Corri, il nemico ti ascolta

La spazzatura è un giacimento di informazioni

Kevin Mitnick è stato uno dei primi hacker a diventare una celebrità universale. Nelle sue ricostruzioni degli attacchi condotti contro agenzie federali, come il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, e contro multinazionali come la DEC e Motorola, riferisce che il metodo più efficace per eseguire il primo accesso nei sistemi riservati consiste nel farsi consegnare la password dai dipendenti stessi. La prima fonte di informazioni per l’hacker è la consultazione delle liste di numeri telefonici interni, di nomi di impiegati di sale riunioni, di settori, di ali e piani dei palazzi: tutti dati che negli anni Novanta, e ancora nei primi anni dopo il Duemila, si potevano rintracciare nella spazzatura raccolta vicino agli uffici, cercando tra le mazzette di documenti stampati e gettati. Mitnick prendeva confidenza con acronimi e riferimenti interni; poi chiamava il centralino fingendosi un collaboratore, di cui aveva recuperato identità e collocazione, e simulava una richiesta di aiuto, in via amichevole, per recuperare le credenziali smarrite.

Oggi per ottenere informazioni segrete non serve più un simile istinto di ingegneria sociale: in un certo senso, è sopravvissuta solo la parte di ispezione del pattume, ma trasfigurata nell’ambiente digitale. In un saggio per il Global Investigative Journalism Network, Santiago Villa ricostruisce come l’app di fitness Strava sia diventata, negli ultimi anni, uno strumento potente per il giornalismo investigativo e l’OSINT (l’Open Source Intelligence è l’etichetta con cui si nobilita la versione online dell’inclinazione patologica a frugare nell’immondizia altrui). Ma è anche una fonte ricorrente di vulnerabilità per militari, agenti di sicurezza e leader politici: attraverso l’analisi dei dati pubblici delle attività sportive condivise dagli utenti, reporter e ricercatori hanno individuato basi militari segrete, identificato membri di scorte presidenziali e persino tracciato gli spostamenti di capi di Stato. Fondata nel 2009, e oggi con oltre 135 milioni di utenti in più di 190 Paesi, Strava è spesso definita il Facebook dei runner: consente di registrare allenamenti, condividerli, commentarli e assegnare kudos. Tuttavia, la stessa dimensione sociale che rende l’app coinvolgente ha aperto negli anni numerose falle in termini di sicurezza e riservatezza.

Basi militari e presidenti

Già nel 2018 una heat map globale pubblicata da Strava, che mostrava le aree più frequentate dagli utenti, aveva permesso ad analisti OSINT di individuare movimenti all’interno di basi militari statunitensi in Iraq e Siria, installazioni britanniche nelle Falkland, e perfino nei pressi dell’Area 51. Tra i primi a sfruttare questi dati vi furono ricercatori indipendenti e membri di Bellingcat, che dimostrarono quanto fosse semplice estrarre informazioni sensibili da attività apparentemente innocue.

Un caso recente riguarda Israele. Nell’ottobre 2024 il giornalista Omer Benjakob di Haaretz ha segnalato alle autorità un utente sospetto, Kevin D, che dichiarava di trovarsi in Texas ma registrava decine di corse in basi militari israeliane. In realtà, caricando allenamenti fittizi in luoghi specifici, l’utente riusciva a vedere i profili di chi aveva davvero sgambettato traspirando sudore autentico in quelle aree (purché non avesse attivato le impostazioni di privacy più restrittive). Molti soldati aveva trascurato questo gesto di prudenza (che avrebbe penalizzato la visibilità virtuale dei loro muscoli), divulgando insieme alle loro prodezze molti altri dati sensibili.

La svolta è arrivata con l’inchiesta #StravaLeaks pubblicata nel 2024 da Le Monde, firmata dai reporter Sébastien Bourdon e Antoine Schirer – che hanno ammesso, non senza qualche imbarazzo, di essere i gestori (ragionevolmente muscolosi) del profilo di Kevin D. I due giornalisti hanno identificato membri del Groupe de Sécurité de la Présidence de la République (GSPR), la scorta del presidente francese Emmanuel Macron, analizzando le loro attività sportive. Il metodo è stato semplice ma efficace: simulare una corsa in un luogo altamente selettivo, come la residenza privata del presidente, per individuare chi altro avesse corso lì. Una volta identificati i profili sospetti, i giornalisti hanno mappato con strumenti Python tutte le attività pubbliche, incrociando date e località con gli spostamenti ufficiali del presidente e verificando le loro identità anche tramite LinkedIn e fotografie.

