Gli scienziati e le armi

La guerre (Henri Rousseau)

Vorrei iniziare con alcune voci emblematiche:

«Quando i ricchi si fanno la guerra, sono i poveri a morire» (Jean-Paul Sartre)

«La vocazione dell'uomo di scienza è di spostare in avanti le frontiere della nostra conoscenza in tutte le direzioni, non solo in quelle che promettono più immediati compensi o applausi» (Discorso tenuto da Enrico Fermi nel 1947)

Credo che sia opportuno sgombrare il terreno da incomprensioni: la Scienza non è né per la pace né per la guerra, né per né contro le armi. La scienza indaga sulle leggi della natura, potremmo dire che la scienza è neutrale.

Si è espresso lucidamente, in questo senso, Bertrand Russell (1872-1970), matematico è filosofo:

«Non si richiede al fisico o al chimico di provare l’importanza etica degli atomi, non ci si aspetta che il biologo dimostri l’utilità degli animali o delle piante che studia. Il fisico cerca semplicemente di scoprire i fatti, non di valutare se sono buoni o cattivi.»

Ancor più netto il grande matematico David Hilbert (1862-1943):

«Si sente molto parlare dell’ostilità tra scienza e tecnica. Penso che ciò non sia vero. Scienza e tecnica non hanno nulla da spartire».

SCIENZA E TECNICA

Il tecnico lavora a un progetto: forgiare una spada, un mulino per  macinare il grano, un veliero, la macchina a vapore. Anche lo scienziato, a volte: una macchina per accelerare le particelle, un radiotelescopio, una macchina per fare il vuoto. Ma, in generale, sviluppa teorie per interpretare la natura, teorie come la meccanica classica, l’elettromagnetismo, la relatività, la meccanica quantistica.

Tuttavia, in numerosi casi è stato proprio lo sviluppo tecnico a permettere scoperte scientifiche, infatti, in molti casi, gli scienziati, per le loro indagini, sviluppano tecniche (vuoto, freddo, onde elettromagnetiche, raggi X, EPR, NMR ...), tecniche che spesso vengono esportate nella società in forma di applicazioni pratiche, a volte anche militari.

Joseph John Thomson non avrebbe potuto scoprire l’elettrone se non avesse potuto contare sulla tecnologia del vuoto necessaria per costruire il tubo catodico.

Tubo di Crookes

Molte delle tecnologie oggi considerate essenziali — dai computer alle telecomunicazioni, dalla risonanza magnetica alla spettrometria di massa — sono il frutto di percorsi scientifici non lineari, che hanno combinato creatività, imprevisto e indipendenza intellettuale.

Molte innovazioni tecnologiche, frutto della ricerca fisica, hanno trovato applicazioni nel settore militare: laser e maser, fibre ottiche, ottica integrata, impiantazione ionica, elettronica a semiconduttori, memorie a bolle magnetiche. In sostanza, ogni progresso in un qualsiasi ramo della fisica può trasformarsi in tecnologia strategica

Dunque, scienza e tecnica non si pongono in rapporto gerarchico, ma si alimentano reciprocamente.

RESPONSABILITÀ

È ingiusto attribuire alla scienza la responsabilità esclusiva delle sue possibili applicazioni negative. Certo, la scienza ha contribuito alla costruzione di armi micidiali, ma è anche grazie ad essa che si è ridotto il tasso di mortalità, si è migliorata la qualità della vita, si è garantito l’accesso a cibo sicuro, si sono compresi i meccanismi delle malattie e sviluppate le cure.

Tuttavia, se la scienza è neutra rispetto ai “valori”, diversa è la situazione per gli scienziati; alcuni di essi non si limitano a decifrare la natura, ma lavorano alla produzione di nuove armi, diventano consiglieri dei militari o dei politici (falchi e colombe); altri sentono la loro responsabilità verso la società, ammoniscono sui rischi connessi con lo sviluppo di nuove armi e si impegnano pubblicamente per la pace, la distensione, il disarmo.

Ricordiamo alcuni tra i molti scienziati che produssero armi.

Archimede, il più grande scienziato dell’antichità classica: la leggenda ci parla di specchi ustori che, concentrando i raggi solari, incendiano le navi avversarie, enormi gru che le sollevano e le fanno affondare.

Leonardo da Vinci, in una lettera in dieci punti a Ludovico il Moro, per farsi assumere, scrisse: «… so fabbricare.mortai, bombe a mano, carri d’assalto, cortine fumogene .... Solo al decimo punto della lettera scrisse: In tempo di pace credo satisfare benissimo in architettura, in conducer acqua da un loco ad un altro. Item, conducerò in scultura di marmore di bronzo.»

