Filosofia e militanza - Prima parte

Dove esiste la filosofia?

L’epoca attuale ha certamente una sua specificità nell’uso delle forme di potere politico ed economico che si impongono eterodirigendo e determinate visioni del mondo. Asservirsi a un certo tipo di paradigma, ideologia o lettura della realtà, sia pur essa filosofica, accettata o meno dai più, fa i conti oggi più che mai con una società in cui la democrazia e le libertà investe l’opinione pubblica, condannando o approvando determinate condotte. 

A questo punto una delle domande che si adombrano in modo impellente è quella riguardante che chiede “dove esiste” la filosofia, dove si esaurisce oltre le pagine dei libri. Come può cioè la filosofia, seppur nelle sue variegatissime sfaccettature da un pensatore all’altro, condurci a una presa di coscienza inamovibile su temi significativi, nei quali la complessità del reale sembra distaccarci e spaesarci, finanche a erodere la distinzione tra il vero e il non vero, o esplicitare più “forme di verità”.

Le forme di verità

Proprio su questa tesi delle “forme di verità” desidererei concentrarmi. Soprattutto Michel Foucault in tempi recenti aveva affermato come nella storia dei popoli e delle culture sia siano collocate certe idee di verità, inscritte all’interno di un contesto storico-antropologico particolare che se ne faceva garante. Nella storia non esiste una uniforme lettura della verità. Era all’opposto il contesto, secondo questo pensatore che avanzava o osteggiava una lettura particolare del lecito e del non lecito, del vero e del falso, e di ciò che era ammissibile o no. Tale valutazione che il pensatore francese delineava in gran parte dei suoi seminari della maturità, si inscrive a detta di molti critici nella tradizione “critica” di cui Kant stesso si faceva portavoce. L’ opera foucaultiana potrebbe perciò essere definita come una “storia critica del pensiero”.

La storia critica del pensiero non è tuttavia, né una storia delle acquisizioni, né una storia degli occultamenti della verità; è la storia dell'emergere dei “giochi di verità” da un’epoca all’altra; è per Foucault la storia delle “veridizioni”, intese come le forme secondo cui, in un ambito di cose, si articolano i discorsi suscettibili di essere definiti veri o falsi. E anche la nostra società odierna è immersa in questi giochi di verità, per cui comprenderla con un approccio critico e discernere ciò che compete alla riflessione filosofica, risulta estremamente difficile.

Modernità liquida e fenomeni critici

Perché desidero trattare ciò? Siamo approdati in una periodizzazione tardo-moderna (o forse post-moderna) della storia in cui la complessità globale affiora in modo prepotente sugli individui e i gruppi umani. Il sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman già vent’anni fa, dichiarava che fossimo entrati in una fase di “modernità liquida”. Ha cioè constatato che siamo immersi uno scenario storico in cui alla dimensione solida valoriale e stabile delle società tradizionali si sostituisce una dimensione accelerata, dominata dal progresso tecnoscientifico inesorabile in cui il profitto, i ritmi di lavoro incessanti e la sovrastimolazione consumistica e mediatica scandiscono le nostre vite. Tutto cambia in modo repentino, dalle relazioni, all’economia, al lavoro, alla famiglia; i legami sociali si fluidificano, si assiste a precarietà dei rapporti, a instabilità. Simile liquidità sul piano epistemico e comprensivo si traduce in una “mancata corrispondenza” tra ciò che si vuol comprendere ˗ l’oggetto o il fenomeno ˗ e il suo dispiegarsi, imprevedibile e in imperterrita trasformazione i cui effetti, spesso nefasti, appaiono di difficile valutazione e controllo anche da parte dei medesimi specialisti. Lo studioso polacco vedeva nelle politiche neoliberiste e di deregolamentazione economica, di cui la Thatcher era la massima esponente negli anni Ottanta, la spinta che ha distrutto la società solida e collettiva del passato, portando alla società liquida di adesso[1]. 

