Missione “mille miliardi di alberi”
È la proposta del notissimo neurobiologo vegetale Stefano Mancuso e di altri scienziati come ad esempio Thomas Crowther dell’ETH di Zurigo e il team scientifico del Trillion Trees promosso dal WWF. Si tratta di un numero talmente enorme da poter sembrare il progetto un po’ stravagante di scienziati poco avvezzi alla concretezza. Non è così, si tratta di un progetto importantissimo e molto solido e adesso vedremo perché.
Circa due mesi fa abbiamo raccontato su Controversie il rapporto PEFC sullo stato delle foreste in Italia, con alcuni dati molto incoraggianti.
Primo fra tutti il notevole aumento delle aree boschive nel nostro Paese e qualche timido segnale di una nuova fase di ripopolamento e di ripresa economica nelle aree montane, fenomeno che parte anche dalla nuova gestione dei boschi.
Ma se in Italia e in Europa la situazione delle aree boschive sta migliorando, anche grazie a una crescente consapevolezza della loro importanza, non altrettanto si può dire a livello globale. Nonostante le politiche messe in atto per proteggere le grandi foreste sudamericane, africane e asiatiche, polmoni del pianeta, la situazione continua a peggiorare.
Ogni anno la quantità di aree deforestate supera quella delle nuove aree boschive; ogni anno Amazzonia e foreste del Centro Africa perdono migliaia di ettari per disboscamenti non autorizzati o incendi dolosi per far posto ad attività agricole e pastorizia.
Ancora oggi la deforestazione netta vale poco meno di 5 milioni di ettari l’anno, secondo la FAO: si tratta della stima riferita al decennio 2010 - 2020, confermata anche dalle analisi del Global Forest Resources Assessment 2025.
Il quadro è drammatico ma non del tutto sconfortante: il ritmo con cui aumenta questo squilibrio sta diminuendo, ma siamo ancora lontani da un’inversione di tendenza.
In questo contesto il riscaldamento globale aumenta anno dopo anno con tutte le conseguenze infauste che ne derivano: secondo uno studio pubblicato sulla rivista scientifica PNAS nel 2020, in assenza di correttivi, entro il 2070 fino al 19% della superficie terrestre potrebbe avere condizioni climatiche medie simili ad alcune zone del Sahara.
La comunità scientifica concorda che l’immissione di CO₂ e altri gas climalteranti in atmosfera sia la causa principale (forse non l’unica) del surriscaldamento del pianeta.
Il problema è duplice e non ha soluzioni univoche.
È duplice in quanto ogni anno l’immissione in atmosfera di CO₂ è superiore alla rimozione di questo gas e questo fa aumentare lo stock di gas accumulatisi in atmosfera, responsabili della mancata dispersione del calore. È importante però distinguere tra flusso (le emissioni annuali) e stock (l’accumulo storico): il climate change dipende soprattutto da quest’ultimo.
Ci sono due macro soluzioni per contrastare questa situazione: quelle tecnologiche, ovvero l’ottimizzazione dei processi produttivi per diminuire l’impronta carbonica e l’utilizzo di energie pulite da fonti rinnovabili; queste sono le Technology Based Solutions.
E poi ci sono le Nature Based Solutions, ovvero le soluzioni basate sulla natura. E tra queste, più che mai, la riforestazione.
Secondo il professor Stefano Mancuso, prima dell’impatto antropico il pianeta ospitava fino a 6.000 miliardi di alberi contro gli attuali 3.000 miliardi; si tratta di stime che Mancuso utilizza spesso nella sua attività divulgativa, stime che derivano dalle ricerche del Crowther Lab dell’ETH di Zurigo. Nei secoli, e in particolare dall’inizio della rivoluzione industriale, l’uomo ha dimezzato la presenza di alberi sul pianeta, con una gravissima perdita di capacità di assorbimento della CO₂ proprio nel momento in cui servirebbe di più.
Secondo Mancuso le soluzioni tecnologiche sono importanti ma da sole non risolveranno il problema. Per altro, l’obiettivo di arrivare entro il 2050 al Net Zero appare irrealistico; molto più plausibile è la carbon neutrality, ovvero compensare le emissioni con soluzioni tecnologiche o naturali.
La soluzione, dunque, per lui come per altri studiosi, è quella di piantare almeno mille miliardi di nuovi alberi. Questo incremento di “massa verde” permetterebbe di assorbire una quota significativa (ma non sufficiente) dei gas climalteranti prodotti dalla nostra società – comprese le emissioni legate ai conflitti, disastrosi non solo sul piano umano – e contribuirebbe a frenare il climate change, agendo sulla riduzione dello stock.
Ma sorgono spontanee alcune domande: “è veramente possibile piantare mille miliardi di alberi sul nostro pianeta? C’è lo spazio? Dove troviamo questo numero immenso di alberi nuovi da piantare?”
Prima di rispondere, occorre ricordare che l’idea dei mille miliardi di alberi non nasce dal nulla: è la conseguenza di vari studi che hanno contribuito a definire l’obiettivo.
Nel 2019 è stato pubblicato su Science lo studio dell’ETH di Zurigo, noto come “Trillion Trees Study”, che dimostra che sul pianeta esistono 2,8 miliardi di ettari di terreni riforestabili. La mappatura è precisa, continente per continente.