 

Cartesio e Stevino servirono, come ingegneri militari, il principe di Orange; anche il Conte Rumford fu consigliere militare del Principe di Baviera.

Fritz Haber, Premio Nobel per la sintesi dell’ammoniaca, nell’aprile del 1915, organizzò, a Ypres, l’attacco coi gas di cloro da lui prodotti: il primo attacco chimico della storia. La moglie, quando lo seppe, si suicidò con il revolver del marito.

Robert Oppenheimer, insieme ad altri scienziati, nel Progetto Manhattan, consigliò i militari di lanciare la Bomba atomica sulle città del Giappone, indicando anche le caratteristiche che queste dovevano presentare per rendere più efficace l’effetto della tremenda esplosione.

Anche dopo la guerra, Oppenheimer fu consigliere del governo degli Stati Uniti.

Oggi è facile condannare gli scienziati che collaborarono alla realizzazione della Bomba, ma per capire la loro scelta bisogna tornare a quei terribili anni trenta del XX secolo. Nel 1933 Hitler sale al potere; due anni dopo emana le leggi razziali, che porteranno al genocidio di sei milioni di ebrei, tra l’indifferenza di buona parte dei paesi democratici. Nel 1936 invade la Renania, nel 1938 annette l’Austria e invade la Cecoslovacchia, l’anno seguente invade la Polonia e inizia la Seconda guerra mondiale.

Maggio 1939: l’Italia firma il Patto d’acciaio

Il 10 giugno 1940 anche l’Italia entra in guerra. Ricordo che io, ragazzino, inquadrato nei Balilla, ero entusiasta, sognando battaglie, vittorie e gloria. Mia nonna, che aveva vissuto gli anni della Prima Guerra mondiale, piangeva.

Alla fine del 1938, in Germania, Otto Hahn scopre la fissione dell’uranio e ben presto i fisici in vari Paesi si rendono conto che questo fenomeno potrebbe essere sfruttato per ottenere un esplosivo di spaventosa potenza.

Alla luce di queste schematiche considerazioni è evidente che il timore che la Germania nazista costruisse la Bomba potesse essere fondato. Su questa base Szilard e Wigner, due fisici ebrei fuggiti dall’Ungheria, sottoposero ad Einstein la bozza di una lettera per il Presidente Roosevelt nella quale si sollevavano queste preoccupazioni. Einstein la firmò, pentendosene molti anni dopo.

«La guerra: un massacro di gente che non si conosce, per gli interessi di gente che si conosce, ma non si massacra.» (Paul Valéry)  

Rispetto a questo insieme di problemi, si possono classificare gli scienziati in due categorie, i Falchi e le Colombe.

I Falchi sviluppano nuove armi, come la bomba H e la bomba N, propongono nuove strategie, come la SDI o “Guerre stellari”, si oppongono a trattati che limitano la corsa al riarmo o che introducono forme di controllo; in alcuni (pochi) casi propongono addirittura attacchi preventivi.

Fra i più noti, Edward Teller e Ernst Lawrence, sostenitori della bomba H, e John von Neumann, che nel dopoguerra propose il bombardamento atomico preventivo dell’Unione Sovietica.

Le Colombe, tra i quali Bertrand Russell e Franco Rasetti – che rifiutò di partecipare al Progetto e, dopo la guerra, abbandonò la fisica per dedicarsi a studi di paleontologia, botanica ed entomologia - Piotr Kapitza, e molti altri. Max Born scrisse, in seguito:

«Ero convinto che la bomba atomica fosse un’invenzione diabolica e non volevo averci a che fare. Sebbene odiassi Hitler e i nazisti, e il popolo tedesco per il consenso che gli aveva tributato, non potevo appoggiare azioni che avrebbero portato non solo alla morte dei nazisti e dei soldati di Hitler, ma di bambini e persone innocenti

Singolare il caso di Józef Rotblat, fisico polacco che aveva partecipato al Progetto Manhattan. Alla fine, quando fu assodato che la Germania, ormai sconfitta, non aveva in corso progetti validi per la Bomba, si rifiutò di proseguire a lavorarvi e chiese di andarsene, unico tra i suoi colleghi. Gli fu assegnato il Premio Nobel per la Pace.

Józef Rotblat e il mio amico e collega Francesco Calogero

Di fronte al progetto della bomba H, o termonucleare, Rabi e Fermi si opposero:

«Riteniamo sbagliato, sulla base di fondamentali principi etici, avviare il programma di una tale arma.  Non esistono limiti alla distruttività di quest'arma [...] la sua stessa esistenza è un pericolo per l'umanità».

