La cecità dell’etica per l’I.A. di guerra - Recensione di "Codice di guerra" di Mariarosaria Taddeo
L’inferno della guerra
L’inferno è la metafora corretta per descrivere la guerra? Michael Walzer si oppone alla validità di questa analogia nel libro del 1977[1] che ha riformulato la «teoria della guerra giusta» in termini graditi alla filosofia anglofona; o almeno, respinge la convinzione che l’ostilità debba sfociare in una condizione di violenza senza limiti. L’inferno può almeno essere regolato, dal momento che rappresenta un’interazione con esseri umani e non con demoni; la letteratura testimonia la percezione da parte degli scrittori, in tutte le epoche storiche e in tutti i contesti culturali, di norme morali con cui si condannano o si giustificano le modalità di ingresso nello scontro, i metodi di conduzione delle battaglie, il comportamento nei confronti dei soggetti non combattenti. Questa uniformità di giudizio sembra erompere da una sensibilità comune, che le vicende belliche innescano in individui vissuti a distanza di secoli e addestrati all’uso di armi molto differenti tra loro, dalla flotta ateniese alla cavalleria medievale fino agli eserciti di Napoleone.
La strategia di Mariarosaria Taddeo nel recente libro sull’etica dell’intelligenza artificiale nella difesa, Codice di guerra[2], consiste nel trincerarsi nella Teoria della Guerra Giusta (che lei scrive così, tutto in maiuscolo) come nella roccaforte della riflessione sul conflitto moderno: il lavoro è un adattamento dell’armatura concettuale di Walzer (e di quella di Luciano Floridi) ai nuovi scenari dominati dai software di I.A..
I campi di battaglia moderni possono essere classificati in tre categorie: il primo è quello dell’intelligence a sostegno della guerra vera e propria; il secondo è quello del conflitto non cinetico, il terzo è quello del conflitto cinetico. Se si traduce il dizionario tecnico in linguaggio quotidiano, si scopre che la guerra di cui parla Walzer rimane confinata nell’ultima classe di scontro, mentre il confine tra le prime due è tracciato dall’analisi di Taddeo in modo molto più marcato di quanto sia possibile constatare nella realtà. Il conflitto cinetico infatti rinvia al quadro tradizionale delle battaglie in cui si confrontano eserciti di paesi contrapposti, e che di volta in volta rischia di coinvolgere anche vittime non immatricolate negli eserciti regolari. Il supporto all’intelligence e il conflitto non cinetico invece arruolano la varietà di fenomeni che spesso sono etichettati come infowar e cyberwar, i cui effetti possono essere descritti sulle mappe concettuali di Taddeo, ma le cui caratteristiche sfuggono alle maglie della sua rete teoretica. Tuttavia i demoni della nuova realtà si annidano soprattutto in questo segmento delle ostilità, che pone l’interrogativo più radicale su cosa sia la guerra oggi, se e quando abbia inizio e fine, come si decida la vittoria e la sconfitta, chi la combatta.
La questione sulla quale si arrovella il testo è l’impredicibilità del comportamento dei dispositivi azionati con l’intelligenza artificiale. Il software che li governa infatti non solo è autonomo (o può diventarlo) dal controllo dell’agente umano, ma evolve sulla base del training cui è sottoposto, e dall’esperienza che matura sul campo. Di conseguenza potrebbe assumere decisioni, o intraprendere tattiche di esecuzione, non allineate con i valori etici che la tradizione militare – oltre alla sensibilità – hanno consolidato nella pratica bellica. Quando il ricorso a queste armi non le impegna in prima linea contro il nemico, in una forma di interazione che comporti l’uccisione degli avversari, le implicazioni morali del loro uso possono essere trattate nel dibattito delle opinioni accademiche; quando si oltrepassa questo limite invece l’impredicibilità rischia di convocare il demone dell’insensibilità meccanica, che viola la discernibilità tra combattenti e non, e che minaccia anche la dignità dello justus hostis. Per concludere le ostilità nel modo più rapido possibile, un dispositivo di intelligenza artificiale potrebbe decidere di annientare un’intera città del nemico con una sola bomba, per forzarlo alla resa in modo immediato e con il minimo dispendio di forze: ma una soluzione del genere violerebbe le norme morali fondamentali dell’umanità, con una scelta che nessun uomo perseguirebbe mai… (ah no, è vero, lo hanno fatto gli americani in Giappone nel 1945).
