Dove esiste la filosofia?
L’epoca attuale ha certamente una sua specificità nell’uso delle forme di potere politico ed economico che si impongono eterodirigendo e determinate visioni del mondo. Asservirsi a un certo tipo di paradigma, ideologia o lettura della realtà, sia pur essa filosofica, accettata o meno dai più, fa i conti oggi più che mai con una società in cui la democrazia e le libertà investe l’opinione pubblica, condannando o approvando determinate condotte.
A questo punto una delle domande che si adombrano in modo impellente è quella riguardante che chiede “dove esiste” la filosofia, dove si esaurisce oltre le pagine dei libri. Come può cioè la filosofia, seppur nelle sue variegatissime sfaccettature da un pensatore all’altro, condurci a una presa di coscienza inamovibile su temi significativi, nei quali la complessità del reale sembra distaccarci e spaesarci, finanche a erodere la distinzione tra il vero e il non vero, o esplicitare più “forme di verità”.
Le forme di verità
Proprio su questa tesi delle “forme di verità” desidererei concentrarmi. Soprattutto Michel Foucault in tempi recenti aveva affermato come nella storia dei popoli e delle culture sia siano collocate certe idee di verità, inscritte all’interno di un contesto storico-antropologico particolare che se ne faceva garante. Nella storia non esiste una uniforme lettura della verità. Era all’opposto il contesto, secondo questo pensatore che avanzava o osteggiava una lettura particolare del lecito e del non lecito, del vero e del falso, e di ciò che era ammissibile o no. Tale valutazione che il pensatore francese delineava in gran parte dei suoi seminari della maturità, si inscrive a detta di molti critici nella tradizione “critica” di cui Kant stesso si faceva portavoce. L’ opera foucaultiana potrebbe perciò essere definita come una “storia critica del pensiero”.
La storia critica del pensiero non è tuttavia, né una storia delle acquisizioni, né una storia degli occultamenti della verità; è la storia dell’emergere dei “giochi di verità” da un’epoca all’altra; è per Foucault la storia delle “veridizioni”, intese come le forme secondo cui, in un ambito di cose, si articolano i discorsi suscettibili di essere definiti veri o falsi. E anche la nostra società odierna è immersa in questi giochi di verità, per cui comprenderla con un approccio critico e discernere ciò che compete alla riflessione filosofica, risulta estremamente difficile.
Modernità liquida e fenomeni critici
Perché desidero trattare ciò? Siamo approdati in una periodizzazione tardo-moderna (o forse post-moderna) della storia in cui la complessità globale affiora in modo prepotente sugli individui e i gruppi umani. Il sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman già vent’anni fa, dichiarava che fossimo entrati in una fase di “modernità liquida”. Ha cioè constatato che siamo immersi uno scenario storico in cui alla dimensione solida valoriale e stabile delle società tradizionali si sostituisce una dimensione accelerata, dominata dal progresso tecnoscientifico inesorabile in cui il profitto, i ritmi di lavoro incessanti e la sovrastimolazione consumistica e mediatica scandiscono le nostre vite. Tutto cambia in modo repentino, dalle relazioni, all’economia, al lavoro, alla famiglia; i legami sociali si fluidificano, si assiste a precarietà dei rapporti, a instabilità. Simile liquidità sul piano epistemico e comprensivo si traduce in una “mancata corrispondenza” tra ciò che si vuol comprendere ˗ l’oggetto o il fenomeno ˗ e il suo dispiegarsi, imprevedibile e in imperterrita trasformazione i cui effetti, spesso nefasti, appaiono di difficile valutazione e controllo anche da parte dei medesimi specialisti. Lo studioso polacco vedeva nelle politiche neoliberiste e di deregolamentazione economica, di cui la Thatcher era la massima esponente negli anni Ottanta, la spinta che ha distrutto la società solida e collettiva del passato, portando alla società liquida di adesso[1].