Esplosione della prima bomba termonucleare della storia: il test Ivy Mike

Teniamo conto, però, che queste classificazioni semplificano la realtà. Spesso le varie posizioni convivono nella stessa persona. Enrico Fermi ne è un esempio.

Fermi è scienziato puro quando, da giovane, sviluppa la statistica delle particelle e quando studia la radioattività indotta da neutroni lenti; è tecnologo quando realizza il primo reattore nucleare, è consigliere dei militari quando consiglia come usare la bomba atomica contro il Giappone, è contro la guerra quando si dichiara contro la bomba termonucleare per ragioni etiche. Torna a essere scienziato nel dopoguerra, all'Università di Chicago.

IMPEGNO SOCIALE

Molti scienziati, convinti della loro responsabilità morale di informare, di ammonire e di mobilitare le coscienze, sono stati e sono attivi nel prendere posizioni pubbliche sui rischi che comportano le armi atomiche e una corsa agli armamenti.

Il caso più noto è il Manifesto Russell-Einstein (9 luglio 1955) il più importante documento di denuncia sulla minaccia rappresentata dalle armi nucleari per il genere umano.

«Ci attende, se sapremo scegliere, un continuo progresso di felicità, conoscenza e saggezza. Dovremmo invece scegliere la morte, perché non riusciamo a rinunciare alle nostre liti? Facciamo un appello come esseri umani ad altri esseri umani: ricordate la vostra umanità e dimenticatevi del resto. Se riuscirete a farlo si aprirà la strada verso un nuovo Paradiso; se non ci riuscirete, si spalancherà dinanzi a voi il rischio di un’estinzione universale.»

Esso diede impulso ad altri movimenti e organizzazioni, come il movimento Pugwash (Pugwash Conferences on Science and World Affairs), fondato nel 1957 da Bertrand Russell e Józef Rotblat, la Union of Concerned Scientists, lo Stockholm International Peace Research Institute, il Bulletin of the Atomic Scientists, il SANA, il Senzatomica, la Rete Italiana Pace e Disarmo, l’Unione Scienziati Per il Disarmo (USPID)[1], perché  faccio parte del suo consiglio scientifico.

Anch’io in quegli anni ho raccolto firme per il movimento “Partigiani della pace”, ho scritto, ho parlato nelle scuole.

In seguito, con mia figlia Elena di 12 anni, ho partecipato alla prima Marcia per la pace, camminando sotto una pioggerellina da Parma a Reggio Emilia.

Il problema della bomba atomica, dopo decenni di (quasi) tranquillità, è tornato attuale con le preoccupanti dichiarazioni di Vladimir Putin, di ricorrere al suo impiego «in caso di minaccia all’integrità territoriale del nostro Paese» (19 novembre 2025). Un’escalation «incredibilmente pericolosa e irresponsabile», ha denunciato la Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari.

Né ci confortano le parole dell’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone[2] sull’ipotesi di un attacco preventivo (!) alla Russia nel contesto di una guerra ibrida. Mosca parla di un “passo estremamente irresponsabile”.

 

 

NOTE

[1] In cui faccio parte del consiglio scientifico.

[2] Ammiraglio italiano, presidente del comitato militare NATO dal 17 gennaio 2025.

 


Come funziona la propaganda israeliana (e come smontarla con Freud)

Nella costruzione delle menzogne c’è una legge ferrea: più l’accusa è infamante, più probabilmente è una proiezione. Una regola che vale nel linguaggio della politica – soprattutto in guerra – dove le parole non descrivono la realtà: spesso la capovolgono. È un meccanismo noto alla psicoanalisi. Freud lo chiamava Verdrängung, rovesciamento proiettivo: ciò che si attribuisce all’altro è spesso ciò che si teme o si compie in prima persona. Jung avrebbe parlato di ombra: chi accusa, spesso confessa. La propaganda funziona così. E funziona proprio perché opera sul piano emotivo, non su quello razionale.

Pensiamo per esempio alla lunga polemica, tutt’ora in corso, sull’uso della parola proibita ‘genocidio’. A pronunciarla per la prima volta in diretta e su un canale Rai fu il cantante Ghali sul palco di Sanremo. Il giorno dopo, il 12 febbraio 2024, su Il Giornale, la giornalista Fiamma Nirenstein pubblicò un articolo indignato. L’elenco delle accuse da lei mosse – “menzogna antisraeliana”, “macchina di distruzione”, “gruppo nazista”, “leggende del sangue”, “rischio mondiale come al tempo di Hitler” – è un esempio perfetto di come la retorica bellica costruisca un mondo specchiato, dove l’immagine dell’avversario diventa contenitore di ogni colpa. Per questo l’articolo è un caso-studio ideale per applicare la lente freudiana del transfer: non perché sia datato, ma perché è esemplare.