            Le trasformazioni sempre più accelerate conducono infatti all’affacciarsi di fenomenicità inedite e problematiche. Da un lato notiamo la crisi valoriale e civile, oltre che economica e politica che non si armonizza con il progresso tecnologico che invade le nostre quotidianità. Esso è malauguratamente legato all’uso fuori controllo dei dispositivi digitali e delle “intelligenze generative” che nei tempi recenti sembra da un momento all’altro sfuggire di mano, alimentando solitudini e individualismi perennemente esasperati lanciando nuove pratiche economiche su scala globale come il neuro-tecno capitalismo o “capitalismo libidinale”. Simile situazione contestuale si acuisce negli individualismi e in forme narcisistiche, nella superficialità dei legami sociali, nello scaturire diffuso di nuove forme di nevrosi e dipendenza, a loro volta correlate a particolari e inaccettabili relazioni pervertite che sfociano facilmente in violenza, tra cui il dramma all’ordine del giorno dei femminicidi. E a ciò potrebbero aggiungersi violenze e discriminazioni legate al mobbing, al vandalismo sempre più diffuso ˗ specialmente in territorio italiano negli ultimi periodi ˗ delle bande giovanili e delle forme di bullismo. L’elenco sarebbe sconfinato: discriminazioni di genere, omo-transfobia, frammentazione della famiglia sono solo i fenomeni più diffusi. E su larga scala ci si trova a far fronte crisi climatiche e ambientali, emergenze migratorie inaggirabile, avanzamento della xenofobia in un tessuto sociale ormai multiculturale e stratificato, sempre però pronto rivendicare contro il multiculturalismo, l’identità della cultura autoctona e maggioritaria, magari anche in forme ideologiche e anti-democratiche.    

Derive ideologiche estremiste come succedanee dello Stato 

Le derive ideologiche dal carattere estremista prendono piede poiché fa leva sui bisogni delle classi medio-basse, sostituendosi allo Stato e ai governi che non sono più in grado di dare risposte o di essere vicini alle collettività. E così queste derive si sostituiscono allo Stato offrendo ipotetiche soluzioni ai malcontenti sociali, facendo leva su paure e offrendo capri espiatori come causa di queste paure e disagi. E in tal senso continuano a far proselitismo e a subordinare le masse, contro approcci solidali all’accoglienza del diverso e dello straniero. Il ritorno delle ideologie di estrema destra e dei fascismi ˗ spesso associato a una debolezza delle sinistre e a una strumentalizzazione dell’ondata xenofobica – denota totalmente il fenomeno.

Lo possiamo riscontrare in episodi recentissimi che di volta in volta rievocano lo spettro del fascismo ed eventuali personaggi che vi avevano aderito. La legge italiana non ammette l’apologia di reato, ma consente la commemorazione pubblica di personaggi legati anche a ideologie di regime. Tra questi vi è stata la recente ricorrenza dell’anniversario di Almerigo Griz a Trieste il 19 maggio 2026. Si è voluto ricordare un reporter inviato di guerra, che nondimeno proprio a causa delle sue idee fasciste era stato ostracizzato dall’Università di Trieste in cui risultava iscritto. Nel giorno della sua commemorazione però, gruppi aderenti al neofascismo oltre a rendere onore a Griz con riti e saluti romani, sono stati autori di aggressioni nei confronti di troupe giornalistiche e manifestanti antifascisti causando feriti. È dunque lecito chiedersi: cosa ci azzecca tutto ciò nel celebrare un uomo, un reporter al di là della sua ideologia criticabilissima? Ci si domanda perché strumentalizzare tutto in funzione di una ideologia malsana e proibita che ha portato tanta distruzione e male al nostro Paese? Il reporter rievocato in quest’ottica ideologica passa in secondo piano, o forse diventa quasi vittima dell’antifascismo, possedendo un pensiero politico contrapposto che dovrebbe, a detta dei commemoranti, essere democraticamente espresso. Non sono nuove queste dinamiche; anche a Milano nelle annuali commemorazioni di un altro giovane aderente a codesta ideologia, Sergio Ramelli, vi sono stati nel corso del tempo diversi scontri.

Letture dei fatti che “non convergono” sui fatti 

Ciò che conta non è solo il fatto spiacevole in sé, bensì la lettura che è stata lanciata e propagandata dell’evento, totalmente errata; quasi che codesti gruppi neofascisti siano stati provocati dagli antifascisti e dai giornalisti lì presenti. Si è voluto condannare l’antifascismo visto dai commemoranti come atto provocatorio. Tale lettura non aderente alla realtà del fatto, è pero diventata virale e persino tristemente ben vista da una certa opinione pubblica e da una certa politica, lanciando una notizia del tutto scorretta attraverso i media, su quanto veramente accaduto. 

Al di là dei “giochi di verità” di cui parlava Foucault, chiunque sosterrebbe che quando un fatto nelle sue dinamiche repressive e interindividuali di violenza è ben acclarato, si emancipa da una certa visione soggettiva del vero e del falso, ossia da un’opinione che tende a contraddire il fatto stesso.   