Metafisica dell’informazione
In un percorso di analisi che non si impegna a definire cosa sia la guerra, e che si astiene dal domandarsi come mai dalla Seconda Guerra Mondiale il tradimento delle norme morali sia pratica comune, la discussione sull’etica finisce per investire un’ontologia dei conflitti che sfocia nella metafisica – anche se non quella di Sant’Agostino o di San Tommaso, bersaglio dei sospetti di oscurantismo da parte dei filosofi analitici, ma in quella beneducata che riguarda l’infomazione, coltivata dai gentlemen di Oxford. Dal momento che Essere e infosfera coincidono[3], «la distruzione di informazione è male», quindi è legittimo il biasimo morale contro gli hacker che estraggono informazioni riservate dai database delle imprese high tech e dagli schedari segreti della Nasa, o che sottraggono capitali milionari dalle banche centrali, o che scatenano disservizi nella rete di distribuzione dell’energia sulla costa californiana, o nei sistemi amministrativi delle società petrolifere[4].
La migrazione del conflitto sul piano metafisico lo trasforma in un esercizio molto elegante per accademici, ma trascura alcuni particolari teoretici, come il fatto che le manovre di furto di informazioni tipiche dell’infowar non producono una diminuzione, ma un incremento di informazione nell’universo – solo con la caratteristica spiacevole che beneficiano dell’ampliamento anche soggetti che non dovrebbero accedere ai documenti trafugati. Spesso inoltre il contenuto dei dati non è più disponibile per i proprietari legittimi, anche se i file si trovano ancora dove erano collocati prima (ma in un formato criptato che li rende illeggibili a chi non conosce la chiave). È accaduto in questo modo che in Cina siano comparsi i progetti delle società americane per lo sviluppo dei dispositivi più avanzati di tecnologia digitale, che si siano materializzati in Corea del Nord i capitali degli istituti di credito internazionali, con cui il regime si è finanziato aggirando l’embargo commerciale – ed è così che la Garmin ha dovuto versare un riscatto milionario per riprendere il controllo dei dati biometrici dei suoi clienti.
Anche la cyberwar esige un’espansione della quantità di informazione nell’Essere, che potrebbe compensare quella distrutta al termine dell’attacco. In generale quindi le campagne di sostegno all’intelligence e di conflitto non cinetico potrebbero garantirsi la patente di benefattrici metafisiche nell’universo di Floridi; al contrario, il fatto che gli uomini divorino piante e animali per sostenere il loro metabolismo dovrebbe essere esecrata come una pratica di entropia metafisica, dal momento che l’informazione presente negli esseri viventi triturati dal processo di digestione viene distrutta e semplificata in risorsa energetica o in scoria da espellere – e tutti gli esseri umani dovrebbero essere condannati dal tribunale etico della guerra della selezione naturale.
Cos’è la guerra?
Il fallimento in cui cade l’esercizio teoretico di Taddeo deriva dal fatto che la comprensione di cosa sia la guerra oggi non può essere conquistata da una domanda confinata nell’ambito dell’etica, ma deve essere tentata da un’interrogazione di ordine politico. Già Walzer nega l’esistenza di una dimensione sovraordinata a quella dei singoli soggetti, riducendo le società nazionali, e il principio di sovranità che le governa, ad una sorta di proiezione, o abbreviazione linguistica, della somma di istanze morali individuali da cui sono composte; Taddeo ripete in modo acritico questo errore ontologico, avventurandosi nel labirinto dell’informazione piuttosto che contaminarsi con il clima da filosofia continentale del discorso politico.
Dopo il 1942 gli Stati Uniti non hanno formulato nemmeno una dichiarazione di guerra, sebbene siano stati coinvolti in almeno cinque grandi conflitti (Corea, Vietnam, Golfo Persico, Afghanistan, Iraq) e in circa duecento interventi minori o «indiretti». L’«Autorizzazione all’Uso della Forza» ha convertito l’aggressione militare (proibita in modo formale dalle Nazioni Unite) in operazioni speciali, missioni di pace e polizia internazionale. In altre parole, il divieto di dichiarare guerra ha tramutato il nemico da essere umano, armato anzitutto del suo diritto di cittadinanza, in demone – terrorista, folle minaccia per l’umanità, malato mentale, criminale, pirata. Questa degradazione di ordine politico dell’avversario ad uno statuto subumano lo priva di ogni diritto, e autorizza sul fronte etico il suo sterminio con ogni mezzo, come avviene nell’inferno degli interventi umanitari e delle azioni di polizia internazionale, dai villaggi del Vietnam a Gaza. Abbiamo già parlato di questo tema in un precedente articolo, per cui non mi dilungo oltre.