L’interesse dell’articolo, oggi, non è nella polemica contingente, ma nella sua utilità come caso di studio. È perché quel testo contiene, in forma quasi scolastica, tutti i meccanismi della propaganda israeliana che negli ultimi due anni si sono radicalizzati e normalizzati nello spazio pubblico. La parola che allora aveva fatto saltare il circuito – genocidio, pronunciata da Ghali sul palco di Sanremo – è la stessa che oggi l’ONU, i tribunali internazionali e una parte crescente dell’opinione pubblica mondiale usano apertamente per descrivere ciò che è avvenuto e avviene a Gaza.

Se si applica il modello psicoanalitico – il rovesciamento proiettivo – il testo si legge come un sogno: il contenuto manifesto (ciò che appare) svela un contenuto latente (ciò che si teme o si vuole occultare). Per chiarezza: non significa che ogni accusa sia automaticamente falsa. Significa che il modo in cui vengono formulate rivela molto del funzionamento interno della propaganda.

Scelgo quell’articolo perché non è un’eccezione, ma un paradigma. E scelgo Fiamma Nirenstein non per ragioni personali, ma perché da decenni rappresenta in Italia una delle voci più note e ascoltate fra quelle fedeli alla narrativa ufficiale israeliana: una figura pubblica, istituzionalizzata, capace di trasformare posizioni politiche in senso comune mediatico. Da questo punto di vista, il suo articolo è prezioso: non per ciò che afferma, ma per ciò che involontariamente rivela fra le righe.

La propaganda come proiezione

In quell’articolo - da manuale perfino nel titolo, “Amadeus non sente di doversi scusare? E la funzionaria Onu va allontanata”-, fra le tante cose Nirenstein scriveva indignata “Non è possibile che durante il Festival un cantante si prenda la libertà di dare del genocida a Israele, costretto per pura autodifesa a combattere la guerra più difficile (...). Israele combatte su 800 chilometri di gallerie contro un gruppo nazista (...). Hamas ha trasformato Gaza in una macchina di distruzione (...). Israele segue le norme internazionali (...). Mentre i kibbutz vengono evacuati e le famiglie piangono i loro cari, nessuno sembra preoccuparsene: sono ebrei (...). I media diffondono le leggende del sangue di Gaza (...). Il rischio è mondiale, proprio come al tempo di Hitler.” 

A distanza di ventisei mesi, quelle righe suonano come un’autodenuncia. Tutto ciò che vi è contenuto, parola per parola, va letto alla rovescia. Come la fodera di un vecchio cappotto che, capovolto, mostra l’interno cucito male della narrazione dominante. La lettura “per inversione semantica”, in chiave di transfer e proiezione psicologica, dove l’accusatore si rivela attraverso le proprie stesse accuse, diventa così uno strumento chiave per verificarne e, nel caso, neutralizzarne i meccanismi. Se applichiamo infatti alla retorica della propaganda sionista la tecnica freudiana del rovesciamento proiettivo, l’accusa diventa una confessione, la “difesa” una maschera del crimine, ogni appello morale un auto-smascheramento. 

La Nirenstein, mentre crede di parlare dei palestinesi, parla di Israele. Nel tentativo di spostare il male sull’altro, finisce per descrivere il proprio. E non perché lo voglia: ma perché il linguaggio, come l’inconscio, tradisce sempre la verità che tenta di occultare. Da storica e studiosa, ho imparato che i testi di propaganda funzionano esattamente come i sogni: il contenuto manifesto (ciò che appare) è un travestimento del contenuto latente (ciò che davvero si teme). E se applichiamo alla retorica sionista la tecnica freudiana del rovesciamento proiettivo, il discorso si decodifica da sé: ogni accusa si rovescia in confessione, ogni “difesa” in giustificazione del crimine, ogni appello morale in auto-smascheramento.

Leggere “alla rovescia”

L’era dell’avvento dell’Iran e di Hamas, scrive la Nirenstein, produce un rombo sordo. Ma il rombo sordo è quello dei bombardamenti israeliani che in questi due anni hanno cancellato Gaza dal mondo visibile, nel silenzio televisivo e nella complicità delle cancellerie di mezzo mondo che questo genocidio l'hanno finanziato, legittimato e supportato. 

