Habermas - Filosofia, scienza sui generis

C’era un divertito richiamo herderiano, Auch eine Geschichte der Philosophie (Ancora una storia della filosofia), nel titolo della ponderosa opera (due grossi volumi) che Jürgen Habermas, giunto al suo novantesimo anno di età, pubblicava nel 2019 per i tipi di Suhrkamp e che Feltrinelli ha poi proposto al pubblico italiano tra 2022 e 2024.

E proprio con un commento a questo libro vogliamo ricordare il grande filosofo tedesco scomparso negli scorsi giorni.

L’autore dell’articolo da cui abbiamo tratto la parte che segue, Leonardo Ceppa, uno dei maggiori interpreti e studiosi del filosofo tedesco in Italia, presenta l’ampia opera prendendo spunto dalla sua Prefazione e mostrando come, fino agli ultimi anni, egli abbia sempre inteso la filosofia come  permanente impegno dell’uomo per una forma di sapere in cui scienza e presa di coscienza si muovano di conserva. Ciò che oggi, di fronte all’aspirazione di Tecnica ed Economia al dominio dispotico sulla società, per non dire dell’invito che riceviamo quotidianamente ad affidarci all’intelligenza macchinica, appare come un compito fondamentale, non certo solo per i filosofi di professione ma per i cittadini tutti. (toni muzzioli)

 

NOTA. L’opera di Habermas qui discussa è Auch eine Geschichte der Philosophie, Berlin, Suhrkamp, 2019, tr.it. Una storia della filosofia, Milano, Feltrinelli, 2 vol., 2022-24. 

L’articolo completo di Leonardo Ceppa, Habermas: anche una storia della filosofia, “Le parole e le cose”, 20 luglio 2021, si legge qui: https://www.leparoleelecose.it/habermas-anche-una-storia-della-filosofia/ 

 

C'è anche qualcosa di cruciale che il sapere filosofico condivide con le scienze "normali" della nostra epoca: la tendenza alla specializzazione e alla divisione del lavoro. È una tendenza inevitabile, feconda, persino desiderabile, la quale tuttavia, nella versione positivistica della filosofia, minaccia di trascinar via (o far dimenticare) quel trattino miracoloso che lega il sapere del mondo sia al destino dell'uomo sia al destino di Dio. Ma perché, agli occhi di Habermas, questo pericolo del positivismo resta una minaccia reale per la filosofia contemporanea? Perché in realtà quest'ultima - per non perdere di vista il rapporto alla totalità - si trova oggi a fronteggiare una preoccupante e smisurata crescita di complessità: moltiplicandosi e arricchendosi il sapere del mondo, la struttura economica della società, le tecniche d'intervento sul corpo e sulla psiche. Con convinzione Habermas ripete la diagnosi di Marx: gli uomini rischiano di diventare le appendici organiche di una scienza e di una tecnica vampiresche, la cui organizzazione umana (il sapere umanistico del cosmo e dell'uomo) diventa sempre più inabbracciabile e inafferrabile (uniiberschaubar, p. 12).

Di qui la tentazione (ecco la polemica di Habermas contro il positivismo filosofico) di arrendersi, di rinunciare all'impulso illuministico che ancora animava Kant e Faust, di abbandonare l'impresa umanistica di "dare forma" a sé stessi nella configurazione del mondo (il tema del Gestalten , ricco di risonanze). Allora del progetto moderno resterebbero in piedi soltanto le gloriose rovine. E al filosofo contemporaneo non resterebbe che ripiegare in un atteggiamento di ellenistico disincanto. Un fatalismo dal sapore classicistico verso cui Habermas ha sempre manifestato un orrore palese.

Un "processo di formazione" tra la sfida delle contingenze e le speranze della ragione

Le nobili domande della filosofia di Kant - cosa posso conoscere, cosa posso fare, in che cosa sperare - rimangono le stesse, ma presentandosi in un "formato" diverso: muovendo dalla "situatezza" dell'uomo finito queste domande non si camuffano più nella forma di un Assoluto, cioè come fossero formulate da un punto di vista divino oppure positivisticamente scientifico. E proprio l'approccio teorico di Habermas, tra quelli concorrenti oggi nella professione, è quello che più sottolinea la cosa. In questo senso il sistema filosofico di Habermas è personale e professionale nello stesso tempo. Dall'esercizio filosofico resta ineliminabile un momento "performativo" - di responsabilità soggettiva e morale, espressiva e politica - che caratterizza l'autore senza potersi nascondere.

