Nella costruzione delle menzogne c’è una legge ferrea: più l’accusa è infamante, più probabilmente è una proiezione. Una regola che vale nel linguaggio della politica – soprattutto in guerra – dove le parole non descrivono la realtà: spesso la capovolgono. È un meccanismo noto alla psicoanalisi. Freud lo chiamava Verdrängung, rovesciamento proiettivo: ciò che si attribuisce all’altro è spesso ciò che si teme o si compie in prima persona. Jung avrebbe parlato di ombra: chi accusa, spesso confessa. La propaganda funziona così. E funziona proprio perché opera sul piano emotivo, non su quello razionale.

Pensiamo per esempio alla lunga polemica, tutt’ora in corso, sull’uso della parola proibita ‘genocidio’. A pronunciarla per la prima volta in diretta e su un canale Rai fu il cantante Ghali sul palco di Sanremo. Il giorno dopo, il 12 febbraio 2024, su Il Giornale, la giornalista Fiamma Nirenstein pubblicò un articolo indignato. L’elenco delle accuse da lei mosse – “menzogna antisraeliana”, “macchina di distruzione”, “gruppo nazista”, “leggende del sangue”, “rischio mondiale come al tempo di Hitler” – è un esempio perfetto di come la retorica bellica costruisca un mondo specchiato, dove l’immagine dell’avversario diventa contenitore di ogni colpa. Per questo l’articolo è un caso-studio ideale per applicare la lente freudiana del transfer: non perché sia datato, ma perché è esemplare.

L’interesse dell’articolo, oggi, non è nella polemica contingente, ma nella sua utilità come caso di studio. È perché quel testo contiene, in forma quasi scolastica, tutti i meccanismi della propaganda israeliana che negli ultimi due anni si sono radicalizzati e normalizzati nello spazio pubblico. La parola che allora aveva fatto saltare il circuito – genocidio, pronunciata da Ghali sul palco di Sanremo – è la stessa che oggi l’ONU, i tribunali internazionali e una parte crescente dell’opinione pubblica mondiale usano apertamente per descrivere ciò che è avvenuto e avviene a Gaza.

Se si applica il modello psicoanalitico – il rovesciamento proiettivo – il testo si legge come un sogno: il contenuto manifesto (ciò che appare) svela un contenuto latente (ciò che si teme o si vuole occultare). Per chiarezza: non significa che ogni accusa sia automaticamente falsa. Significa che il modo in cui vengono formulate rivela molto del funzionamento interno della propaganda.

Scelgo quell’articolo perché non è un’eccezione, ma un paradigma. E scelgo Fiamma Nirenstein non per ragioni personali, ma perché da decenni rappresenta in Italia una delle voci più note e ascoltate fra quelle fedeli alla narrativa ufficiale israeliana: una figura pubblica, istituzionalizzata, capace di trasformare posizioni politiche in senso comune mediatico. Da questo punto di vista, il suo articolo è prezioso: non per ciò che afferma, ma per ciò che involontariamente rivela fra le righe.

La propaganda come proiezione

In quell’articolo – da manuale perfino nel titolo, “Amadeus non sente di doversi scusare? E la funzionaria Onu va allontanata”-, fra le tante cose Nirenstein scriveva indignata “Non è possibile che durante il Festival un cantante si prenda la libertà di dare del genocida a Israele, costretto per pura autodifesa a combattere la guerra più difficile (…). Israele combatte su 800 chilometri di gallerie contro un gruppo nazista (…). Hamas ha trasformato Gaza in una macchina di distruzione (…). Israele segue le norme internazionali (…). Mentre i kibbutz vengono evacuati e le famiglie piangono i loro cari, nessuno sembra preoccuparsene: sono ebrei (…). I media diffondono le leggende del sangue di Gaza (…). Il rischio è mondiale, proprio come al tempo di Hitler.” 

A distanza di ventisei mesi, quelle righe suonano come un’autodenuncia. Tutto ciò che vi è contenuto, parola per parola, va letto alla rovescia. Come la fodera di un vecchio cappotto che, capovolto, mostra l’interno cucito male della narrazione dominante. La lettura “per inversione semantica”, in chiave di transfer e proiezione psicologica, dove l’accusatore si rivela attraverso le proprie stesse accuse, diventa così uno strumento chiave per verificarne e, nel caso, neutralizzarne i meccanismi. Se applichiamo infatti alla retorica della propaganda sionista la tecnica freudiana del rovesciamento proiettivo, l’accusa diventa una confessione, la “difesa” una maschera del crimine, ogni appello morale un auto-smascheramento. 