Non è “pura autodifesa”, è l’eco di una guerra scelta, premeditata, che si nutre di ogni accusa per trasformarla in alibi. Un cantante osa pronunciare la parola “genocidio”, e subito la macchina mediatica si indigna. Non perché quella parola sia falsa, ma perché è vera, troppo vera, e il sistema che si regge sull’inversione semantica non può tollerare che qualcuno la pronunci dal palco di Sanremo, davanti a milioni di persone. 

Si invoca la “menzogna antisraeliana”, ma la menzogna è quella che viene spacciata per verità: un racconto in cui l’occupante diventa vittima, l’assediato diventa carnefice, e i morti di Gaza spariscono sotto il tappeto morale dell’Occidente. Non c’è “Bella ciao”, scrive la penna della mistificazione, ed è vero: non c’è Bella ciao, perché quella canzone non può convivere con chi ne tradisce il senso, giustificando l’oppressione e ribattezzandola “difesa”. 

Si parla di “13 mila missili” ma non si contano le decine di migliaia di civili palestinesi uccisi che molto probabilmente sono centinaia di migliaia. Ma nemmeno questo si può dire, anzi la macchina della propaganda nega persino i numeri (al ribasso), dati dal Ministero della salute di Gaza, perché, questo è il mantra ripetuto da ogni singola redazione, "è controllato da Hamas". 

Si elencano “stupri e mutilazioni” attribuiti a Hamas, ma non si nomina lo stupro collettivo di una popolazione intera, bombardata, affamata, privata di tutto. Si descrive Gaza come “una macchina di distruzione”, ma Gaza è la città distrutta — non la distruttrice. Il “gruppo nazista” non è quello che vive assediato senza acqua né elettricità, ma quello che utilizza i civili come bersagli e chiama “scudi umani” i corpi dei bambini che uccide. “Israele segue le norme internazionali”: una frase che risuona come un ossimoro perfetto, perché nessuno Stato che rispetti le norme internazionali può annientare un popolo intero in diretta mondiale con il benestare dei governi del cosiddetto Occidente. “Ruba gli aiuti umanitari”, dicono di Hamas, mentre le stesse agenzie delle Nazioni Unite denunciano i blocchi e i bombardamenti israeliani contro i convogli di cibo e medicinali. “Nasconde i rapiti nei tunnel”, ma chi nasconde la verità nei bunker della censura è Tel Aviv, non Gaza. E chi nasconde gli ostaggi e li seppellisce, senza accuse e senza processi, in campi detentivi di tortura è Israele, non Gaza. Si piangono “i kibbutz evacuati”, ma non si menzionano le centinaia di migliaia di famiglie palestinesi cancellate, i genitori che scavano con le mani nude tra le macerie. 

Non si dice che Israele ha distrutto oltre l'83% di tutti gli edifici presenti nella Striscia. Praticamente non esiste più nulla a Gaza. “Ma a chi importa nulla? Sono ebrei”. No: non è l’ebraismo a essere rifiutato, bensì l’uso blasfemo del suo nome usato per giustificare la barbarie. Quando poi la Nirenstein parla delle “leggende del sangue”, l’inconscio collettivo della propaganda si tradisce del tutto: perché la sete di sangue evocata non è quella dell’antico antisemitismo, ma quella, concretissima, del potere che non sopporta limiti né vergogna. Chi accusa gli altri di “leggenda del sangue” è colui che sta versando sangue reale, e lo sa. E infine, la chiusura perfetta del cerchio: “Come al tempo di Hitler, il rischio è mondiale”. Sì, è mondiale ma non nel senso in cui lo intende l’autrice. È mondiale perché un sistema mediatico-politico, erede di quelle stesse dinamiche di disumanizzazione, oggi si traveste da vittima per perpetuare la violenza sotto nuove bandiere. 

Il linguaggio come campo di battaglia e atto di resistenza

In questa retorica capovolta, ogni parola è un’arma. “Difesa”, “sicurezza”, “terrorismo”, “antisemitismo”, parole svuotate e riempite di nuovo significato, fino a non significare più nulla.
È la neolingua del nostro tempo, e ha lo stesso effetto del gas anestetico: ottunde, confonde, fa accettare l’inaccettabile. Per questo, la battaglia oggi non è solo politica o militare. È linguistica.
Chi controlla il linguaggio controlla la percezione del reale. E chi accetta le parole della propaganda accetta, senza accorgersene, la sua logica di dominio.

Smontare la propaganda israeliana non significa negare il dolore delle vittime israeliane, ma restituire alla parola verità il suo senso. Significa riconoscere che la memoria della Shoah, patrimonio universale, non può essere brandita come scudo ideologico per giustificare un altro sterminio. Significa, infine, capire che la prima vittima di ogni guerra è la lingua e che dalla lingua deve partire la costruzione della resistenza e dello smascheramento.