Le trasformazioni sempre più accelerate conducono infatti all’affacciarsi di fenomenicità inedite e problematiche. Da un lato notiamo la crisi valoriale e civile, oltre che economica e politica che non si armonizza con il progresso tecnologico che invade le nostre quotidianità. Esso è malauguratamente legato all’uso fuori controllo dei dispositivi digitali e delle “intelligenze generative” che nei tempi recenti sembra da un momento all’altro sfuggire di mano, alimentando solitudini e individualismi perennemente esasperati lanciando nuove pratiche economiche su scala globale come il neuro-tecno capitalismo o “capitalismo libidinale”. Simile situazione contestuale si acuisce negli individualismi e in forme narcisistiche, nella superficialità dei legami sociali, nello scaturire diffuso di nuove forme di nevrosi e dipendenza, a loro volta correlate a particolari e inaccettabili relazioni pervertite che sfociano facilmente in violenza, tra cui il dramma all’ordine del giorno dei femminicidi. E a ciò potrebbero aggiungersi violenze e discriminazioni legate al mobbing, al vandalismo sempre più diffuso ˗ specialmente in territorio italiano negli ultimi periodi ˗ delle bande giovanili e delle forme di bullismo. L’elenco sarebbe sconfinato: discriminazioni di genere, omo-transfobia, frammentazione della famiglia sono solo i fenomeni più diffusi. E su larga scala ci si trova a far fronte crisi climatiche e ambientali, emergenze migratorie inaggirabile, avanzamento della xenofobia in un tessuto sociale ormai multiculturale e stratificato, sempre però pronto rivendicare contro il multiculturalismo, l’identità della cultura autoctona e maggioritaria, magari anche in forme ideologiche e anti-democratiche.
Derive ideologiche estremiste come succedanee dello Stato
Le derive ideologiche dal carattere estremista prendono piede poiché fa leva sui bisogni delle classi medio-basse, sostituendosi allo Stato e ai governi che non sono più in grado di dare risposte o di essere vicini alle collettività. E così queste derive si sostituiscono allo Stato offrendo ipotetiche soluzioni ai malcontenti sociali, facendo leva su paure e offrendo capri espiatori come causa di queste paure e disagi. E in tal senso continuano a far proselitismo e a subordinare le masse, contro approcci solidali all’accoglienza del diverso e dello straniero. Il ritorno delle ideologie di estrema destra e dei fascismi ˗ spesso associato a una debolezza delle sinistre e a una strumentalizzazione dell’ondata xenofobica – denota totalmente il fenomeno.
Lo possiamo riscontrare in episodi recentissimi che di volta in volta rievocano lo spettro del fascismo ed eventuali personaggi che vi avevano aderito. La legge italiana non ammette l’apologia di reato, ma consente la commemorazione pubblica di personaggi legati anche a ideologie di regime. Tra questi vi è stata la recente ricorrenza dell’anniversario di Almerigo Griz a Trieste il 19 maggio 2026. Si è voluto ricordare un reporter inviato di guerra, che nondimeno proprio a causa delle sue idee fasciste era stato ostracizzato dall’Università di Trieste in cui risultava iscritto. Nel giorno della sua commemorazione però, gruppi aderenti al neofascismo oltre a rendere onore a Griz con riti e saluti romani, sono stati autori di aggressioni nei confronti di troupe giornalistiche e manifestanti antifascisti causando feriti. È dunque lecito chiedersi: cosa ci azzecca tutto ciò nel celebrare un uomo, un reporter al di là della sua ideologia criticabilissima? Ci si domanda perché strumentalizzare tutto in funzione di una ideologia malsana e proibita che ha portato tanta distruzione e male al nostro Paese? Il reporter rievocato in quest’ottica ideologica passa in secondo piano, o forse diventa quasi vittima dell’antifascismo, possedendo un pensiero politico contrapposto che dovrebbe, a detta dei commemoranti, essere democraticamente espresso. Non sono nuove queste dinamiche; anche a Milano nelle annuali commemorazioni di un altro giovane aderente a codesta ideologia, Sergio Ramelli, vi sono stati nel corso del tempo diversi scontri.