Verum et factum converuntur difatti sosteneva il filosofo Giambattista Vico, ossia “il vero e il fatto convergono”, ma qualora ne dia una interpretazione soggettiva a scapito dell’oggettività, la convergenza si perde, si fa il gioco del sensazionalismo, se ne esagerano dei tratti riportando qualcosa di distorto. Gran parte del mondo, perlopiù quello mediatico, si muove su questa linea, ossia sulla “non convergenza” dei fatti acclarati con le opinioni che non hanno ben nulla da spartire con questi ultimi. “Non ci sono fatti ma solo interpretazioni” sosteneva Nietzsche, eppure in questi casi come può farsi avanti una responsabilità morale quando dello stesso accadimento si offrono visioni alterate o scorrette nonostante oggettività acclarate? Non è mia presunzione asserire che bisogna conoscere i fatti in tutte le loro determinazioni e contingenze. Quantomeno bisogna conoscerli e “provarli” nelle contingenze relative all’agire interindividuale; ciò credo sia giusto per non dar adito a interpretazioni surreali e non aderenti alla realtà, costruendo poi su di esse ulteriori opinioni che tendono a diffondersi, diventando virali, snaturando e involgarendo il fatto stesso. 

In tal senso il “fatto” ˗ inteso come avvenimento provato e ricondotto all’agito interindividuale ˗ si autogiustificherebbe da sé, è già “oltre le opinioni” che se ne danno. Si autodetermina poiché ci pone innanzi a responsabilità morali in cui viene appellata l’agentività di ognuno di noi. Le opinioni diversificate su di esso non contano, portano al relativismo dei modi di vedere. E se tra codeste interpretazioni, quella che non aderisce ai fatti viene legittimata, cosa accadrebbe su larga scala? Le personalità più socialmente più forti, i leader d’opinione, avendo un’affermata posizione sociale ˗ ossia chi ha il potere politico o un dato ruolo ˗ “rideterminano” un fatto in virtù delle proprie letture. È un po’ anche quello che ha sempre fatto il quarto potere, una buona parte dei mass-media e di una certa stampa. Chi ha un potere sull’opinione pubblica giudica i fatti prediligendoli secondo una propria ideologia. Se ne porta avanti l’opinione che più conviene, magari schierata politicamente. Se ciò accade non si fa altro che alimentare il falso. Si rischia di costruire “tesi prevaricanti” oltre l’oggettività dell’accaduto. Per questo onde evitare ciò sarebbe da considerare l’opacità del fatto come qualcosa di inaggirabile poiché autoevidente rispetto alle opinioni. Da una simile tesi partiva il Manifesto del nuovo realismo di Ferraris contro la legittimazione di fake news e populismi.

Durante la pandemia del Covid-19 abbiamo avuti infiniti esempi di divergenze d’opinione, pure da parte di esperti. È altresì vero che non si conosceva il virus, non si conosceva a fondo il fenomeno pandemico e la sua diffusione, nonché le trasformazioni delle forme virali. Si è dunque alimentata la polarizzazione di molteplici pareri e in ogni caso, incompleti su qualcosa che ancora era oggetto di ricerche, i cui effetti a lungo termine tutt’ora non sono conosciuti. La comprensione del fatto quindi, in quel caso non era ancora dispiegata e tuttavia i pareri sentenziavano anticipatamente come fosse giusto e sbagliato agire. Certo stiamo parlando di una conoscenza epistemica che potrebbe svilupparsi e progredire, gravida di conseguenze. Da essa tuttavia partivano gli interventi politici, gli schieramenti e le accuse e si montava odio verso taluni operatori, si costruivano teorie che avevano ben poco da spartire non conoscendo ancora l’evoluzione reale del fenomeno. E da essa iniziava così l’agire interindividuale e le responsabilità.

Esercizio pratico dell’accoglienza e letture xenofobe

Un’altra recente vicenda svoltasi sempre a Trieste, è stato il progetto educativo su degli studenti di un istituto comprensivo di Marostica, della provincia di Vicenza. Gli studenti sono stati indirizzati dalla scuola a servire pasti ai migranti della rotta balcanica che da diversi anni occupano gli spazi di Piazza della Libertà. Ciò è avvenuto in collaborazione con un’associazione di volontariato operante in quello spazio. È anche vero che quella piazza era stata fonte di scontri e violenze nei giorni precedenti e ciò poteva essere un pericolo per gli stessi minori, anche se supervisionati e aiutati da figure ad hoc. Su questo punto si è inasprita una forte polemica mediatica e politica che ha persino fatto giungere sul posto il ministro dell’Istruzione. Si è parlato di strumentalizzare i fanciulli e di pericolosità, su stranieri clandestini che potevano fare del male. In realtà gli studenti non sono mai stati soli; è stata un’iniziativa educativa e di volontariato, per far conoscere la condizione dell’essere migrante e povero, per far capire quanto e come sia significativo aiutare chi è meno fortunato di noi e vive in una condizione di miseria. Ben sappiamo come le scuole o altri enti, tra cui associazioni e comunità parrocchiali, si fanno sovente carico di simili iniziative e non vi è nulla di strano. 

