Una degli ultimi contributi di Habermas è stato un libretto di meno di 100 pagine (lui che solitamente ne scriveva quattromila) dal titolo (in italiano) Proteggere la vita. I diritti fondamentali alla prova della pandemia, Bologna, Il Mulino, 2022.
È un libro che riflette sulla legittimità delle misure restrittive prese (nel 2020 e 2021) dal governo tedesco per fronteggiare la diffusione del virus SARS-COV-2.
Quasi ognuno dei sette brevi capitoli del libro porta nel titolo una domanda. Le riportiamo perché ognuna di queste meriterebbe un seminario a parte:
I. La sfida globale del Sars-CoV-2 per i principali attori nazionali
Il. conflitto: misure di prevenzione più rigide o più permissive?
III. Che obiettivo ha la tutela della salute da parte dello Stato?
IV. Il governo può imporre la solidarietà ai cittadini?
V. Può il governo mettere in conto un aumento evitabile dell’eccesso di mortalità?
VI. Solidarietà del cittadino e autonomia privata della persona
VII. Come intendere il primato della tutela della vita e della salute da parte dello Stato?
Il libro nasce da un articolo uscito nel settembre 2021 dal titolo Corona und der Schutz des Lebens. Zur Grundrechtsdebatte in der pandemischen Ausnahmesituation per la rivista Blätter für deutsche und internationale Politik. Un articolo che suscitò molte reazioni contrapposte.
Le tesi centrali del libro
Habermas sostiene che la tutela della vita e della salute costituisce un dovere fondamentale dello Stato, che può giustificare restrizioni temporanee delle libertà individuali, soprattutto quando il sistema sanitario rischia di essere sopraffatto. In contrasto con filosofi come Giorgio Agamben, egli ritiene che le misure adottate dal governo tedesco per affrontare la pandemia siano state eccessivamente “morbide”, insufficienti a garantire una protezione efficace della popolazione.
Per questo motivo, Habermas non solo ha difeso la legittimità delle restrizioni sui diritti civili — tra cui la libertà di circolazione e di riunione — come strumenti per contenere le infezioni da SARS-CoV-2, ma ha anche criticato l’approccio del governo basato sulla disponibilità dei posti in terapia intensiva, piuttosto che sul rischio di contagio in sé. Secondo lui, questo comportamento rappresentava un inadempimento del dovere costituzionale di “evitare tutte le azioni che rischiano di mettere in pericolo la vita e l’integrità fisica di un numero prevedibile di cittadini innocenti”.
Habermas sostiene che nessun diritto fondamentale sia illimitato e che, in un contesto pandemico, il diritto alla vita individuale prevalga su tutti gli altri. Tale principio non è solo radicato nella cultura politica democratica tedesca del Dopoguerra, ma trova conferma anche nella Costituzione. Affermare — come hanno fatto recentemente alcuni giuristi tedeschi — che il rischio per la vita umana possa essere considerato alla pari di altri diritti fondamentali è quindi non solo immorale, ma anche giuridicamente infondato. Uno Stato democratico non può adottare politiche che aumentino i contagi e, di conseguenza, le morti prevedibili.
In questo quadro, lo Stato può legittimamente richiedere solidarietà, imponendo sacrifici individuali per prevenire un aumento evitabile della mortalità. Le limitazioni delle libertà personali possono essere giustificate a favore della sopravvivenza collettiva. La pandemia, infine, offre l’opportunità di rafforzare uno Stato di diritto più consapevole e solido, fondato su una rinnovata solidarietà tra cittadini.
Le accuse ad Habermas
Le affermazioni perentorie di Habermas hanno sorpreso non poche persone, alcune delle quali lo hanno accusato di autoritarismo. Fra le tante voci, una in particolare è stata molto dura con lui. Quella di Andreas Rosenfelder, caporedattore del quotidiano conservatore tedesco Die Welt, che l’11 ottobre 2021 rimproverava Habermas di creare un “leviatano biopolitico che può limitare ogni libertà allo scopo di controllare i contagi, sempre e ovunque, senza condizioni e senza misura“.
Fa specie che una tale critica giunga da un quotidiano, cioè uno dei principali strumenti (insieme ai circoli letterari, i caffè, le riviste ecc.) della nascita nel Settecento di quella opinione pubblica borghese (oggetto proprio della tesi di dottorato di Habermas nel 1961), al cui interno si sviluppa il pensiero critico nei confronti del potere costituito, pensiero basato su razionalità, consapevolezza e indipendenza rispetto al potere. La critica della società, il fulcro delle riflessioni della Scuola di Francoforte, finisce triturata proprio da uno dei suoi paladini. Il quale, in merito alle contestazioni – ormai all’ordine del giorno – delle misure anti-contagio imposte dai governi ai propri cittadini, taccia i critici del lockdown come “libertari”, contrarie[1] quindi all’autorità statale per definizione.
Proprio Habermas, che aveva visto nelle studentesse del ’68 il nuovo soggetto politico, che avrebbe preso il posto della classe operaia. Si vede che a quel tempo le contestazioni andavano bene. Adesso no.