La Nirenstein, mentre crede di parlare dei palestinesi, parla di Israele. Nel tentativo di spostare il male sull’altro, finisce per descrivere il proprio. E non perché lo voglia: ma perché il linguaggio, come l’inconscio, tradisce sempre la verità che tenta di occultare. Da storica e studiosa, ho imparato che i testi di propaganda funzionano esattamente come i sogni: il contenuto manifesto (ciò che appare) è un travestimento del contenuto latente (ciò che davvero si teme). E se applichiamo alla retorica sionista la tecnica freudiana del rovesciamento proiettivo, il discorso si decodifica da sé: ogni accusa si rovescia in confessione, ogni “difesa” in giustificazione del crimine, ogni appello morale in auto-smascheramento.

Leggere “alla rovescia”

L’era dell’avvento dell’Iran e di Hamas, scrive la Nirenstein, produce un rombo sordo. Ma il rombo sordo è quello dei bombardamenti israeliani che in questi due anni hanno cancellato Gaza dal mondo visibile, nel silenzio televisivo e nella complicità delle cancellerie di mezzo mondo che questo genocidio l’hanno finanziato, legittimato e supportato. 

Non è “pura autodifesa”, è l’eco di una guerra scelta, premeditata, che si nutre di ogni accusa per trasformarla in alibi. Un cantante osa pronunciare la parola “genocidio”, e subito la macchina mediatica si indigna. Non perché quella parola sia falsa, ma perché è vera, troppo vera, e il sistema che si regge sull’inversione semantica non può tollerare che qualcuno la pronunci dal palco di Sanremo, davanti a milioni di persone. 

Si invoca la “menzogna antisraeliana”, ma la menzogna è quella che viene spacciata per verità: un racconto in cui l’occupante diventa vittima, l’assediato diventa carnefice, e i morti di Gaza spariscono sotto il tappeto morale dell’Occidente. Non c’è “Bella ciao”, scrive la penna della mistificazione, ed è vero: non c’è Bella ciao, perché quella canzone non può convivere con chi ne tradisce il senso, giustificando l’oppressione e ribattezzandola “difesa”. 

Si parla di “13 mila missili” ma non si contano le decine di migliaia di civili palestinesi uccisi che molto probabilmente sono centinaia di migliaia. Ma nemmeno questo si può dire, anzi la macchina della propaganda nega persino i numeri (al ribasso), dati dal Ministero della salute di Gaza, perché, questo è il mantra ripetuto da ogni singola redazione, “è controllato da Hamas”. 

Si elencano “stupri e mutilazioni” attribuiti a Hamas, ma non si nomina lo stupro collettivo di una popolazione intera, bombardata, affamata, privata di tutto. Si descrive Gaza come “una macchina di distruzione”, ma Gaza è la città distrutta — non la distruttrice. Il “gruppo nazista” non è quello che vive assediato senza acqua né elettricità, ma quello che utilizza i civili come bersagli e chiama “scudi umani” i corpi dei bambini che uccide. “Israele segue le norme internazionali”: una frase che risuona come un ossimoro perfetto, perché nessuno Stato che rispetti le norme internazionali può annientare un popolo intero in diretta mondiale con il benestare dei governi del cosiddetto Occidente. “Ruba gli aiuti umanitari”, dicono di Hamas, mentre le stesse agenzie delle Nazioni Unite denunciano i blocchi e i bombardamenti israeliani contro i convogli di cibo e medicinali. “Nasconde i rapiti nei tunnel”, ma chi nasconde la verità nei bunker della censura è Tel Aviv, non Gaza. E chi nasconde gli ostaggi e li seppellisce, senza accuse e senza processi, in campi detentivi di tortura è Israele, non Gaza. Si piangono “i kibbutz evacuati”, ma non si menzionano le centinaia di migliaia di famiglie palestinesi cancellate, i genitori che scavano con le mani nude tra le macerie. 