Leggere un testo come quello della Nirenstein “alla rovescia” non è un esercizio di stile, ma un atto di igiene mentale. È l’unico modo per uscire dal labirinto delle narrazioni invertite, dove la colpa cambia nome e la realtà si piega come un metallo caldo. Il rischio è davvero mondiale, sì. Perché la menzogna è globale.
E perché la propaganda, quando si traveste da memoria, diventa la più pericolosa delle amnesie.

Le parole della Nirenstein secondo il metodo del transfer 

Appunti completi sull'articolo:

“L’era dell’avvento dell’Iran e di Hamas produce un rombo sordo.”. Vero, ma il rombo sordo è quello dei bombardamenti israeliani che hanno cancellato Gaza dalla faccia della terra e con lei si sono portati via decine di migliaia di vite, forse centinaia secondo alcune inchieste, riducendo la Striscia a un deserto fatto di morte e silenzio. Lì non c’è né autodifesa né difesa, c’è offensiva: una guerra scelta, pianificata, che si nutre di ogni accusa per trasformarla in alibi.

“Un cantante osa pronunciare la parola genocidio.”. E subito la macchina mediatica si indigna.
Non perché la parola sia falsa, ma perché è vera. Troppo vera. In un sistema che vive di inversione semantica e tiene in ostaggio le parole, la verità è l’unico scandalo intollerabile.

“La menzogna antisraeliana...”. Ma la menzogna è quella che viene spacciata per verità, e non da due anni ma da oltre un secolo: quella in cui l’occupante diventa vittima, l’assediato carnefice, i morti di Gaza “danni collaterali”. È un racconto costruito con la grammatica del capovolgimento: l’aggressione come difesa, l’espulsione come diritto, la devastazione come ordine morale.

“Non c’è Bella ciao.”. E in effetti non c’è, perché “Bella ciao” non può convivere con chi tradisce la sua eredità di resistenza. Non può cantarla chi giustifica l’oppressione e la ribattezza “difesa”. 

“13mila missili... stupri... mutilazioni.”. Ogni cifra elencata serve a saturare l’immaginario, non a informare. Non si contano le oltre 200.000 tonnellate di esplosivo sganciate sulla Striscia, che oltre a mietere vittime e radere al suolo ogni cosa, hanno e stanno provocando un ecocidio di proporzioni devastanti. Non si parla delle decine di migliaia di civili palestinesi uccisi, molti più di quanti i bollettini ufficiali lascino trapelare. Anzi, si nega persino la validità delle fonti mediche di Gaza, col mantra automatico: “sono controllate da Hamas”. Un modo per cancellare, linguisticamente, i morti.

“Hamas ha trasformato Gaza in una macchina di distruzione.”. Ma Gaza è la città distrutta, non la distruttrice. Chi ha scavato 800 chilometri di tunnel lo ha fatto per rispondere a un assedio iniziato nel 2007, subito dopo che Hamas ha preso il controllo della Striscia con la vittoria politica e militare su Fatah. È l’esercito israeliano la macchina di distruzione, e Hamas è una creatura di Israele, alimentata e sostenuta sottobanco da Netanyahu, da ancora prima che vincesse le elezioni nella Striscia. Il “gruppo nazista” non è quello che vive assediato, senz’acqua né elettricità, ma quello che usa i civili come bersagli e chiama “scudi umani” i bambini che uccide.

“Israele segue le norme internazionali.”. Una formula che, in bocca alla propaganda, suona come un ossimoro: nessuno Stato che rispetti il diritto internazionale può annientare un popolo intero sotto gli occhi del mondo. Eppure, è accaduto. E continua ad accadere. E a poterlo testimoniare sono almeno 7 miliardi di esseri umani che crescentemente increduli e impotenti hanno dovuto assistere in diretta all’annientamento di un intero popolo. 

“Hamas ruba gli aiuti umanitari.”. Lo dicono da mesi, mentre le stesse agenzie ONU denunciano i blocchi e i bombardamenti israeliani contro i convogli di cibo e medicinali. Il rovesciamento è totale: chi affama accusa l’affamato di rubare il pane.

“Nasconde i rapiti nei tunnel.”. Ma chi nasconde la verità nei tunnel della censura è Tel Aviv.
E chi seppellisce vivi i detenuti palestinesi, senza processo, nei campi militari del Negev è Israele, non Gaza.