Vale la pena però insistere sul fatto che la deflagrazione delle difficoltà concettuali connesse al conflitto non cinetico e al supporto all’intelligence dipendono dalle caratteristiche della guerra che descrivono questi ambiti di ostilità: qui il conflitto non è sinonimo di battaglia tra eserciti di due nazioni contrapposte, ma somiglia più alle indagini di polizia contro un avversario che colpisce nascondendosi nell’anonimato, nel travestimento, nella sfida di abilità – e che per lo più non coincide con uno Stato. Le agenzie di hacker che progettano gli attacchi possono essere sponsorizzate da governi nazionali, ma la prova di questa connessione è sempre parziale e di ordine ipotetico. Gli obiettivi degli assalti per lo più non sono rappresentati dai presidi militari dello stato assalito: la linea del fronte passa attraverso le scrivanie e i computer degli uffici amministrativi di compagnie energetiche, di istituti finanziari, di multinazionali di ogni genere; aggressore e aggredito sono soggetti privati, protagonisti di una forma di potere che non è sovrapponibile a quello tradizionale di diritto pubblico. La distinzione tra soldati e civili viene a cadere, insieme all’immunità che dovrebbe proteggere chiunque non sia un effettivo dell’esercito. Anche le categorie di attacco, vittoria, difesa, comando, strategia, deterrenza, (e naturalmente anche quella di politica) andrebbero del tutto riformulate in uno scenario in cui gli interessi delle parti in azione variano su uno spettro di possibilità molto vario e nebuloso, dalla criminalità comune allo sharp power[5].
Il costo globale dei cyberattacchi nel corso del 2025 è stato stimato intorno alle 10,5 migliaia di miliardi di dollari[6], circa quattro volte il Pil dell’Italia, ed è in crescita da anni. Questo dato può suggerire l’idea che sia in corso una guerra generale a bassa intensità, di carattere asimmetrico e ibrido, con capacità di incidere sulla vita quotidiana di persone e collettività di tutto il globo, e con una forza di aggressione in continuo aumento. Invece di rinchiudersi nella torre d’avorio dell’accademia, di riflettere sulla metafisica dell’informazione per sfuggire all’inferno dei fenomeni di difficile individuazione, non varrebbe la pena di occuparsene?
NOTE:
[1] Micheael Walzer, Guerre giuste e ingiuste. Un discorso morale con esemplificazioni storiche, tr. it. a cura di Fabio Armao, Laterza, Bari 2009.
[2] Mariarosaria Taddeo, Codice di guerra. Etica dell’intelligenza artificiale nella difesa, tr. it. a cura di Virginio Sala, Raffaello Cortina Editore, Milano 2025.
[3] Luciano Floridi, The Ethics of Information. Oxford University Press, Oxford 2013, pag. 56.
[4] Per un elenco degli attacchi cyber più famosi, cfr. Jon DiMaggio, L’arte della guerra informatica. Guida investigativa a ransomware, spionaggio e cybercrime organizzato, Apogeo, Milano 2023.
[5] Christofer Walker, Jessica Ludwig, The Meaning of Sharp Power. How Authoritarian States Project Influence, «Foreign Affairs», 16 novembre 2017.
[6] Chuck Brooks, What Every Company Needs To Know About Cybersecurity In 2026, «Forbes», 31 dicembre 2025.
La lingua come arma. E noi come bersaglio
Dal Covid a Gaza, il potere ha riscritto la realtà attraverso il linguaggio. Disinformazione è verità, controllo è sicurezza, aggressione è autodifesa: la neolingua che prepara alla guerra.
C’è un filo rosso che attraversa questi anni e che si tende sempre di più, quasi a volerci soffocare: il controllo del linguaggio come forma di governo. Lo aveva immaginato Orwell con la neolingua, ma quello che abbiamo davanti agli occhi è un’operazione ben più sofisticata: non è solo la riduzione del vocabolario, è la riscrittura del senso, l’inversione semantica, la trasformazione delle parole in trappole.
La neolingua del potere
La tecnica è sempre la stessa: prendi un concetto, svuotalo, sostituiscilo, rovescialo. Alla triade orwelliana “Guerra è pace / Libertà è schiavitù / Ignoranza è forza”, oggi si affianca quella transnazionale del potere senza nome e senza faccia: Disinformazione è Verità, Controllo è Sicurezza. Aggressione è Autodifesa.
Un processo che non nasce oggi: ha iniziato a infiltrarsi quasi in sordina durante il Covid, quando l’immaginario bellico, la trincea, la prima linea, il nemico invisibile, ha colonizzato la narrazione pubblica. Era il primo passo: introdurre un linguaggio di guerra in un contesto non bellico, normalizzarne la sintassi, abituare l’orecchio.