Dove sta quindi l’esercizio pratico della morale e dell’accoglienza se non in questi gesti? Dove si circoscrive lo spazio malauguratamente sempre meno presente nella società, in cui la donazione diventa una risposta solidale oltre che educativa, una risposta ai fenomeni di oppressione e bullismo? Ma l’interrogativo più importante è stata l’interpretazione fuorviante che sempre una certa politica si è incaricata di diffondere, creando così una manipolata “visione della verità” costruita e foraggiata, inalberando odio e xenofobia. A ciò nondimeno, si potrebbe ribattere che l’impoverimento e il disagio socio-culturale è talmente pressante nella condizione di tanti migranti che li conduce facilmente a imbarbarirsi, a furti o ad atti violenti e incivili. Perciò anche il volontariato in simili situazioni così rischiose potrebbe essere un pericolo. Certamente, il disagio culturale incide su atti violenti, o su reati reiterati. Un “fatto” è identificare il malfattore indipendentemente dal suo status di straniero; mentre un altro è cogliere nel malfattore i motivi della sua condotta illecita o violenta, non generalizzabili a un determinato gruppo o categoria sociale identificata come capro espiatorio. I migranti di Piazza della Libertà erano nel momento del progetto, già stati accolti e attenzionati dall’associazione di volontariato, per cui il rischio della violenza non poteva in alcun modo emergere per gli studenti. 

 


 

NOTE:

[1]  Z. Bauman, Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari, 2002.


Musk e lo Stato-macchina

Il governo degli ingegneri

Sono trascorsi poco più di trent’anni da quando Pierre Lévy rissumeva l’ideologia della tecnologia digitale nella metafora dell’“intelligenza connettiva”, paragonandola al funzionamento della mente umana e a quella dell’Intelletto Agente di al-Farabi – quindi a Dio in persona, nella versione divulgata da uno dei più grandi teologi islamici del Medioevo. La Rete prometteva un futuro di solidarietà, di sviluppo dei talenti individuali, di espansione del sapere e della democrazia; aveva convertito la direzione dell’escatologia dall’asse verticale cielo-terra, all’asse orizzontale presente-avvenire, congiungendo il bene alla spinta temporale del progresso e dell’innovazione. Pierre Musso ha evidenziato il collegamento di questa concezione con quella positivistica di Saint-Simon e dei suoi successori, quando il network non consisteva nei collegamenti tra server e pagine elettroniche, ma nel reticolo dei canali d’acqua, dei binari dei treni, della viabilità stradale e del telegrafo ottico. Eppure la teoria politica sviluppata nei primi anni dell’Ottocento appare ancora di grande attualità, e potrebbe essere adottata come didascalia dottrinaria dell’operazione condotta al Doge da Elon Musk all’inizio del 2025, quando la seconda amministrazione Trump muoveva a Washington i primi passi. 

Il governo degli ingegneri prescritto da Saint-Simon avrebbe dovuto sostituirsi alle istituzioni gestite da politici per garantire al popolo un futuro di prosperità e di crescita, svincolato da egoismo, opportunismo, dogmi religiosi e ideologici, e da tutti coloro per i quali il potere è una carriera o una questione di privilegio ereditario. Senza timore della noia e dell’autismo tecnicistico, gli utopisti sansimoniani nel XIX secolo hanno brandito questa direttiva contro gli incarichi amministrativi di aristocratici, ecclesiastici, latifondisti e sostenitori dell’Ancien Régime; il significato che una simile utopia – o distopia – assume oggi, come allora, è la rimozione di ogni mediazione politica dal funzionamento della macchina pubblica. Nella prospettiva di Musk, analizzata da Slobodian e Tarnoff, l’efficienza tecnica nelle operazioni della macchina statale deve garantire un ambiente di sostegno e di prosperità per la classe dominante tradizionale dell’Occidente bianco e cristiano. La tecnologia è la condizione essenziale per l’implementazione del progetto, ma le sue caratteristiche non sono più espansive e animate da una promessa di futuro. Le dichiarazioni di Musk sono intrise di pessimismo e inclinano a isolare la cultura occidentale, insieme ai suoi eroi protettori, dal resto del mondo, inteso come una minaccia di distruzione.