La stessa metodologia è stata applicata agli agenti del Secret Service statunitense, e ha consentito di individuare membri della scorta dell’allora presidente Joe Biden e di prevederne potenzialmente i movimenti. In un’ulteriore evoluzione dell’inchiesta, i reporter hanno rintracciato anche guardie del corpo del presidente russo Vladimir Putin, seguendone gli spostamenti in località sensibili, compreso il controverso palazzo sul Mar Nero attribuito al leader russo.

Non tutti i tentativi hanno avuto successo: in Cina Strava non è diffusa, rendendo impossibile un’analisi analoga sulla scorta di Xi Jinping.

Legalità e eticità dell’OSINT

Vale la pena di insistere sul fatto che le vulnerabilità che hanno reso possibili le indagini di Bourdon e Schirer non derivano da bug, ma da funzioni perfettamente legittime di Strava in contesti ordinari, che diventano problematiche quando usate da personale militare o di sicurezza. In un’epoca in cui il confine tra pubblico e riservato è sempre più labile, una semplice app di fitness può mettere a rischio un cittadino qualunque quanto un capo di Stato.

In un famoso saggio del 1998, Andy Clark e David Chalmers sostengono che dovremmo intendere come «azioni epistemiche» tutte quelle operazioni che «alterano il mondo in modo tale da aiutare e potenziare i processi cognitivi, come la ricognizione e la ricerca». L’OSINT e l’indiscrezione nei confronti della vita privata dei presidenti, o del loro esercizio fisico, non sarebbero che una manifestazione della «mente estesa», con cui – secondo i due filosofi – la coscienza e l’intelligenza non possono essere rinchiuse dentro le pareti della scatola cranica, ma si attivano anche tramite tutti i dispositivi di registrazione utilizzabili nella realtà esterna. In cosa le tracce lasciate da una corsa su Strava dovrebbero differire dagli appunti che ciascuno di noi prende su un blocchetto di carta per ricordare la lista della spesa, o per abbozzare l’indice di un discorso, o di una presentazione? Con quale diritto potremmo stabilire che il sommario degli argomenti che memorizziamo sia «più cognitivo», quindi più vero, o più nobile, di quello che stendiamo tramite la scrittura?

Eppure, qualunque studente sa che se si presentasse ad un esame sul concetto di mente estesa con il testo stampato del saggio di Clark e Chalmers, e pretendesse di superare la prova leggendolo al professore, vedrebbe deluse le sue attese di promozione. L’estensione cartacea della mente non è accettata come valida in sede di interrogazione istituzionale sulla mente estesa, e mostra l’esistenza di alcune limitazioni nell’accettabilità dell’intelligenza come proprietà dell’ambiente esterno. Allo stesso modo, una delle critiche che è stata rivolta all’OSINT è l’insensibilità per la differenza tra legittimità legale e morale dell’esercizio di raccolta e analisi dei dati disponibili sul web. Nella maggior parte dei casi infatti gli individui non sono consapevoli delle tracce digitali che lasciano in giro, e il loro recupero, insieme agli interventi di esame e di confronto sui segnali collezionati, possono favorire varie forme di violazione della riservatezza personale, come lo stalking o il doxxing – l’esposizione di informazioni private che facilita attacchi cyber, furti d'identità, o molestie online. Oltre alla scoperta delle attività criminali dei politici e dei militari, che è il vanto del giornalismo di inchiesta costruito con l’OSINT, gli stessi metodi possono fornire strumenti di segno opposto, a sostegno dei governi che intendono identificare, controllare e perseguitare i dissidenti, o che progettano di scatenare contro di loro campagne di odio collettivo alimentato con fake news e indizi costruiti ad arte. Tutto questo accade senza violare la lettera della legge, dal momento che non viene violato nessun archivio segreto, né alcuna memoria protetta da password. Si rovista solo nella spazzatura lasciata in giro.

Come si fa con le cartacce e i mozziconi di sigaretta, il pubblico dovrebbe essere formato a seguire anche un insieme di pratiche di buona educazione nell’ecologia informativa. Perché, oltre la mente estesa, l’OSINT pone il problema di chi fa funzionare questa mente, e con quali obiettivi: non è una questione che riguardi solo i presidenti.

 


 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

S. Bourdon e A. Schirer, La sécurité de Macron, Biden et Poutine compromise par leurs gardes du corps : le premier épisode de notre enquête « StravaLeaks », «Le Monde», 27 ottobre 2024.