Non si dice che Israele ha distrutto oltre l’83% di tutti gli edifici presenti nella Striscia. Praticamente non esiste più nulla a Gaza. “Ma a chi importa nulla? Sono ebrei”. No: non è l’ebraismo a essere rifiutato, bensì l’uso blasfemo del suo nome usato per giustificare la barbarie. Quando poi la Nirenstein parla delle “leggende del sangue”, l’inconscio collettivo della propaganda si tradisce del tutto: perché la sete di sangue evocata non è quella dell’antico antisemitismo, ma quella, concretissima, del potere che non sopporta limiti né vergogna. Chi accusa gli altri di “leggenda del sangue” è colui che sta versando sangue reale, e lo sa. E infine, la chiusura perfetta del cerchio: “Come al tempo di Hitler, il rischio è mondiale”. Sì, è mondiale ma non nel senso in cui lo intende l’autrice. È mondiale perché un sistema mediatico-politico, erede di quelle stesse dinamiche di disumanizzazione, oggi si traveste da vittima per perpetuare la violenza sotto nuove bandiere. 

Il linguaggio come campo di battaglia e atto di resistenza

In questa retorica capovolta, ogni parola è un’arma. “Difesa”, “sicurezza”, “terrorismo”, “antisemitismo”, parole svuotate e riempite di nuovo significato, fino a non significare più nulla.
È la neolingua del nostro tempo, e ha lo stesso effetto del gas anestetico: ottunde, confonde, fa accettare l’inaccettabile. Per questo, la battaglia oggi non è solo politica o militare. È linguistica.
Chi controlla il linguaggio controlla la percezione del reale. E chi accetta le parole della propaganda accetta, senza accorgersene, la sua logica di dominio.

Smontare la propaganda israeliana non significa negare il dolore delle vittime israeliane, ma restituire alla parola verità il suo senso. Significa riconoscere che la memoria della Shoah, patrimonio universale, non può essere brandita come scudo ideologico per giustificare un altro sterminio. Significa, infine, capire che la prima vittima di ogni guerra è la lingua e che dalla lingua deve partire la costruzione della resistenza e dello smascheramento.

Leggere un testo come quello della Nirenstein “alla rovescia” non è un esercizio di stile, ma un atto di igiene mentale. È l’unico modo per uscire dal labirinto delle narrazioni invertite, dove la colpa cambia nome e la realtà si piega come un metallo caldo. Il rischio è davvero mondiale, sì. Perché la menzogna è globale.
E perché la propaganda, quando si traveste da memoria, diventa la più pericolosa delle amnesie.

Le parole della Nirenstein secondo il metodo del transfer 

Appunti completi sull’articolo:

“L’era dell’avvento dell’Iran e di Hamas produce un rombo sordo.”. Vero, ma il rombo sordo è quello dei bombardamenti israeliani che hanno cancellato Gaza dalla faccia della terra e con lei si sono portati via decine di migliaia di vite, forse centinaia secondo alcune inchieste, riducendo la Striscia a un deserto fatto di morte e silenzio. Lì non c’è né autodifesa né difesa, c’è offensiva: una guerra scelta, pianificata, che si nutre di ogni accusa per trasformarla in alibi.

“Un cantante osa pronunciare la parola genocidio.”. E subito la macchina mediatica si indigna.
Non perché la parola sia falsa, ma perché è vera. Troppo vera. In un sistema che vive di inversione semantica e tiene in ostaggio le parole, la verità è l’unico scandalo intollerabile.

“La menzogna antisraeliana…”. Ma la menzogna è quella che viene spacciata per verità, e non da due anni ma da oltre un secolo: quella in cui l’occupante diventa vittima, l’assediato carnefice, i morti di Gaza “danni collaterali”. È un racconto costruito con la grammatica del capovolgimento: l’aggressione come difesa, l’espulsione come diritto, la devastazione come ordine morale.

“Non c’è Bella ciao.”. E in effetti non c’è, perché “Bella ciao” non può convivere con chi tradisce la sua eredità di resistenza. Non può cantarla chi giustifica l’oppressione e la ribattezza “difesa”. 

“13mila missili… stupri… mutilazioni.”. Ogni cifra elencata serve a saturare l’immaginario, non a informare. Non si contano le oltre 200.000 tonnellate di esplosivo sganciate sulla Striscia, che oltre a mietere vittime e radere al suolo ogni cosa, hanno e stanno provocando un ecocidio di proporzioni devastanti. Non si parla delle decine di migliaia di civili palestinesi uccisi, molti più di quanti i bollettini ufficiali lascino trapelare. Anzi, si nega persino la validità delle fonti mediche di Gaza, col mantra automatico: “sono controllate da Hamas”. Un modo per cancellare, linguisticamente, i morti.