Habermas ce ne dà subito la prova scendendo in lizza con alcuni avversari ( p. 11). Per lui è impossibile, per esempio, prendere sul serio i modelli di Kuhn, Foucault e Feyerabend, perché escluderebbero in via pregiudiziale la possibilità dell'apprendimento, l'occasione di dare al mondo una Gestaltung (un ordine umano). Le rivoluzioni scientifiche di Kuhn contro il falsificazionismo di Popper, il discorso come "maschera del potere" sviluppato da Foucault, l'anarchismo metodologico di Feyerabend, non muovono da una matrice situativo-esistenziale dell'uomo. Queste opzioni renderebbero impossibile concepire le svolte e i cambi-di-paradigma come "risposte fallibili" agli stimoli dell'apprendimento. Il processo di innovazione - sempre aperto agli esiti più diversi perché si impara anche dagli errori - resta per Habermas il campo di tensione intersoggettiva che collega le esigenze della situazione di radicamento - i bisogni della matrice e gli abissi della contingenza - alle risposte e ai tentativi di soluzione proposti da una ragione fallibile. Verso la fine di questa Prefazione, Habermas formula così la sua idea di genealogia passare sugli abissi dell'esistenza (Abgriinde) usando le ragioni (Griinde) come ponti avventurosi (p. 16).

Il discorso di "fede e ragione" nell'angolo di mondo chiamato Europa

Il rapporto tra religione e filosofia (che con bella espressione Habermas chiama "osmosi semantica") incontra nell'occidente europeo un destino particolare. A quella metafisica greca nata nei commerci dell'Egeo e che, nell'era assiale, rappresentava una delle poche significative immagini-di-mondo, toccò in sorte un destino del tutto particolare. Infatti, lungo i secoli del platonismo cristiano che mise radici nell’Impero Romano, andava realizzandosi uno "doppio attraversamento" di contenuti lungo il confine che divideva la ragione dalla fede, la filosofia dalla religione. Per un verso, credenze sostanziali della narrativa cristiana passavano il confine con la filosofia diventando, in questo campo, saperi razionalmente dimostrabili. In senso contrario, verità metafisiche costruite dai filosofi platonici si trasformavano, appena giunte nel campo della fede, in elaborati teoremi della dogmatica religiosa.

Potremmo addirittura parlare di un destino "secolare e glorioso" se osserviamo come, nella prospettiva con cui Habermas ci racconta il lento formarsi della filosofia postmetafisica, un ininterrotto arco temporale si protende da Agostino fino alla Deutsche Klassik. Infatti, i temi della "autonomia" e della "libertà della ragione" - che caratterizzano la modernità dando sviluppi vertiginosi alla "ragion pratica" postkantiana - non avrebbero mai potuto nascere se non sulla base di quella "osmosi semantica" che Habermas sceglie come guida della sua ricostruzione storica (p. 15). Anzi, il pensiero secolare di un ramo della filosofia postmetafisica contemporanea si è oggi talmente emancipato dalle sue lontane origini teologiche da creare quasi "sproporzione" in favore di una filosofia tanto laica quanto risonante di echi religiosi (basti pensare ad autori come Adorno, Kafka o Levinas), a tutto svantaggio della teologia dogmatico-professionale. Per questo, nel panorama culturale contemporaneo, troviamo sempre piu' scrittori e filosofi "secolari" (cioè laici e postmetafisici) che trattano temi di pertinenza pseudo-religiosa. Sono persino diventati più numerosi dei laicisti empiristi che, a partire da Hume, riducono psicologicamente la religione a favola consolatoria. Così, quando Habermas polemizza contro la sclerosi laicistica di molta filosofia contemporanea, lo fa anche per mostrare come (pur non essendosi mai interrotta la osmosi semantica tra fede e ragione) si siano oggi spostate le linee dei vecchi confini disciplinari. Nella disordinata polifonia dell'opinione pubblica, tocca spesso ai filosofi laici trattare temi morali, giuridici e politici, che tradiscono evidenti origini bibliche o religiose. E lo fanno più spesso dei filosofi empiristi, che considerano tali temi come superate zavorre oltrepassanti l'orizzonte delle loro divisioni specialistiche.