Letture dei fatti che “non convergono” sui fatti
Ciò che conta non è solo il fatto spiacevole in sé, bensì la lettura che è stata lanciata e propagandata dell’evento, totalmente errata; quasi che codesti gruppi neofascisti siano stati provocati dagli antifascisti e dai giornalisti lì presenti. Si è voluto condannare l’antifascismo visto dai commemoranti come atto provocatorio. Tale lettura non aderente alla realtà del fatto, è pero diventata virale e persino tristemente ben vista da una certa opinione pubblica e da una certa politica, lanciando una notizia del tutto scorretta attraverso i media, su quanto veramente accaduto.
Al di là dei “giochi di verità” di cui parlava Foucault, chiunque sosterrebbe che quando un fatto nelle sue dinamiche repressive e interindividuali di violenza è ben acclarato, si emancipa da una certa visione soggettiva del vero e del falso, ossia da un’opinione che tende a contraddire il fatto stesso.
Verum et factum converuntur difatti sosteneva il filosofo Giambattista Vico, ossia “il vero e il fatto convergono”, ma qualora ne dia una interpretazione soggettiva a scapito dell’oggettività, la convergenza si perde, si fa il gioco del sensazionalismo, se ne esagerano dei tratti riportando qualcosa di distorto. Gran parte del mondo, perlopiù quello mediatico, si muove su questa linea, ossia sulla “non convergenza” dei fatti acclarati con le opinioni che non hanno ben nulla da spartire con questi ultimi. “Non ci sono fatti ma solo interpretazioni” sosteneva Nietzsche, eppure in questi casi come può farsi avanti una responsabilità morale quando dello stesso accadimento si offrono visioni alterate o scorrette nonostante oggettività acclarate? Non è mia presunzione asserire che bisogna conoscere i fatti in tutte le loro determinazioni e contingenze. Quantomeno bisogna conoscerli e “provarli” nelle contingenze relative all’agire interindividuale; ciò credo sia giusto per non dar adito a interpretazioni surreali e non aderenti alla realtà, costruendo poi su di esse ulteriori opinioni che tendono a diffondersi, diventando virali, snaturando e involgarendo il fatto stesso.
In tal senso il “fatto” ˗ inteso come avvenimento provato e ricondotto all’agito interindividuale ˗ si autogiustificherebbe da sé, è già “oltre le opinioni” che se ne danno. Si autodetermina poiché ci pone innanzi a responsabilità morali in cui viene appellata l’agentività di ognuno di noi. Le opinioni diversificate su di esso non contano, portano al relativismo dei modi di vedere. E se tra codeste interpretazioni, quella che non aderisce ai fatti viene legittimata, cosa accadrebbe su larga scala? Le personalità più socialmente più forti, i leader d’opinione, avendo un’affermata posizione sociale ˗ ossia chi ha il potere politico o un dato ruolo ˗ “rideterminano” un fatto in virtù delle proprie letture. È un po’ anche quello che ha sempre fatto il quarto potere, una buona parte dei mass-media e di una certa stampa. Chi ha un potere sull’opinione pubblica giudica i fatti prediligendoli secondo una propria ideologia. Se ne porta avanti l’opinione che più conviene, magari schierata politicamente. Se ciò accade non si fa altro che alimentare il falso. Si rischia di costruire “tesi prevaricanti” oltre l’oggettività dell’accaduto. Per questo onde evitare ciò sarebbe da considerare l’opacità del fatto come qualcosa di inaggirabile poiché autoevidente rispetto alle opinioni. Da una simile tesi partiva il Manifesto del nuovo realismo di Ferraris contro la legittimazione di fake news e populismi.