L’hub di tutti i dati

La radice reazionaria dell’ideologia della disruption digitale, nella Silicon Valley e nel resto del mondo, emerge in questa fase di apparente contrazione della capacità di controllo delle autorità tradizionali sulle aziende Big Tech e sulla forza del capitalismo finanziario, che scommette tutto su sviluppo dell’AI e dispositivi bellici. Musk è stato un interprete delle trasformazioni concettuali del capitalismo digitale: è passato dalla prima ondata dell’e-commcerce su Internet con PayPal alla green economy, con le macchine elettriche della Tesla e con il sistema integrato di pannelli solari e batterie al litio, poi alla de-globalizzazione con il ritorno all’autonomia americana nei lanci satellitari grazie a SpaceX. Ogni rivolgimento conserva la fede nella tecnologia come metodo di salvezza tramite la razionalizzazione e tramite la tutela della struttura sociale capitalistica da ogni ipotesi di revisione. Secondo Slobodian e Tarnoff l’organizzazione politica e consociativa che Musk ritiene naturale e necessaria coincide con quella sperimentata nel corso della sua infanzia e adolescenza a Johannesburg, nel Sudafrica dell’apertheid. L’arroccamento di una minoranza che si reputa un’élite razziale e spirituale è il modo di vita e la percezione dell’universo che si sono asserragliati (a loro volta) nella mentalità dell’imprenditore oggi più famoso del mondo.

Ma non occorre abbracciare questa analisi psicologica per seguire la parabola del pensiero di Musk. Il Doge è stato rifondato nei mesi della sua reggenza come l’hub centrale di tutti i database pubblici degli Stati Uniti, al fine di dare corpo ad un vero e proprio ufficio del Giudizio Universale. Nelle interviste e nelle dichiarazioni pubbliche l’obiettivo primario era ridurre il costo dell’amministrazione pubblica, attraverso il taglio delle agenzie e dei singoli impiegati statali superflui. Con un metodo già collaudato nelle sue imprese, Musk ha chiesto con una mail ai dipendenti federali di spiegare il contributo del loro lavoro al funzionamento della macchina dello Stato, invitandoli a priori a rassegnare spontaneamente le dimissioni. Ha convocato nelle sale del Doge un battaglione di programmatori molto giovani, senza alcuna esperienza nel funzionamento della burocrazia federale, con la missione di aprire l’accesso a tutti gli archivi, gli schedari, le banche dati del Paese, rendedoli interoperabili e interrogabili dalle loro postazioni. Anche questa procedura era già stata testata con l’acquisizione di Twitter e lo smantellamento di gran parte del personale e dell’infrastruttura sistemistica che sosteneva la società di Market Square. 

Il compito di individuare le agenzie e i dipendenti in eccedenza si è conclusa con un fallimento economico, se è vero come sostengono le indagini del Financial Times e di The Atlantic che i tagli alla spesa pubblica sono stati minimi, e di fatto sono stati annullati dai tagli fiscali a favore dei ricchi voluti da Donald Trump nel Big Beautiful Bill. Ma l’obiettivo principale è stato comunque raggiunto, perché ora il governo centrale dispone di un’infrastruttura digitale in grado di recuperare i dati di ogni cittadino – travalicando qualunque protezione costituzionale con l’apparente neutralità del supporto tecnico.

Supporto tecnico

Le campagne di pulizia etnica dell’Ice sono state condotte attraverso l’incrocio di dati personali estratti e confrontati dall’infrastruttura del Doge – refusi di imputazione ed errori di interpretazione delle informazioni inclusi nel pacchetto assistenza. Elon Musk si aggirava alle riunioni del Gabinetto di Trump con una maglietta su cui campeggiava la scritta Supporto tecnico per sottolineare il carattere di pura razionalità e di disinteresse partitico del suo ruolo: lo Stato come dispositivo di controllo massivo della vita, del pensiero, delle azioni e dei desideri di tutti, trascritti (e traditi) nelle tracce digitali impresse da ogni clic e da ogni interazione con cellulari e computer, metteva in scena la commedia della propria imparzialità in questo siparietto goliardico. 