Questo spiega da ultimo la soverchiante responsabilità che Habermas accolla a quel ramo di filosofia postmetafisica (il ramo kantiano dei 36O-gradi, non quello humeano dello sbaraccamento specialistico) che accetta di dialogare - sullo stesso piano - intramoenia coi filosofi ed extra moenia coi teologi. Trattando proprio di quelle questioni che vengono pudicamente evitate dai laicisti rigorosi (chiusi a riccio in quelle specializzazioni "che dicono sempre di più su sempre di meno"). Alla fine, Habermas non esita a formulare una tesi coraggiosa di questa portata: "Al di là dei suoi aspetti palesemente postmetafisici, la questione che la filosofia deve sentirsi in grado di affrontare ed elaborare si decide oggi sulla rinnovata eredità del lascito religioso. Anche se questo è problema che riguarda soltanto uno dei rami in cui si è scisso il pensiero postmetafisico" (p. 15 corsivo mio).

Sembrava infatti che il problema religioso, dopo la moderna scissione tra fede e ragione, dovesse sciogliersi come chiedeva Hume, per via pacifica e senza clamore, passando per la via naturalistica ed empiristica delle considerazioni antropologiche di empiristi e utilitaristi. Invece, scrive Habermas, vediamo con sorpresa scatenarsi nella Sinistra hegeliana una furiosa polemica antireligiosa contro le confessioni del protestantesimo borghese e contro l'assimilazione hegeliana della religione nell'automovimento idealistico dello Spirito. Autori come Feuerbach, Marx e Kierkegaard (ma possiamo anche includere Nietzsche) combattono le consolazioni della religione chiesastica con spirito ardentemente anticlericale. E c'è molto di paradossale, sembra aggiungere Habermas, in questo "anticlericalismo religioso" evocante quelle tracce kantiane di ragion pratica, autonomia e libertà-della-ragione, che paiono disperse lungo la storia di una insopprimibile e irriducibile "emancipazione umana" che rifiuta di sciogliersi in fatalismo stoico.

 


Habermas - Quando il filosofo perde il senso della realtà

Una degli ultimi contributi di Habermas è stato un libretto di meno di 100 pagine (lui che solitamente ne scriveva quattromila) dal titolo (in italiano) Proteggere la vita. I diritti fondamentali alla prova della pandemia, Bologna, Il Mulino, 2022.

È un libro che riflette sulla legittimità delle misure restrittive prese (nel 2020 e 2021) dal governo tedesco per fronteggiare la diffusione del virus SARS-COV-2.

Quasi ognuno dei sette brevi capitoli del libro porta nel titolo una domanda. Le riportiamo perché ognuna di queste meriterebbe un seminario a parte:

I. La sfida globale del Sars-CoV-2 per i principali attori nazionali

Il. conflitto: misure di prevenzione più rigide o più permissive?

III. Che obiettivo ha la tutela della salute da parte dello Stato?

IV. Il governo può imporre la solidarietà ai cittadini?

V. Può il governo mettere in conto un aumento evitabile dell’eccesso di mortalità?

VI. Solidarietà del cittadino e autonomia privata della persona

VII. Come intendere il primato della tutela della vita e della salute da parte dello Stato?

Il libro nasce da un articolo uscito nel settembre 2021 dal titolo Corona und der Schutz des Lebens. Zur Grundrechtsdebatte in der pandemischen Ausnahmesituation per la rivista Blätter für deutsche und internationale Politik. Un articolo che suscitò molte reazioni contrapposte.

Le tesi centrali del libro 

Habermas sostiene che la tutela della vita e della salute costituisce un dovere fondamentale dello Stato, che può giustificare restrizioni temporanee delle libertà individuali, soprattutto quando il sistema sanitario rischia di essere sopraffatto. In contrasto con filosofi come Giorgio Agamben, egli ritiene che le misure adottate dal governo tedesco per affrontare la pandemia siano state eccessivamente “morbide”, insufficienti a garantire una protezione efficace della popolazione.