“Si piangono i kibbutz evacuati...”. Ma non si menzionano le centinaia di migliaia di famiglie palestinesi cancellate.
Non si dice che Israele ha distrutto oltre l’80% degli edifici della Striscia: case, scuole, ospedali, università.
Praticamente, Gaza non esiste più.

“Ma a chi importa nulla? Sono ebrei.”. No. Non è l’ebraismo a essere rifiutato. È l’uso distorto, sacrilego, del suo nome per giustificare la violenza. È il ricatto morale che lega la memoria della Shoah al silenzio di oggi. Al quale si lega l’apice della proiezione: “Le leggende del sangue.”. Perché la sete di sangue evocata non è quella dell’antico antisemitismo, ma quella, concretissima, del potere che non sopporta limiti né vergogna: chi accusa gli altri di leggenda del sangue è colui che sta versando sangue reale, e lo sa.

“Come al tempo di Hitler, il rischio è mondiale.”. Sì. Ma non nel senso in cui lo intende l’autrice.
Il rischio è mondiale perché oggi la propaganda ha sostituito la memoria. Perché un sistema mediatico-politico, erede delle stesse dinamiche di disumanizzazione, si traveste da vittima per perpetuare la violenza sotto nuove bandiere.

 

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
L’articolo originale di Fiamma Nirenstein è apparso su Il Giornale, 12 febbraio 2024:
https://www.ilgiornale.it/news/politica/amadeus-non-sente-doversi-scusare-e-funzionaria-onu-va-2282700.html?fbclid=IwY2xjawN_5UJleHRuA2FlbQIxMABicmlkETE3WnE4ZXNPSlVidDY4RkR4c3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHudhHFz86oaJGTz1wmV-PNFtAjLljEBRlL1Wu11zJfnw2k_TxBqub4zHOTsd_aem_yGI3Pd66BwHKvnsslI5dOA


Lo spettro russo e la cecità dell’Europa - Uno scritto di Edgar Morin

Vorrà dire qualcosa se, negli ultimi anni, dalle nostre parti (Europa, Usa, Occidente – absit iniuria verbis), per trovare un po’ di lucidità bisogna rivolgersi a qualcuno che ha più di ottant’anni? È una domanda che lasciamo aperta e che comunque un po’ ci inquieta, al di là che il nesso tra anzianità e saggezza è un’antica verità perfino confortante. Sta di fatto che, in un quadro desolante di classi dirigenti (politiche, culturali, giornalistiche – soprattutto giornalistiche) abissalmente ignoranti e del tutto inadeguate alle sfide dell’epoca, sono spesso esponenti della “vecchia guardia” a dire ancora qualcosa di sensato. È il caso di Edgar Morin (che ha superato i cento, essendo nato nel 1921!), uno dei più grandi pensatori europei, da sempre all’incrocio tra la filosofia, la sociologia, le sfide dell’etica e dell’ecologia, e promotore, a suo tempo, del pensiero della complessità e della interdisciplinarità.

Mentre l’intero Occidente collettivo si mostra disposto a tutto pur di non mollare l’egemonia su un mondo che gli sta sfuggendo di mano, vuoi nella grottesca forma di un POTUS (President of the U.S.) che va in giro a rapire capi di stato e a minacciare invasioni a casaccio, vuoi in quella della cara vecchia Europa “politicamente corretta”, convinta che il suo futuro sia in una guerra senza fine contro la Russia e si appresta perciò a liquidare quel che resta del welfare in favore del riarmo, ecco, in tutto questo manicomio, il presente articolo di Morin (pubblicato il 5 dicembre 2025 su “Volere la luna”) è una parentesi di buon senso, che volentieri condividiamo coi nostri lettori.

Toni Muzzioli

 

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Insensibilmente, l’arma nucleare è divenuta un pericolo presente e suscita dibattiti apparentemente sereni, alcuni dei quali assicurano tranquillamente che la terza guerra mondiale è già cominciata, come se non si trattasse di una catastrofe dantesca. È con stupore che una parte degli umani considera il corso catastrofico degli eventi, mentre un’altra parte vi contribuisce con incoscienza. Si è ciechi rispetto alla grande regressione che prosegue il suo corso planetario, accentuata dalla mondializzazione dell’inizio del secolo, e che ha già prodotto due guerre entrambe internazionalizzate e che minacciano di generalizzarsi.