Eppure la macchina del potere messa in moto da questo attore, che si pretende equidistante, si adopera per irrigidire la struttura sociale attuale e le sue prerogative economiche, per erigere un fossato di protezione attorno alle élite finanziarie e imprenditoriali, per pretendere la socializzazione dei rischi d’impresa e la privatizzazione dei ricavi, da parte di chi è ha poi la forza per rivendicare la paternità dei risultati commerciali dell’innovazione. Musk è uno degli alfieri di questa pratica, visto che, per esempio, Tesla ha beneficiato di un finanziamento di 465 milioni di dollari dal Dipartimento dell’Energia degli USA per aprire il primo stabilimento, a Fremont, e avviare la produzione del Model S. Lo Stato non ha preteso alcuna quota nell’azienda, e non ha quindi riscosso alcuna rendita dal successo dell’impresa, se non la restitutizione del debito. Al contrario, il finanziamento pubblico si conclude con l’incenerimento completo del capitale alimentato dai contribuenti nel caso in cui la società fallisca, come è accaduto con i 535 milioni di dollari investiti in Solyndra, società produttrice di pannelli solari che ha dichiarato bancarotta nel 2011. Lo Stato che secondo Musk è giusto e naturale non guadagna nulla quando il sovvenzionamento ottiene successo, lasciando l’intero ricavo agli azionisti – ma perde tutto in caso di fallimento. Vale anche la pena di ricordare che Tesla ha evitato bilanci in rosso fino al 2020 con la vendita di Regulatory Carbon Credits, i titoli emessi dallo Stato per le aziende inquinanti che devono agire sui mercati regolamentati. Inoltre la sopravvivenza di SpaceX è stata assicurata dalle commesse pubbliche della NASA e del Pentagono, che fino al 2023 hanno rappresentato i principali (e per anni gli unici) clienti della società, in termini di fatturato. 

Lo Stato come automa è lo strumento di un potere che protegge i privilegi attuali della configurazione sociale per censo, genere e etnia, trincerandoli nella fede della loro razionalità, della loro iscrizione nelle leggi immodificabili della natura umana. Musk condanna come inadeguata, disfunzionale, antieconomica, qualunque opinione differisca dai suoi interessi personali – ricalcando con questo atteggiamento una pratica comune della Silicon Valley. Il governo degli ingegneri è una restrizione del dominio politico al dibattito sulle sole questioni di fattibilità e di selezione strumentale: le domande sulle finalità, sulla valutazione del bene collettivo, sulla stima del giusto e del meglio per tutti, vengono obliterate, censurate dalla discussione, cacciate dai salotti del buon senso. Questi interrogativi non possono essere frequentati dalla logica computazionale, e devono quindi essere assunti in un atto di fede nella portata escatologica della tecnologia, che renderà immortale e interplanetaria la specie umana, preservando nell’eternità futura la gerarchia sociale attuale, replicando all’infinito il sistema capitalistico del presente. Amen.

Dal futuro all’assedio

Per ottenere questo risultato la macchina dello Stato è autorizzata ad adottare ogni mezzo: l’assedio di chi dissente deve essere biasimato come il tentativo di inoculare un virus nell’intelligenza connettiva della società in Rete, come l’infiltrazione di un agente del caos, come la minaccia di un pericolo esistenziale per l’umanità. Musk ha sempre predicato con chiarezza il verbo randiano (o paretiano, se si preferisce) sull’essenza dell’umanità, che non coincide con tutti gli individui appartenenti alla specie, o con titolari dei diritti fondamentali proclamati dalla Rivoluzione Francese e dall’Onu – ma con l’élite dei matematici e degli ingegneri, con le loro biblioteche e i loro manuali, che sarebbero in grado di far rifiorire la civiltà (bianca e occidentale) su un altro pianeta o su questa stessa Terra, dopo una qualche apocalisse atomica o biologica. 

Per chi non riesce a pensare se non in termini di metafore informatiche, come Musk, l’apparato dell’hardware e del software di cui consiste la collettività, nelle sue dimensioni materiale e intellettuale, è sempre esposto ad un attacco hacker che ne potrebbe compromettere il funzionamento, anche manipolando il programma dall’interno e modificandone il comportamento: è quello che avrebbe fatto la cultura woke. Ora che si è inceppata la fiducia nella capacità espansiva delle tecnologie digitali, nel loro mandato prometeico di guida al progresso e all’evoluzione del mondo intero – l’ansia da assedio delle cittadelle bianche del Sudafrica passa a dominare la retorica e la progettualità delle Big Tech. L’assalto può provenire non solo dall’esterno, ma anche dal Golem di un’AI alimentata dalla profusione dei testi contaminati dalla mentalità woke del vecchio Twitter, ora epurato – candeggiato – nel nuovo bianchissimo e ortodosso X. La difesa deve mettere al riparo il core della civiltà ricorrendo a tutti gli stratagemmi possibili, includendo anche le operazioni di ingegneria sociale che rendano le masse funzionali alle necessità operative dello Stato.