Per questo motivo, Habermas non solo ha difeso la legittimità delle restrizioni sui diritti civili — tra cui la libertà di circolazione e di riunione — come strumenti per contenere le infezioni da SARS-CoV-2, ma ha anche criticato l’approccio del governo basato sulla disponibilità dei posti in terapia intensiva, piuttosto che sul rischio di contagio in sé. Secondo lui, questo comportamento rappresentava un inadempimento del dovere costituzionale di "evitare tutte le azioni che rischiano di mettere in pericolo la vita e l'integrità fisica di un numero prevedibile di cittadini innocenti".

Habermas sostiene che nessun diritto fondamentale sia illimitato e che, in un contesto pandemico, il diritto alla vita individuale prevalga su tutti gli altri. Tale principio non è solo radicato nella cultura politica democratica tedesca del Dopoguerra, ma trova conferma anche nella Costituzione. Affermare — come hanno fatto recentemente alcuni giuristi tedeschi — che il rischio per la vita umana possa essere considerato alla pari di altri diritti fondamentali è quindi non solo immorale, ma anche giuridicamente infondato. Uno Stato democratico non può adottare politiche che aumentino i contagi e, di conseguenza, le morti prevedibili.

In questo quadro, lo Stato può legittimamente richiedere solidarietà, imponendo sacrifici individuali per prevenire un aumento evitabile della mortalità. Le limitazioni delle libertà personali possono essere giustificate a favore della sopravvivenza collettiva. La pandemia, infine, offre l’opportunità di rafforzare uno Stato di diritto più consapevole e solido, fondato su una rinnovata solidarietà tra cittadini.

Le accuse ad Habermas

Le affermazioni perentorie di Habermas hanno sorpreso non poche persone, alcune delle quali lo hanno accusato di autoritarismo. Fra le tante voci, una in particolare è stata molto dura con lui. Quella di Andreas Rosenfelder, caporedattore del quotidiano conservatore tedesco Die Welt, che l'11 ottobre 2021 rimproverava Habermas di creare un "leviatano biopolitico che può limitare ogni libertà allo scopo di controllare i contagi, sempre e ovunque, senza condizioni e senza misura". 

Fa specie che una tale critica giunga da un quotidiano, cioè uno dei principali strumenti (insieme ai circoli letterari, i caffè, le riviste ecc.) della nascita nel Settecento di quella opinione pubblica borghese (oggetto proprio della tesi di dottorato di Habermas nel 1961), al cui interno si sviluppa il pensiero critico nei confronti del potere costituito, pensiero basato su razionalità, consapevolezza e indipendenza rispetto al potere. La critica della società, il fulcro delle riflessioni della Scuola di Francoforte, finisce triturata proprio da uno dei suoi paladini. Il quale, in merito alle contestazioni – ormai all’ordine del giorno – delle misure anti-contagio imposte dai governi ai propri cittadini, taccia i critici del lockdown come "libertari", contrarie[1] quindi all'autorità statale per definizione. 

Proprio Habermas, che aveva visto nelle studentesse del ’68 il nuovo soggetto politico, che avrebbe preso il posto della classe operaia. Si vede che a quel tempo le contestazioni andavano bene. Adesso no.

Il mondo astratto di Habermas (e non solo di lui): quando ci si ferma ai princìpi

Habermas è vittima del suo stesso modo astratto (per principi) di ragionare sui problemi sociali, senza tener conto della loro specificità, del caso per caso, della situazione per situazione. Per cui, conciliare libertà e solidarietà, oppure accettare e legittimare la limitazione delle libertà individuali a favore della sopravvivenza collettiva, o ancora non contrapporre la politica del bene comune a quella del bene individuale, appaiono come dilemmi vuoti, senza senso, se non ancorati a un problema concreto. 

Faccio un esempio: nel 2015, secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente in Italia sono morte 84.400 persone per inquinamento atmosferico. 

Come mai non c’è stato nessun blocco del traffico? Perché lo Stato non ha imposto misure restrittive alla libertà di movimento, al pari di quelle attivate per la malattia Covid19? Abbiamo tutti notato che durante il lockdown l’inquinamento è sceso drammaticamente. Perché allora non permettere solo ai mezzi pubblici di circolare (peraltro nel lockdown neanche quelli transitavano)?