S. Bourdon e A. Schirer, Joe Biden et Donald Trump mis en danger par leurs propres gardes du corps : « StravaLeaks », épisode 2, «Le Monde», 28 ottobre 2024.

S. Bourdon e A. Schirer, En Russie, les gardes du corps de Vladimir Poutine courent près du palais qu’il nie posséder : « StravaLeaks », épisode 3, «Le Monde», 29 ottobre 2024.

S. Bourdon e A. Schirer, StravaLeaks : en pleine guerre, des milliers de soldats israéliens identifiables par le biais de l’application sportive, «Le Monde», 4 novembre 2024.

A. Clark, D. Chalmers, The Extended Mind, «Analysis», vol. 58, n.1, gennaio 1998, pp. 7-19.

K. Mitnick, L’arte dell’inganno, Feltrinelli, 2003

S. Villa, Running Into Open Secrets: How to Investigate Using the Strava Fitness App, «Global Investigative Journalism Network», 22 aprile 2025.


Estetica del cringe - Sanremo 2026

Note sul caso studio del 76° Festival di Sanremo (2026)

C’è una soglia, all’interno del dispositivo spettacolo (Debord 1967) contemporaneo, superata la quale l’emozione per la condivisione di un momento lascia spazio ad un imbarazzo condiviso. È la soglia del cringe: un’esperienza estetica non riducibile al semplice “cattivo gusto”, ma piuttosto ad una frizione tra intenzione e ricezione, tra autenticità performativa e artificiosità manifesta. Il cringe non è soltanto qualcosa verso cui si prova vergogna, ma è un momento in cui il pubblico avverte uno scarto tra sé stesso e lo spettacolo a cui assiste, in un fenomeno di “super-esposizione” dello stesso.

Il Festival di Sanremo 2026, andato in scena come di consueto al Teatro Ariston, si offre come l’occasione adatta per interrogare questa categoria. Non perché quest’ultima edizione sia stata più (o meno) imbarazzante di altre; bensì, in quanto rende ben visibile il funzionamento di questo dispositivo spettacolare nell’epoca delle meta-narrazioni veicolate dai social. Basti pensare al ritorno in voga del meme, ormai icastico, preso in prestito dalla serie televisiva Boris – ovvero: «Un paese di  musichette, mentre fuori c’è la morte». In questo senso, lo scarto tra prodotto spettacolare e realtà: ovvero, tra il palcoscenico e la meta-narrazione dello stesso, e poi il mondo reale, è evidente.

In un senso generale, il cringe è un’emozione riflessiva: non si tratta dell’imbarazzo diretto di chi sbaglia, bensì di quello esperito da chi assiste allo sbaglio, o lo percepisce come tale. Da questo punto di vista, il cringe segnala il superamento evidente di una soglia normativa: qualcosa appare “troppo” agli occhi – e alle orecchie – dello spettatore. Inoltre, una delle specificità del cringe è nella consapevolezza del dispositivo in atto: lo spettatore sa che sta assistendo ad una “messa in scena” e, anzi, percepisce distintamente il tentativo di occultare tale artificiosità. In effetti, il cringe emerge proprio nel momento in cui l’artificiosità della performance si fa evidente nella sua forzatura: troppo sentimentale, troppo empatica, oppure troppo forzatamente giovanilistica, etc. In questo senso, il cringe non è del tutto scollegato dal kitsch: anche se, in effetti, quest’ultimo può anche avere risvolti di autenticità – come nel caso del camp (Sontag 1964); viceversa, il cringe è sempre privo d’ingenuità, attivandosi proprio in virtù di questa sua “performatività smascherata”. 

Il Festival di Sanremo rappresenta, pertanto, l’occasione per vedere all’opera questa categoria del cringe. Infatti, Sanremo è, per eminenza, il rito mediatico italiano maggiormente condiviso, senza distinzioni sociali. In effetti, già Pasolini notava che il successo del Festival fosse trasversale (Pasolini 1969). Tutti, durante la settimana sanremese, si omologano alla temporalità rituale imposta: alla sua strutturazione in cinque serate consecutive, alle eliminazioni, alla serata delle cover, alla serata finale.