Poi è arrivata l’Ucraina: la guerra con al comando un attore che prima di diventarlo nella realtà, è stato presidente in una serie TV. Con Zelensky, interprete e portavoce del dramma, la guerra è diventata un talk show infinito, come hanno osservato numerosi analisti dei media. Un distopico intrattenimento politico permanente. Non importava più capire, ma schierarsi. O Slava Ukraini o putiniano. La propaganda ha fatto un nuovo salto di qualità: non solo si è militarizzato il lessico, ma si è santificata la guerra, rendendo sospetta perfino la parola “negoziato”. Nel giro di pochi mesi l’idea stessa di diplomazia - la spina dorsale del diritto internazionale - è stata dipinta come debolezza morale. Chi parlava di trattative veniva etichettato come “filorusso”, “pacifinto”, “utile idiota”. Ed è ancora così.
Le tre fasi del consenso
Lo dimostra l’ultima dichiarazione fatta dal presidente del comitato militare della NATO, Giuseppe Cavo Dragone qualche giorno fa: secondo lui l’Alleanza dovrebbe diventare “più aggressiva”, persino valutare “misure preventive” nei confronti della Russia. E quel “preventive” è la parola chiave: una parola che scivola via dolcemente nell’orecchio, come se fosse una misura profilattica, un vaccino geopolitico, qualcosa che si fa “per evitare guai”.
Ma la verità è brutale: un attacco preventivo a una potenza nucleare equivale a una dichiarazione di guerra. Lo capirebbe anche un bambino. Eppure, generali, editorialisti, ministri, pronunciano quella formula, guerra preventiva, con l’innocenza artificiale di chi sa perfettamente cosa sta facendo: normalizzare l’anomalia. Intanto, sulle testate mainstream campeggiano titoli che ancora una volta ribaltano la realtà, riportando una reazione come se fosse un attacco: “La Russia dichiara guerra all’Europa”.
Questa è la neolingua del presente: non più un meccanismo letterario, ma un dispositivo operativo, una tecnologia del consenso che prepara i cittadini a fuoco lento portandoli ad accettare l’inaccettabile. È un processo a tre stadi: il primo introduce le metafore della guerra anche dove non esistono; il secondo rende la guerra un’opzione legittima, quasi inevitabile; il terzo ribalta i significati, fino a far sembrare “difensivo” ciò che è aggressivo, “necessario” ciò che è suicida. È così che si prepara una popolazione alla catastrofe: non con le armi, ma con le parole.
Gaza, il punto di ebollizione
E oggi siamo arrivati al punto culminante di cottura della rana bollita: Gaza. Qui la distorsione linguistica ha superato perfino la fantasia distopica di Orwell. La realtà è stata sovvertita in diretta, alla luce del sole, con una sfacciataggine che fa quasi paura: i bambini uccisi vengono giustificati con l’accusa mai provata di essere usati come “scudi umani” da Hamas; la fame, provocata deliberatamente da Israele, viene ribaltata come accusa su Hamas, che sottrarrebbe viveri e rifornimenti per arricchirsi; la distruzione sistematica di un popolo viene presentata come “legittima difesa” di un altro che deve difendersi da Hamas che vuole distruggerlo.
Narrazioni costruite a tavolino, non fatti. Non esiste una sola prova concreta di quel che dice l’IDF, né sugli ospedali che secondo loro nascondono centri militari, né sui centri umanitari usati da Hamas come ricovero di armi e di uomini, né sui presunti “bunker” sotto le scuole. Più realisticamente, suonano come mistificazioni utili a coprire un progetto di annientamento che risponde alla definizione della Convenzione ONU sul genocidio («sterminare in tutto o in parte» un gruppo), e che colpisce soprattutto i bambini perché rappresentano il futuro demografico dei palestinesi.
Criticare Israele è davvero un crimine?
Si. Ogni critica a Israele e all’ideologia sionista è stata trasformata in antisemitismo, una manipolazione calcolata che non serve a proteggere gli ebrei ma a silenziare qualunque dissenso politico, storico, etico. Il linguaggio è diventato una gabbia. E nella gabbia, oggi, hanno deciso di chiudere anche la politica estera. Non a caso negli ultimi mesi in Italia sono fioccate proposte di legge volte ad adottare la controversa definizione operativa di “antisemitismo” fissata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), una definizione molto criticata perché, di fatto, livella ed equipara la critica politica allo stato di Israele all’odio razziale e religioso.