Il mondo astratto di Habermas (e non solo di lui): quando ci si ferma ai princìpi
Habermas è vittima del suo stesso modo astratto (per principi) di ragionare sui problemi sociali, senza tener conto della loro specificità, del caso per caso, della situazione per situazione. Per cui, conciliare libertà e solidarietà, oppure accettare e legittimare la limitazione delle libertà individuali a favore della sopravvivenza collettiva, o ancora non contrapporre la politica del bene comune a quella del bene individuale, appaiono come dilemmi vuoti, senza senso, se non ancorati a un problema concreto.
Faccio un esempio: nel 2015, secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente in Italia sono morte 84.400 persone per inquinamento atmosferico.
Come mai non c’è stato nessun blocco del traffico? Perché lo Stato non ha imposto misure restrittive alla libertà di movimento, al pari di quelle attivate per la malattia Covid19? Abbiamo tutti notato che durante il lockdown l’inquinamento è sceso drammaticamente. Perché allora non permettere solo ai mezzi pubblici di circolare (peraltro nel lockdown neanche quelli transitavano)?
Durante gli anni a cui Habermas fa riferimento nel suo libro, ci sono state diverse scienziate, mediche, biologhe, esperte di salute pubblica che hanno contestato le politiche sanitarie e le strategie adottate dai governi. Non su basi libertarie, ma portando proposte scientifiche ed esperienze di cura della malata.
E diverse delle cose che sostiene (e legittima) Habermas si sono rivelate poi infondate.
Non è l’obiettivo di un post farne l’elenco e argomentarle.
Ne indico soltanto una.
Le fake news del governo
Il 22 luglio 2021, il Presidente del Consiglio Mario Draghi, in una memorabile conferenza stampa a Palazzo Chigi, disse: “L’appello a non vaccinarsi è un appello a morire, sostanzialmente. Non ti vaccini, ti ammali e muori. Oppure fai morire. Non ti vaccini, ti ammali, contagi, lui lei muore. Questo è. Secondo, senza vaccinazione si deve chiudere tutto di nuovo”.
La sera del 25 gennaio 2022, durante la trasmissione Di Martedì su La7, il prof. Pierpaolo Sileri (ordinario di medicina e all’epoca sottosegretario alla Salute) rivolgendosi alle persone non vaccinate dal covid e parlando dell’obbligo al green pass, ebbe a dire: “Vi renderemo la vita difficile… perché siete pericolosi”.
Su quali dati scientifici si basassero queste affermazioni non è dato saperlo.
Tuttavia, il 10 ottobre 2022, il parlamentare europeo olandese Robert Roos, durante un’audizione pose a Janine Small (responsabile dei mercati internazionali di Pfizer) due domande: “Il vaccino anti-Covid della Pfizer è stato testato per la sua capacità di bloccare la trasmissione del virus prima di essere immesso sul mercato? In caso contrario, si prega di specificarlo chiaramente. In caso affermativo, siete disposti a condividere i dati con questa commissione?”
Come risposta rispetto ai test, Janine Small ammise candidamente: “No. Dovevamo muoverci alla velocità della scienza per capire veramente cosa stesse succedendo nel mercato. E da questo punto di vista, dovevamo fare tutto a rischio. Penso che il dottor Bourla stesso ve lo direbbe, se non a noi, chi altro?”.
Peraltro, Pfizer ha sempre detto ufficialmente che i loro studi clinici non sono mai stati progettati per misurare l’effetto del vaccino sulla trasmissione virale, né hanno affermato il contrario. Infatti, l’11 dicembre 2020 la stessa Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti ha autorizzato il vaccino COVID-19 di Pfizer affermando (in un comunicato stampa) che “al momento, non sono disponibili dati per determinare per quanto tempo il vaccino fornirà protezione, né vi sono prove che il vaccino prevenga la trasmissione del SARS-CoV-2 da persona a persona”. Lo stesso comunicato afferma, inoltre: “Il vaccino è stato efficace al 95% nel prevenire la malattia da COVID-19 tra i partecipanti a questi studi clinici, con otto casi di COVID-19 nel gruppo vaccino e 162 nel gruppo placebo”. Ciò chiarisce che il vaccino avrebbe dovuto agire sulla malattia e non sulla trasmissione dell’agente patogeno stesso.
Ma allora, se il vaccino non impediva la diffusione del virus, perché fu reso obbligatorio il green pass la cui utilità si basava proprio sul fatto (a questo punto solo supposto) che il vaccino bloccava la trasmissione e e le vaccinate potevano andare in giro tranquillamente, mentre le non vaccinate no?
In altre parole, l’idea preventiva del green pass si basava su dati inesistenti.
Pensando ad Habermas, viene in mente la celebre citazione di Oscar Wilde: “con l’età arriva la saggezza, ma a volte si presenta semplicemente da sola”.
NOTE
[1] Uso il femminile sovraesteso
Autore
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Professore ordinario di Sociologia delle Scienze e delle Tecnologie, presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Milano. Per molti anni si è occupato di epistemologia e metodologia della ricerca sociale. Attualmente si dedica allo studio dei “sensi sociali” e di controversie scientifiche nel campo della salute. Per le sue pubblicazioni cliccare il link qui sotto.
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