Occorre tornare a domandarsi cosa sia il potere, accantonando la metafora macchinica dello Stato e la fede nel potere della tecnologia di raggiungere le finalità migliori attraverso la soluzione di problemi relativi a mezzi e strumenti. Occorre tacitare l’ingenuità e l’arroganza di Musk, mettendo in luce l’ipocrisia degli interessi finanziari nella matrice teologica che, secondo la metafora del nano gobbo di Benjamin, mette in movimento la macchina politica dall’interno. Ora che l’escatologia della Rete digitale ha mostrato che la promessa di salvezza nel futuro del governo degli ingegneri consiste nell’irrigidimento della gerarchia attuale e nella riproduzione testarda del vuoto di senso diluita dal balenio dei gadget digitali, diventa sempre più urgente la domanda su quale debba essere il ruolo e lo statuto dello Stato nella progettazione del nostro (molto profano) futuro.

 


 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

W. Benjamin, Tesi di filosofia della storia, in Angelus Novus, Einaudi 2006.
P. Levy, L’intelligenza collettiva, Feltrinelli 1996.
M. Mazzucato, Il valore di tutto. Chi lo produce e chi lo sottrae, Laterza 2018.
P. Musso, L’ideologia delle reti, Apogeo 2007.
Q. Slobodian, B. Tarnoff, Muskismo, Einaudi 2026.


Elettricità dal nucleare: si, no, perché? - Terza parte, è davvero il caso?

Quindi, è il caso di procedere con il nucleare? 

Il nucleare si propone o, meglio, viene proposto dai suoi sostenitori come soluzione prospettivamente economica – con un LCOE di fascia bassa – ambientalmente poco impattante, grazie alle dimensioni tutto sommato contenute delle nuove centrali da 1.000 MW e alla quasi assoluta assenza di emissioni di CO2 e di altri gas critici, altamente disponibile e fruibile con continuità, potente – cioè in grado di erogare grandi quantità di energia per unità di tempo – e, infine, in linea con le strategie di decarbonizzazione.

In più, la produzione di energia da fonti nucleari viene presentata come la risposta alle crescenti esigenze di energia dettate, come dice Pichetto Fratin, dal proliferare delle nuove tecnologie di data centre, I.A. e elettrificazione civile.

Però, ci sono alcuni però, almeno quattro.

Però, se pure il costo complessivo di produzione (LCOE) è competitivo, gli investimenti iniziali sono drammaticamente più elevati e rischiano, come successe già tempo fa, di essere incompatibili con le risorse che lo stato è in grado di mobilitare. E, per certo, le possibili soluzioni private o misto pubblico-private a questa criticità non sembrano essere percorribili, perché legherebbero il Paese alle imprese realizzatrici anche nella fase di gestione – chi farebbe questi investimenti senza averne un ritorno con la vendita di elettricità? – e, con buona probabilità neutralizzerebbero la competitività economica dell’energia.

Però, il tempo necessario per realizzare le centrali è lungo, molto lungo, e sposta in un futuro quasi remoto la fruibilità di questa produzione, in termini di 10-20 anni e forse più.

Però, e tre, bisogna fare i conti con le scorie di produzione: l’unico sistema per stoccarle in modo efficace, conveniente e sicuro è realizzare il Deposito Nazionale dei Rifiuti Radioattivi, tema su cui tutti i governi[1] che lo hanno avuto in carico, dal 2010 ad oggi, non sono riusciti a trovare una soluzione valida e condivisa con i diversi stakeholder. Né può essere considerata una soluzione adeguata quella del conferimento dei rifiuti radioattivi a media ed alta intensità a paesi terzi meglio organizzati, perché aumenterebbe il costo per Megawattora di 30 – 50 €, neutralizzando l’economicità nominale dell’energia “nucleare”. 

Però, numero quattro, è dove fare le centrali. È vero che in questo periodo si stanno affermando dei trend anti-democratici che potrebbero portare a decisioni d’imperio sulla localizzazione, ma è altrettanto vero che le forze popolari sostenitrici dell’imperium diventano di colpo sensibili quando viene toccato il loro backyard, come si è visto nella discussione pubblica sulla localizzazione del deposito. Nessuno lo vuole e – se tanto ci dà tanto – nessuno vorrà le centrali sul proprio territorio. E la ragione è chiara: la memoria di Three Miles Island, Chernobyl e Fukushima è ancora viva, e i timori di incidenti legati a fenomeni di guerra – pensiamo a quanto si parla di Zaporižžja - terrorismo o errori umani non sono facili da erodere.