L’anteguerra del 1940 fu incancrenito dal pacifismo poi collaborazionista, questo lo è dal bellicismo. Ho spesso segnalato che la storia dell’umanità, divenuta “una” dopo la mondializzazione, pur divenendo sempre più diversa e conflittuale, aveva preso, simultaneamente ai suoi progressi scientifici e tecnici, un corso politico ed etico sempre più regressivo. Due guerre ci assediano ormai. Esse sono internazionalizzate pur rimanendo ancora regionali. Esse aggravano la grande catastrofe ecologica che subisce il pianeta, e un po’ ovunque contribuiscono a questo aggravarsi. Nello stesso tempo, le angosce che esse provocano al di fuori dei loro territori contribuiscono a questo aggravamento che annichilisce tutti i tentativi di riassorbimento della crisi ecologica mondiale.

Corsa agli armamenti: escalation o tracollo? L’una e l’altro nello stesso tempo. È da sottolineare come la mondializzazione economica realizzatasi all’inizio del secolo abbia favorito la disunione delle nazioni e nello stesso tempo le potenze imperiali. La Russia ha fallito nel suo tentativo di annettere l’Ucraina una volta conquistata. Fino ad ora non ha potuto che occupare pochi territori oltre alle province separatiste russofone, che del resto erano in guerra contro l’Ucraina dal 2014. Non si vede come una pace giusta possa mettere queste province russofone sotto il controllo di uno stato ucraino che ha bandito la lingua russa, la sua cultura e la sua musica.

Come avevo già indicato nel mio libro Di guerra in guerrala pace giusta dovrebbe comportare l’indipendenza politica e militare dell’Ucraina, con garanzie da negoziare (neutralità protetta? integrazione nell’Unione europea?). Dovrebbe confermare la russizzazione delle province separatiste e uno statuto per la Crimea, che nel 2014 includeva 1.400.000 russi, 400.000 ucraini, 300.000 tartari, primi abitanti della Crimea la cui maggioranza è stata deportata da Stalin. Una tale pace è concepibile fintanto che le forze in conflitto siano più o meno equilibrate e fintanto che nessuna sia costretta alla capitolazione. Dunque, è ancora possibile nel momento in cui sto scrivendo, ma questa possibilità scomparirà con l’accresciuta internazionalizzazione di questa guerra, e con le escalation che di fatto sono dei tracolli.

La visione unilaterale dei media ignora che l’Ucraina è stata una posta in gioco fra l’impero americano e l’impero russo. Prima di Trump, gli USA avevano satellizzato economicamente, tecnologicamente e militarmente l’Ucraina, la quale sarebbe stata una pistola puntata alla frontiera russa, se fosse passata sotto il controllo della Nato. I nostri media non soltanto sottolineano l’imperialismo russo, ma immaginano che questo potrebbe invadere l’Europa, laddove è peraltro incapace di annettere l’Ucraina in tre anni di guerra. Lo spettro del pericolo russo ci maschera il pericolo della degradazione in corso delle democrazie europee minacciate dalla possibilità di subire un potere autoritario. Paradossalmente, le sanzioni hanno favorito l’economia militare russa, che oltre ad aerei, droni, bombe ha ormai un missile che per capacità supera i missili occidentali, perché nelle condizioni attuali non può essere intercettato.

Invece che spingere i due nemici a negoziare, e a stabilire un compromesso sulle basi che ho appena menzionato, gli europei contribuiscono alla escalation. Putin è un tiranno crudele e cinico, ma l’argomento per cui non si potrebbe negoziare con Putin è derisorio da parte di governi che negoziano amichevolmente con il capo di una dittatura totalitaria molto più tentacolare della dittatura putiniana. Di fatto i governi occidentali hanno condotto in passato una politica di alleanza con la tirannia zarista e la tirannia staliniana. E d’altra parte Trump opera una riconfigurazione del dominio americano nella quale la Russia cessa di essere nemica e che è fondata sulla pace americana generalizzata.

I media agitano la minaccia della Russia sull’Europa occidentale. Ma come la Russia, incapace di invadere l’Ucraina, potrebbe invadere l’Europa? Il grande pericolo è l’aggravarsi costante della crisi dell’umanità che ci conduce alle catastrofi ecologiche, politiche, militari. Questa crisi comporta la tragedia palestinese, ancor più grave del conflitto ucraino. Israele non ha soltanto conquistato e occupato le terre del popolo palestinese, è in corso la liquidazione di questo popolo martire attraverso l’occupazione totale del suo territorio. Niente, in questo momento, può contrastare questo processo e noi non possiamo far altro che testimoniare nella impotenza e nella compassione.

Infine, più ampiamente, noi dobbiamo cercare di pensare la policrisi dell’umanità nelle sue complessità e nei suoi orrori, e dovremmo agire nelle incertezze, ma con l’intenzione di salvare l’umanità dalla autodistruzione.

Edgar Morin