Il più noto è il DDL 1627, presentato al Senato a ottobre 2025 dal senatore Maurizio Gasparri, che mira a rendere vincolante per scuole, università e istituzioni pubbliche la definizione IHRA, compresi i suoi “esempi esplicativi” che equiparano critica a Israele o sostegno alla causa palestinese ad antisemitismo. Un secondo testo, a firma del senatore della Lega Massimiliano Romeo, propone analoghe misure restrittive sotto la “lotta all’antisemitismo” ed è segnalato come potenziale “bavaglio al dissenso”. Un terzo disegno, il DDL S.1575, presentato da un esponente di Italia Viva, Ivan Scalfarotto, si trova attualmente in commissione e propone analoghe misure, finalizzate all’adozione della definizione IHRA.
Tutte queste proposte, pur con dettagli diversi, condividono la stessa matrice: rendere giuridico e sanzionabile ciò che secondo la definizione IHRA può ricadere sotto “antisemitismo”, inclusa la critica politica allo Stato di Israele e al sionismo. L’equiparazione sistematica di “antisionismo = antisemitismo” è non solo una pericolosa deriva antidemocratica e verso una plateale manipolazione delle radici delle parole, ma rischia di trasformare il dissenso in crimine, in reato politico semplici opinioni, analisi, reportage, manifestazioni, con conseguenze concrete e imprevedibili su libertà di espressione, di ricerca, di insegnamento. L’approvazione di uno o più di questi ddl significherebbe non solo un controllo semantico sui media o sulla piazza, ma un’effettiva regolamentazione del pensiero critico. Questo non è accanimento retorico: è una strategia politica repressiva che si serve della legge per imporre un confine invalicabile tra ciò che è lecito dire e ciò che invece è reato anche solo pensare.
Asimmetrie morali
Ma la distorsione linguistica non si ferma qui: produce effetti tangibili, immediati, mostruosi. Soprattutto, produce una gerarchia morale in cui alcune vite contano infinite volte più di altre. Lo si è visto pochi giorni fa: Fadi e Jumaa, due fratellini palestinesi, 9 e 12 anni, sono stati uccisi da un drone israeliano nella Striscia di Gaza mentre raccoglievano legna. Non c’era alcuno scontro, nessun combattente, nessuna “minaccia”. Solo due bambini che avevano osato superare una linea immaginaria di sicurezza imposta da Israele. Colpiti, dilaniati, cancellati. La notizia è scivolata presto nei feed come un rumore di fondo: nessuna apertura dei telegiornali, nessun editoriale furibondo, nessun comunicato dell’Unione europea, nessun cordoglio istituzionale. Un massacro classificato come “incidente”, cioè come rumore.
A due giorni di distanza, a Roma, sono apparse quattro scritte su un muro accanto alla Sinagoga di Monteverde e sulla targa dedicata al piccolo Stefano Taché, il bambino di due anni ucciso nell’attentato al Tempio di Roma del 1982. In un attimo si è scatenato l’inferno: conferenze stampa, dichiarazioni furibonde della Comunità ebraica, del sindaco, della Regione, del Presidente della Repubblica Mattarella, che pure sui bambini palestinesi aveva taciuto. Nulla da eccepire, gli atti vandalici vanno condannati senza esitazioni. Ma è l’asimmetria che sconcerta. È la sproporzione etica che si inserisce perfettamente nella logica della neolingua: la parola incisa sul muro diventa più grave di un bambino vaporizzato da un drone.
Quando il linguaggio annienta la realtà, tutto diventa possibile
Questo è il punto di non ritorno. Un mondo in cui quattro scritte indignano più dell’esecuzione di due bambini non è un mondo confuso: è un mondo perso, alla deriva, programmato per non vedere il naufragio. È un mondo in cui il linguaggio non descrive più la realtà, la annienta. E quando ciò accade, tutto diventa possibile: l’impunità, il rovesciamento dei significati, la repressione del dissenso, perfino la criminalizzazione di chi ancora si ostina a dire che due bambini morti valgono più di una vernice su un muro.
La realtà è stata messa fuorilegge. Siamo a un passo dal rendere, stavolta per davvero, come scriveva Orwell, il crimine di pensiero un reato perseguibile. E allora sì: il filo rosso che parte dal Covid, attraversa l’Ucraina e arriva a Gaza, non è solo un mutamento del linguaggio. È la costruzione di un sistema politico che ha deciso di governare non attraverso la verità, ma attraverso il controllo del senso. Disinformazione è Verità, Controllo è Sicurezza. Aggressione è Autodifesa. E questo, più di ogni altra cosa, dovrebbe farci paura.