Durante gli anni a cui Habermas fa riferimento nel suo libro, ci sono state diverse scienziate, mediche, biologhe, esperte di salute pubblica che hanno contestato le politiche sanitarie e le strategie adottate dai governi. Non su basi libertarie, ma portando proposte scientifiche ed esperienze di cura della malata.

E diverse delle cose che sostiene (e legittima) Habermas si sono rivelate poi infondate.

Non è l’obiettivo di un post farne l’elenco e argomentarle.

Ne indico soltanto una.

Le fake news del governo

Il 22 luglio 2021, il Presidente del Consiglio Mario Draghi, in una memorabile conferenza stampa a Palazzo Chigi, disse: "L'appello a non vaccinarsi è un appello a morire, sostanzialmente. Non ti vaccini, ti ammali e muori. Oppure fai morire. Non ti vaccini, ti ammali, contagi, lui lei muore. Questo è. Secondo, senza vaccinazione si deve chiudere tutto di nuovo”.

La sera del 25 gennaio 2022, durante la trasmissione Di Martedì su La7, il prof. Pierpaolo Sileri (ordinario di medicina e all'epoca sottosegretario alla Salute) rivolgendosi alle persone non vaccinate dal covid e parlando dell’obbligo al green pass, ebbe a dire: “Vi renderemo la vita difficile… perché siete pericolosi”.

Su quali dati scientifici si basassero queste affermazioni non è dato saperlo.

Tuttavia, il 10 ottobre 2022, il parlamentare europeo olandese Robert Roos, durante un’audizione pose a Janine Small (responsabile dei mercati internazionali di Pfizer) due domande: "Il vaccino anti-Covid della Pfizer è stato testato per la sua capacità di bloccare la trasmissione del virus prima di essere immesso sul mercato? In caso contrario, si prega di specificarlo chiaramente. In caso affermativo, siete disposti a condividere i dati con questa commissione?"

Come risposta rispetto ai test, Janine Small ammise candidamente: “No. Dovevamo muoverci alla velocità della scienza per capire veramente cosa stesse succedendo nel mercato. E da questo punto di vista, dovevamo fare tutto a rischio. Penso che il dottor Bourla stesso ve lo direbbe, se non a noi, chi altro?”.

Peraltro, Pfizer ha sempre detto ufficialmente che i loro studi clinici non sono mai stati progettati per misurare l'effetto del vaccino sulla trasmissione virale, né hanno affermato il contrario. Infatti, l'11 dicembre 2020 la stessa Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti ha autorizzato il vaccino COVID-19 di Pfizer affermando (in un comunicato stampa) che "al momento, non sono disponibili dati per determinare per quanto tempo il vaccino fornirà protezione, né vi sono prove che il vaccino prevenga la trasmissione del SARS-CoV-2 da persona a persona". Lo stesso comunicato afferma, inoltre: "Il vaccino è stato efficace al 95% nel prevenire la malattia da COVID-19 tra i partecipanti a questi studi clinici, con otto casi di COVID-19 nel gruppo vaccino e 162 nel gruppo placebo". Ciò chiarisce che il vaccino avrebbe dovuto agire sulla malattia e non sulla trasmissione dell'agente patogeno stesso.

Ma allora, se il vaccino non impediva la diffusione del virus, perché fu reso obbligatorio il green pass la cui utilità si basava proprio sul fatto (a questo punto solo supposto) che il vaccino bloccava la trasmissione e e le vaccinate potevano andare in giro tranquillamente, mentre le non vaccinate no?

In altre parole, l’idea preventiva del green pass si basava su dati inesistenti.

Pensando ad Habermas, viene in mente la celebre citazione di Oscar Wilde: "con l'età arriva la saggezza, ma a volte si presenta semplicemente da sola”.