Forse, allora…

Sembra, quindi, molto più opportuno puntare maggiore attenzione, risorse e lavoro su un mix di fonti rinnovabili che progressivamente (ma anche non completamente) sostituiscano le fossili, con in testa l’eolico di terra (onshore) e il fotovoltaico, fonti e tecnologie altrettanto economiche, pulite e poco impattanti sull’ambiente, del tutto in linea con i piani di decarbonizzazione, ma – in positivo:

- disponibili in tempi molto più brevi

- che richiedono investimenti molto inferiori e compatibili con le possibilità finanziarie del Paese

- certamente più sicure e, per questo, anche più facilmente affidabili a imprese terze, private o pubbliche

Resta aperto il tema della flessibilità e continuità di erogazione dell’energia, che viene indicato dai detrattori come il maggiore ostacolo delle rinnovabili: in questo senso la soluzione può essere fondata su interconnessioni di rete basate sulla sempre più affermata Smartgrid, compensazione con le fonti tradizionali residuali, per i momenti di minore disponibilità, sistemi di accumulo (va citato il caso della California, con batterie di capacità da 13 GW che soddisfano una porzione significativa della domanda nelle ore di picco) e sistemi di gestione intelligente della domanda. 

Domanda di energia che può – anch’essa – essere oggetto di un piano di ridefinizione nazionale che tenga conto degli orari di maggiore disponibilità e di modulazione – in termini di decremento – dei consumi sia civili che industriali. 

Un finale alternativo: quali interessi e forze dobbiamo ricordare?

Ecco, siamo alla fine di questa lunga riflessione sull’opportunità di un piano di sviluppo dell’energia da fonti nucleari e si pone una domanda esiziale: se ci sono tutti questi però, e se un piano energetico fondato principalmente sulle rinnovabili, perché il Governo italiano si sta focalizzando in modo così deciso sul nucleare?

Perché, visto che questo piano si rivela velleitario ed assolutamente inefficace nel breve periodo, il Governo sta facendone una propria bandiera e non sembra avvedersi di quanto sia poco realistico?

Ci sono sicuramente in gioco degli interessi industriali. A giugno l’Italia è entrata nella European Nuclear Alliance, allineandosi al gruppo dei paesi pro-nucleare in UE diretto dalla Francia, dice Ecco Climate. Di recente è nata Nuclitalia, collaborazione tra Enel, Ansaldo Energia e Leonardo – tre dei più grandi player industriali italiani, misti pubblico/privato – che si presenta come piattaforma industriale e tecnologica per guidare il futuro del nucleare in Italia. Ci sono le possibili ricadute di tipo militare, soprattutto in termini di propulsione navale.

Infine, c’è la pressione del mondo delle tecnologie digitali, con 200 data centre già attivi in Italia e 70 nuovi progetti solo nell’area milanese, l’ampliamento delle risorse energetiche necessarie a “far girare” le I.A. sempre più presenti nel tessuto industriale.

Non ci sembra azzardato pensare che il governo italiano sia consapevole della distanza del piano nucleare dalla realtà e che lo stia utilizzando, da un lato, in termini di comunicazione e di ricerca di consenso presso le fasce elettorali ideologicamente allergiche alle rinnovabili e presso quelle energivore, e dall’altro lato per ingraziarsi ed attirare le grandi tech corporation che sognano, con una folle fuga in avanti, data center, I.A. pervasiva e energivora, e reti neurali, misurate in qubit, ovunque. 

Alimentate, ovviamente, dalle centrali nucleari pagate dai governi locali.

 


 

NOTE:

[1] Nell’ordine: Berlusconi IV, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte I e II, Draghi, Meloni.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

https://archiviostoriconucleare.enea.it/Decade70

https://www.programmazioneeconomica.gov.it/it/cipess/il-cipecipess-piu-di-cinquant-anni-di-storia-economica-del-paese/

https://it.wikipedia.org/wiki/Energia_nucleare_nel_Regno_Unito

https://www.gov.uk/government/news/biggest-expansion-of-nuclear-power-for-70-years-to-create-jobs-reduce-bills-and-strengthen-britains-energy-security

https://www.ilsole24ore.com/art/nucleare-enea-pronta-giocare-ruolo-pivot-accelerare-ricerca-AIW4yeLB

https://www.sciencedirect.com/topics/engineering/levelized-cost-of-electricity

https://pagellapolitica.it/articoli/anni-costruzione-centrale-nucleare

https://www.mase.gov.it/portale/-/nucleare-sostenibile-mase-il-consiglio-dei-ministri-approva-la-delega

https://www.mase.gov.it/portale/-/la-camera-dei-deputati-approva-in-prima-lettura-la-legge-pichetto-sul-nucleare-sostenibile?p_l_back_url=%2Fportale%2Fcomunicati-stampa%3Fdelta%3D30%26start%3D2

https://www.ilpost.it/2026/07/05/data-center-espansione-italia/

https://www.qualenergia.it/articoli/ritorno-nucleare-interessi-dietro-missione-impossibile/