutto l’esemplificazione del valore dell’impegno personale nella produzione di un significato che abbia valore collettivo. Sembra strano che tocchi al CEO di una Big Tech, protagonista dello sviluppo dell’AI, sottolineare la connessione di argomenti come la rilevanza del coinvolgimento dell’individuo, della dedizione di tutta la sua soggettività, con lo sviluppo di un bene comune. Michael Polanyi insegnava[6] che la condizione necessaria per la conservazione e il trasferimento dei significati contenuti nella letteratura di qualunque scienza, per la continuità delle maestranze artigianali, per l’intera riproduzione sociale – è l’impegno personale con cui gli individui sperimentano e assorbono un’intero patrimonio di conoscenze tacite, non tematizzate, non coscienti, che permettono l’interpretazione di tutto quello che può essere compreso e praticato in modo esplicito. È un impegno ontologico, non solo etico, perché dà consistenza reale ai valori della comunità, e coinvolge gli esseri umani nella loro soggettività, nella loro esistenza complessiva.
Karp denuncia la ritirata da questo tipo di impegno: questa è la sfida più importante del suo libro.
Ogni tradizione è artificiale, l’identificazione con i suoi valori è l’effetto di una decisione, così come l’immersione nel suo solco; la scelta pretende anche la responsabilità sincera dell’individuo che l’ha compiuta. L’Occidente è un taglio arbitrario, che separa la Grecia, Roma, Gerusalemme, dai loro vicini egizi, fenici e mesopotamici; distingue l’arte di Michelangelo, Raffaello, Leonardo, dalle maschere africane; oppone Leibniz alla Cina, Schopenhauer ai Veda. Solleva una questione di adesione emotiva, suscita sentimenti che le correnti politiche moderne irridono o sfruttano come oggetti di pura propaganda – perché la cultura contemporanea non ammette più l’epos. La narrazione di gesta eroiche è una patologia della soggettività, che riguarda il passato o le civiltà etniche, o che può essere utilizzata per operare interventi di ingegneria sociale sulle masse stupide, o frustrate (o entrambe le cose), che anelano l’oppio cognitivo dispensato dai movimenti alt-right. Ma gli uomini hanno bisogno di un senso per la loro esistenza, si devono impegnare per un significato che vada oltre la constatazione obiettiva dei fatti, la replica infinita dell’attualità, senza prospettive, senza giustizia, senza riscatto. Palantir è un nome che viene dal Signore degli anelli, e nella sua ambiguità indica uno strumento per osservare fatti lontani, per comunicare a grande distanza. Nel suo carattere controverso, equivoco, impregnato di soluzionismo tecnologico, la voce di Karp si solleva per domandare un nuovo impegno nei confronti della comunità, una serietà settecentesca per progettare, desiderare, immaginare, al di là del nichilismo, oltre il cinismo contemporaneo – l’uomo nuovo che verrà.
NOTE:
[1] Alexander Karp, Nicholas Zamiska, La repubblica tecnologica. Come l’alleanza con la Silicon Valley plasmerà il futuro dell’Occidente, tr. it. di Chiara Rizzo e Pietro Del Vecchio, Silvio Berlusconi Editore, Milano 2025.
[2] Henry Kissinger, Eric Schmidt, Daniel Huttenlocher, L'era dell'intelligenza artificiale. Il futuro dell'identità umana, tr. it. Di Aldo Piccato, Mondadori, Milano 2023.
[3] Edward Said, Orientalismo, tr. it. di Stefano Galli, Feltrinelli, Milano 2001.
[4] Ray Kurzweil, La singolarità è vicina, tr. it. di Virginio Sala, Apogeo Edizioni, Milano 2008.
[5] Aristotele, Politica e Costituzione di Atene, tr. it. a cura di Carlo Augusto Viano, UTET, Torino 2013, in particolare Politica, Libro VII.
[6] Michael Polanyi, La conoscenza personale. Verso una filosofia post-critica, tr. it. a cura di Enrico Riverso, Rusconi, Milano 1990.