Durante la pandemia del Covid-19 abbiamo avuti infiniti esempi di divergenze d’opinione, pure da parte di esperti. È altresì vero che non si conosceva il virus, non si conosceva a fondo il fenomeno pandemico e la sua diffusione, nonché le trasformazioni delle forme virali. Si è dunque alimentata la polarizzazione di molteplici pareri e in ogni caso, incompleti su qualcosa che ancora era oggetto di ricerche, i cui effetti a lungo termine tutt’ora non sono conosciuti. La comprensione del fatto quindi, in quel caso non era ancora dispiegata e tuttavia i pareri sentenziavano anticipatamente come fosse giusto e sbagliato agire. Certo stiamo parlando di una conoscenza epistemica che potrebbe svilupparsi e progredire, gravida di conseguenze. Da essa tuttavia partivano gli interventi politici, gli schieramenti e le accuse e si montava odio verso taluni operatori, si costruivano teorie che avevano ben poco da spartire non conoscendo ancora l’evoluzione reale del fenomeno. E da essa iniziava così l’agire interindividuale e le responsabilità.
Esercizio pratico dell’accoglienza e letture xenofobe
Un’altra recente vicenda svoltasi sempre a Trieste, è stato il progetto educativo su degli studenti di un istituto comprensivo di Marostica, della provincia di Vicenza. Gli studenti sono stati indirizzati dalla scuola a servire pasti ai migranti della rotta balcanica che da diversi anni occupano gli spazi di Piazza della Libertà. Ciò è avvenuto in collaborazione con un’associazione di volontariato operante in quello spazio. È anche vero che quella piazza era stata fonte di scontri e violenze nei giorni precedenti e ciò poteva essere un pericolo per gli stessi minori, anche se supervisionati e aiutati da figure ad hoc. Su questo punto si è inasprita una forte polemica mediatica e politica che ha persino fatto giungere sul posto il ministro dell’Istruzione. Si è parlato di strumentalizzare i fanciulli e di pericolosità, su stranieri clandestini che potevano fare del male. In realtà gli studenti non sono mai stati soli; è stata un’iniziativa educativa e di volontariato, per far conoscere la condizione dell’essere migrante e povero, per far capire quanto e come sia significativo aiutare chi è meno fortunato di noi e vive in una condizione di miseria. Ben sappiamo come le scuole o altri enti, tra cui associazioni e comunità parrocchiali, si fanno sovente carico di simili iniziative e non vi è nulla di strano.
Dove sta quindi l’esercizio pratico della morale e dell’accoglienza se non in questi gesti? Dove si circoscrive lo spazio malauguratamente sempre meno presente nella società, in cui la donazione diventa una risposta solidale oltre che educativa, una risposta ai fenomeni di oppressione e bullismo? Ma l’interrogativo più importante è stata l’interpretazione fuorviante che sempre una certa politica si è incaricata di diffondere, creando così una manipolata “visione della verità” costruita e foraggiata, inalberando odio e xenofobia. A ciò nondimeno, si potrebbe ribattere che l’impoverimento e il disagio socio-culturale è talmente pressante nella condizione di tanti migranti che li conduce facilmente a imbarbarirsi, a furti o ad atti violenti e incivili. Perciò anche il volontariato in simili situazioni così rischiose potrebbe essere un pericolo. Certamente, il disagio culturale incide su atti violenti, o su reati reiterati. Un “fatto” è identificare il malfattore indipendentemente dal suo status di straniero; mentre un altro è cogliere nel malfattore i motivi della sua condotta illecita o violenta, non generalizzabili a un determinato gruppo o categoria sociale identificata come capro espiatorio. I migranti di Piazza della Libertà erano nel momento del progetto, già stati accolti e attenzionati dall’associazione di volontariato, per cui il rischio della violenza non poteva in alcun modo emergere per gli studenti.
NOTE:
[1] Z. Bauman, Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari, 2002.
Autore
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Docente di Filosofia e Storia a tempo indeterminato nelle Scuole Secondarie Superiori, vive e lavora a Milano. Ha conseguito diverse lauree e abilitazioni all'insegnamento che gli hanno permesso in passato di insegnare oltre che Filosofia, discipline socio-psico-pedagogiche nei Licei delle Scienze umane e Sostegno. È appassionato di arti visive - dipinge - oltre che di ricerca filosofica e appena può partecipa a seminari e convegni. I suoi interessi spaziano dall'indagine fenomenologica francese del Novecento al post-strutturalismo, concentrandosi su pensatori come Lévinas, Derrida e Deleuze.
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