 

 


 

NOTE

[1] Uso il femminile sovraesteso


Habermas - Nella spirale dei pensieri

La sfera pubblica

Una decina di anni fa Jürgen Habermas ha concesso un’intervista a Markus Schwerin per la Frankfurter Rundschau, in cui prendeva corpo la svolta della sua interpretazione sul ruolo di Internet nella formazione della “sfera pubblica e deliberativa” della contemporaneità, con un cambio di impostazione rispetto allo scetticismo dei primi anni Duemila. Il percorso di valutazione della Rete si sarebbe concluso con la pubblicazione nel 2022 di Nuovo mutamento della sfera pubblica e politica deliberativa, con una nuova diagnosi sullo stato dell’opinone pubblica nella vita politica delle democrazie liberali. La questione dei media nello sviluppo della discussione critica si è sempre trovato al centro della riflessione di Habermas, che ha raggiunto la fama internazionale nel 1962 con la pubblicazione del suo primo saggio (una rielaborazione della sua tesi di dottorato), Storia e critica dell’opinione pubblica.

La creazione di uno spazio pubblico in cui sia possibile il dibattito razionale infatti coincide con il processo di legittimazione del potere, e di fondazione della deliberazione democratica. I meccanismi di confronto e azione comunicativa si presentano in Habermas come la generalizzazione degli ambienti liberali del periodo illuministico, che hanno accompagnato e sostenuto la nascita dei primi giornali. La funzione delle testate era anzitutto ideologica, rivolta alla critica del potere assoluto, in favore della trasparenza della gestione statale e della libertà di pensiero. Il passaggio alle istituzioni della democrazia di massa tra Otto e Novecento ha innescato una metamorfosi dei quotidiani e delle riviste, che si sono adeguati alla configurazione capitalistica delle altre imprese private. Nel momento in cui l’utilità pubblica viene subordinata alle esigenze della redditività, la ricerca del consenso assume un valore più rilevante dello stimolo al dialogo. La manipolazione dell’opinione finisce per prevalere sull’obiettivo di alimentare un dialogo razionale che conduca alla deliberazione fondata sul discorso migliore. Al contempo, l’organizzazione imprenditoriale dei giornali cade in un conflitto di interessi strutturale, perché la missione di sorveglianza sul potere dovrebbe sottoporre a vigilanza il dispotismo economico in cui sono coinvolti i proprietari o i finanziatori delle case editrici.

I giornali vivono quindi un’ambivalenza di fondo, tra la funzione democratica del dibattito pubblico, e la funzione commerciale di sostegno della propaganda – spesso attraverso una degenerazione nell’intrattenimento.

Le ambiguità della Rete

Le prime elaborazioni teoretiche di Habermas su internet sono state improntate allo scetticismo. Alcuni elementi di questa riflessione preliminare si sono conservati fino al saggio del 2022: il focus sulla frammentazione del discorso si costituisce come un leitmotiv dell’analisi della Rete. Sotto questo riguardo il pensiero di Habermas converge con le analisi critiche sulle echo chambers che si sviluppano nelle nicchie di conversazione su forum e social media. L’isolamento dei vari gruppi conduce ad una polverizzazione delle posizioni ideologiche, senza che si riesca a stabilire una gerarchia di rilevanza dei problemi, né a costruire un dibattito con riferimenti e dizionari coerenti per rendere possibile il confronto razionale.

L’intervista con Markus Schwerin introduce però altri motivi di indagine, che conducono verso l’articolazione più complessa della concettualizzazione del nuovo mutamento nella sfera pubblica. Alla domanda «Internet è vantaggioso o svantaggioso per la democrazia?», Habermas rispondeva così:

«Non è né l'una né l'altra cosa. Dopo l'invenzione della scrittura e della stampa, la comunicazione digitale rappresenta la terza grande innovazione nel campo dei media. Con la loro introduzione, queste tre forme di media hanno permesso a un numero sempre crescente di persone di accedere a una massa sempre maggiore di informazioni. Queste informazioni sono state create per essere sempre più durature e accessibili con maggiore facilità. Con l'ultimo passo, rappresentato da Internet, ci troviamo di fronte a una sorta di "attivazione" in cui i lettori stessi diventano autori. Tuttavia, questo di per sé non si traduce automaticamente in un progresso a livello della sfera pubblica. Nel corso del XIX secolo – grazie ai libri e ai quotidiani – abbiamo assistito alla nascita di sfere pubbliche nazionali in cui l'attenzione di un numero imprecisato di persone poteva concentrarsi simultaneamente sugli stessi identici problemi. Ciò, tuttavia, non dipendeva dal livello tecnico con cui i fatti venivano moltiplicati, accelerati e resi duraturi. In fondo, si tratta degli stessi movimenti centrifughi che si verificano ancora oggi sul web. La sfera pubblica classica, al contrario, nasceva dal fatto che l'attenzione di un pubblico anonimo si "concentrava" su poche questioni politicamente rilevanti che dovevano essere regolate. Questo è ciò che il web non sa produrre. Al contrario, il web distrae e disperde. Si pensi, ad esempio, alle migliaia di portali che nascono ogni giorno: per i collezionisti di francobolli, per gli studiosi di diritto costituzionale europeo, per i gruppi di supporto per gli ex alcolisti. Nel mare magnum del rumore digitale, queste comunità comunicative sono come arcipelaghi dispersi: ce ne sono miliardi. Ciò che manca a questi spazi comunicativi (chiusi in se stessi) è un legame inclusivo, la forza inclusiva di una sfera pubblica che metta in luce ciò che è realmente importante. Per creare questa "concentrazione", è innanzitutto necessario saper scegliere – conoscere e commentare – i contributi, le informazioni e le tematiche rilevanti. Insomma, anche nel mare magnum del rumore digitale, le competenze del buon vecchio giornalismo – necessarie oggi come lo erano ieri – non devono andare perdute».

La possibilità da parte dei cittadini di non essere solo recettori del dibattito, e di recitare anche la parte degli autori nella discussione, si scontra con gli effetti controproducenti di alcune condizioni, che si aggiungono alle echo chambers. La disintermediazione dai giornali infatti elimina la selezione degli argomenti di interesse collettivo, e l’elaborazione del dizionario comune per discuterne, che appartenevano al funzionamento tradizionale della sfera pubblica. Il rischio di manipolazioni e distorsioni diventa una criticità di portata inedita. 

Inoltre, la tendenza dei social media (e della Rete in generale) è la polarizzazione delle opinioni, con l’indebolimento complessivo delle pratiche comunicative che dovrebbero condurre alla deliberazione. Inclusione, trasparenza, imparzialità, autonomia della ragione, sono valori minacciati dall’introversione dello spazio pubblico in una miriade di spazi privati, quelli delle nicchie con i loro leader e influencer locali.

La minaccia incombe sulla lucidità della ragione illuministica che Habermas invoca come fondamento della legittimità del potere democratico. La sua riflessione nell’intervista con Schwerin prosegue infatti in questo modo:

«In una società pluralista, il processo democratico è l'unica fonte di decisioni riconosciute come legittime. Da un lato, questo processo garantisce l'inclusione (ovvero la partecipazione di tutti i cittadini), dall'altro, la deliberazione (ad esempio, le campagne elettorali e i dibattiti parlamentari, sulla base di ciò che l'elettorato e i legislatori decidono di scegliere). Proprio grazie a questo elemento di dibattito pubblico – un dibattito che deve avvenire prima del voto – il risultato delle elezioni politiche (la ripartizione del potere tra partiti rivali) è qualcosa di diverso da un semplice sondaggio d'opinione. Ciò non ha molto a che fare con i processi di conoscenza scientifica, quanto con l'aspettativa che i problemi politici possano essere affrontati con la soluzione più razionale possibile. Questa “aspettativa di razionalità” richiede infatti che – nella formulazione di proposte significative – informazioni affidabili e buone ragioni siano pubblicamente messe sul tavolo. In questo processo, le ragioni normative spesso giocano un ruolo più importante dei dati empirici effettivi o delle analisi degli esperti. In ogni caso devono sempre essere ragioni capaci di “quantificare”. Questa dimensione cognitiva della formazione della volontà (sia dei cittadini che dei politici) assume un’importanza ancora maggiore quando l’orizzonte di incertezza, in cui dobbiamo prendere decisioni, cresce».

La fiducia nella forza della ragione e del dialogo rimarranno tra gli insegnamenti più significativi che Habermas ci abbia lasciato in eredità.

 


 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

J. Habermas, M. Schwerin, Im Sog der Gedanken, «Frankfurter Rundschau», 14/15 giugno 2014.

J. Habermas, Storia e critica dell’opinione pubblica, Laterza 2005.

J. Habermas, Nuovo mutamento della sfera pubblica e politica deliberativa, Raffaello Cortina Editore, 2023.