La 76° edizione del Festival non ha portato significative variazioni a questa tradizione, oramai consolidata: alla presentazione delle canzoni in gara è seguita l’alternanza dei cosiddetti “big” e delle loro esibizioni, con l’orchestra in primo piano. In effetti, la solita “auto-narrazione” dell’evento come percorso di celebrazione della canzone italiana, e della musica tout court, ha segnato un primo livello di cringe. Inoltre, l’equilibrio tra spontaneità e scrittura televisiva è fin da subito risultato instabile: il susseguirsi di gag programmate per diventare virali, e messe in scena con tempi comici cronometrati al secondo, infatti, ha dato l’impressione trasparente di una “performatività forzata” – generando una diffusa sensazione cringe. Anche la scelta delle inquadrature, spesso in primo piano, eccessivamente  ravvicinate ed evidentemente alla ricerca di un legame empatico con il pubblico televisivo, in realtà, ottiene l’effetto di una reazione di cringe da parte dello stesso. Forse, da questo punto di vista, è stato emblematico l’impiego dell’AI nella realizzazione di un breve sketch, in cui, sulle note di Papaveri e papere di Nilla Pizzi, è stata mandata in onda la versione “deformata” del pubblico, dall’aspetto come papera. In generale, l’alternarsi tra i momenti celebrativi e maggiormente seriosi della competizione canora, ai momenti invece più leggeri e sdrammatizzanti della comicità, ha infatti generato un “effetto cringe” quasi totalizzante. Infine, l’impressione che gli intermezzi siano funzionale alla competizione (o viceversa) produce lo “straniamento” necessario a smascherare l’artificiosità di entrambi, appunto, generando una reazione “cringiata” ed inversamente proporzionale a tale forma di spaesamento.

Merita una menzione a parte l’introduzione delle tematiche di “senso civico”, esplicitamente rivolte alla sensibilizzazione: pacifismo, democrazia, violenza di genere. In questo caso, il cringe non si attiva per una variazione forzata dal piano normativo, quanto piuttosto per una sorta di “eccesso di buone intenzioni” che rende evidenti le finalità “moralizzatrici” del medium. Nel “vortice catatonico”, il telespettatore percepisce la pretestuosità del tentativo. Inoltre, essendo ormai assuefatto alla retorica della mediocrità (Eco 1961)  e alla pedagogia televisiva delle pubblicità progresso, l’effetto di cringe a cui è sottoposto il telespettatore produce un risvolto “neutralizzante”. Anche la serata delle cover è interessantissima dal punto di vista del cringe, dal momento che la sua modalità tipica, cioè il revival, è considerabile un’evidente operazione posticcia di “memoria esibita”. Infatti, i rischi evidenti di una esasperata teatralità, oppure di coinvolgimento minimo, raramente vengono disattesi. Inoltre, il salto temporale che viene necessariamente a crearsi tra generazioni diverse – spesso messe forzatamente in dialogo tra loro – costituisce un’evidente occasione di manifestazione del cringe.

Dulcis in fundo, la serata finale rappresenta, in sé stessa e nel proprio potenziale di culmine catartico del rito, un autentico momento di catalizzazione per la categoria estetica del cringe. In questo senso, parafrasando lo Hegel jenese, è possibile intravedere nell’entrata fortemente esasperata di uno degli ospiti di punta, cioè il tenore Andrea Boccelli, a cavallo di un bianco destriero, la manifestazione dello Zeitgeist del nostro tempo, e dalla “super-esposizione” che lo caratterizza – alla pari del celebre Napoleone “spirito del mondo a cavallo” di hegeliana memoria. In questa immagine, infatti, possiamo trovare un argomento a sostegno della proposta di una possibile “estetica del cringe” in un’epoca così medializzata come la nostra: in cui il disagio, quindi, non è più incidentale, ma una forma strutturata del modo attuale di rappresentare la realtà. Il fenomeno del cringe, in questo senso, non è una variabile casuale, ma il sintomo di questa specifica tipologia di spettacolarizzazione.

 


 

Riferimenti bibliografici

Debord, G., La société du spectacle, Buchet-Chastel, Paris 1967.

Eco, U., Fenomenologia di Mike Buongiorno, 1961; in: Id., Diario minimo, Bompiani, Milano 2017, pp. 29-34

Pasolini, P.P., San Remo: povere idiozie: in “Tempo” n.7, 15.02.1969; ora in: Id., Il Caos, Garzanti, Milano 2015, pp. 126-127.

Sontag, S., Notes on “Camp”, 1964, in: Id., in Against Interpretation and Other Essays, New York, Farrar, Straus & Giroux, 1966.

Treccani, Cringe, in: “Vocabolario Treccani/Neologismi. Istituto della Enciclopedia Italiana”, 2017 – disponibile al link: https://www.treccani.it/vocabolario/cringe_(Neologismi)/ .