“Hamas ha trasformato Gaza in una macchina di distruzione.”. Ma Gaza è la città distrutta, non la distruttrice. Chi ha scavato 800 chilometri di tunnel lo ha fatto per rispondere a un assedio iniziato nel 2007, subito dopo che Hamas ha preso il controllo della Striscia con la vittoria politica e militare su Fatah. È l’esercito israeliano la macchina di distruzione, e Hamas è una creatura di Israele, alimentata e sostenuta sottobanco da Netanyahu, da ancora prima che vincesse le elezioni nella Striscia. Il “gruppo nazista” non è quello che vive assediato, senz’acqua né elettricità, ma quello che usa i civili come bersagli e chiama “scudi umani” i bambini che uccide.

“Israele segue le norme internazionali.”. Una formula che, in bocca alla propaganda, suona come un ossimoro: nessuno Stato che rispetti il diritto internazionale può annientare un popolo intero sotto gli occhi del mondo. Eppure, è accaduto. E continua ad accadere. E a poterlo testimoniare sono almeno 7 miliardi di esseri umani che crescentemente increduli e impotenti hanno dovuto assistere in diretta all’annientamento di un intero popolo. 

“Hamas ruba gli aiuti umanitari.”. Lo dicono da mesi, mentre le stesse agenzie ONU denunciano i blocchi e i bombardamenti israeliani contro i convogli di cibo e medicinali. Il rovesciamento è totale: chi affama accusa l’affamato di rubare il pane.

“Nasconde i rapiti nei tunnel.”. Ma chi nasconde la verità nei tunnel della censura è Tel Aviv.
E chi seppellisce vivi i detenuti palestinesi, senza processo, nei campi militari del Negev è Israele, non Gaza.

“Si piangono i kibbutz evacuati…”. Ma non si menzionano le centinaia di migliaia di famiglie palestinesi cancellate.
Non si dice che Israele ha distrutto oltre l’80% degli edifici della Striscia: case, scuole, ospedali, università.
Praticamente, Gaza non esiste più.

“Ma a chi importa nulla? Sono ebrei.”. No. Non è l’ebraismo a essere rifiutato. È l’uso distorto, sacrilego, del suo nome per giustificare la violenza. È il ricatto morale che lega la memoria della Shoah al silenzio di oggi. Al quale si lega l’apice della proiezione: “Le leggende del sangue.”. Perché la sete di sangue evocata non è quella dell’antico antisemitismo, ma quella, concretissima, del potere che non sopporta limiti né vergogna: chi accusa gli altri di leggenda del sangue è colui che sta versando sangue reale, e lo sa.

“Come al tempo di Hitler, il rischio è mondiale.”. Sì. Ma non nel senso in cui lo intende l’autrice.
Il rischio è mondiale perché oggi la propaganda ha sostituito la memoria. Perché un sistema mediatico-politico, erede delle stesse dinamiche di disumanizzazione, si traveste da vittima per perpetuare la violenza sotto nuove bandiere.

 

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
L’articolo originale di Fiamma Nirenstein è apparso su Il Giornale, 12 febbraio 2024:
https://www.ilgiornale.it/news/politica/amadeus-non-sente-doversi-scusare-e-funzionaria-onu-va-2282700.html?fbclid=IwY2xjawN_5UJleHRuA2FlbQIxMABicmlkETE3WnE4ZXNPSlVidDY4RkR4c3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHudhHFz86oaJGTz1wmV-PNFtAjLljEBRlL1Wu11zJfnw2k_TxBqub4zHOTsd_aem_yGI3Pd66BwHKvnsslI5dOA

Autore

  • M. Alessandra Filippi

    Storica, ricercatrice e scrittrice, indaga le fratture della storia e le rimozioni dell’Occidente, dal conflitto israelo-palestinese alle manipolazioni linguistiche. Non allineata per scelta, esplora mondi, discipline e le sfide dell’intelligenza artificiale. Viaggiatrice e pellegrina, ha percorso 3.000 km a piedi in solitaria, 450 dei quali in Terra Santa. Camminare è il suo modo di pensare, un’indagine radicale dello spazio e del tempo. L’incontro e l’ascolto sono il fulcro del suo approccio: custodisce storie e testimonianze che continuano a formarla e ad ampliare il suo sguardo sul mondo

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