Questi 2,8 miliardi di ettari potenzialmente riforestabili, scendono a 0,9 miliardi escludendo le aree urbane e agricole. E facendo rapidi calcoli si desume che questo spazio permetterebbe la crescita di circa mille miliardi di alberi. Va ricordato che questa stima è stata oggetto di dibattito, ma resta probabilmente l’analisi più autorevole sul tema.
La missione mille miliardi dunque non è una follia visionaria, ma un tema di presa di coscienza, responsabilità e di volontà politica internazionale.
L’altro punto critico è: “ma dove le prendiamo tutte queste piante?”
Anche in questo caso la risposta è semplice, nel senso di logica e razionale. Mancuso sa benissimo che non è possibile, né da un punto di vista della fattibilità, né economico, coltivare in vivai un numero così colossale di piante.
La soluzione che propone è la rigenerazione naturale: gli alberi producono enormi quantità di semi che si disperdono nell’ambiente trasportati dal vento e dagli animali. Sono questi semi che permettono ai boschi di espandersi e ampliarsi velocemente se non trovano ostacoli da parte dell’uomo. È ciò che abbiamo visto anche in Italia: nelle zone montuose abbandonate i boschi sono ricresciuti con straordinaria rapidità.
Si tratta del concetto di Assisted Natural Regeneration (ANR), che si è sviluppato negli ultimi decenni con il contributo di decine di ricercatori di tutto il mondo; Stefano Mancuso è uno dei grandi divulgatori internazionali di questa metodologia. La rigenerazione naturale ha anche un vantaggio ecologico fondamentale: produce boschi più biodiversi, più resistenti e in grado di immagazzinare una maggior quantità di carbonio, rispetto alle piantagioni artificiali.
Il disastro Vaia del 2018, quando una tempesta distrusse oltre 42.000 ettari di boschi in Trentino, è dipeso anche dal fatto che quei boschi erano frutto di una piantumazione artificiale nel primo dopoguerra che non rispettava la composizione naturale originaria. Erano boschi strutturalmente fragili, incapaci di resistere a un evento meteorologico estremo.
Affidare la missione mille miliardi alla natura è dunque la scelta più logica. Naturalmente questo non vale per le città e per le aree fortemente urbanizzate. Gli alberi urbani, tristemente isolati e circondati da cemento, spargono i loro semi inutilmente nell’asfalto. Eppure le città sono proprio i luoghi dove gli alberi servirebbero di più: per abbassare le temperature roventi estive e migliorare la qualità dell’aria.
Nei piani di riforestazione urbana l’intervento umano è indispensabile, occorre individuare gli spazi giusti (ci sono) e progettare piantumazioni intelligenti, che possano resistere nel tempo.
Quindi, per portare a buon fine la missione mille miliardi serve dunque una collaborazione uomo – natura; lasciare che la natura ampli le foreste e realizzare una piantumazione mirata nelle aree urbanizzate.
Come dicevamo si tratta soprattutto di una sfida culturale e politica; concretamente è un’operazione oggettivamente fattibile. Purtroppo, proprio perché si tratta di un tema di coordinamento politico internazionale e dei singoli paesi, è legittimo essere pessimisti.
In ultimo, quanta CO₂ assorbirebbero mille miliardi di nuovi alberi? Secondo il Crowther Lab, potrebbero immagazzinare fino a 205 gigatonnellate di carbonio, equivalenti a circa 750 miliardi di tonnellate di CO₂ nel loro ciclo di vita. Attenzione, nel loro ciclo di vita, parliamo quindi del dato complessivo che queste foreste potrebbero accumulare una volta mature.
E questo è il punto chiave del ragionamento: il problema del climate change deriva essenzialmente dal surplus storico di CO₂ presente in atmosfera, accumulatosi a partire dall’inizio dell’800; in altre parole, esiste uno stock di CO₂ in eccesso, calcolato dal Crowther Lab in circa 1.600 miliardi di tonnellate.
La missione mille miliardi incide marginalmente sull’assorbimento delle emissioni annue (per questo motivo servono anche le soluzioni tecnologiche di abbattimento del flusso); ma va a incidere – nel tempo di vita delle nuove foreste – in modo sostanziale sullo stock, causa principale del riscaldamento globale.
Infine, quindi, c’è da domandarsi: “è il caso di prendere seriamente la proposta degli scienziati che parlano dei mille miliardi di alberi?”
Credo che la risposta sia semplice.
Elettricità dal nucleare: si, no, perché? - Seconda parte, breve storia del Nucleare in Italia
Promotori e sostenitori
Il principale promotore dell’iniziativa di ripresa del percorso nucleare è il Ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin. Pichetto Fratin appartiene ed è espressione di Forza Italia, con un curriculum di rispetto e fortemente trasversale tra ambiente e programmazione economica, con una dichiarata attenzione alla riconversione dei poli industriali ad alto impatto ambientale. I suoi mandanti sono, per forza di cose, i partiti di maggioranza.
La principale ratio del Ministero per questo nuovo percorso energetico è di rispondere alla crescente domanda di energia generata «anche per effetto dell'intelligenza artificiale, dei data center, dell’elettrificazione industriale e civile»[1] in modo più indipendente, sicuro e forte, garantendo – nello stesso tempo e in parallelo allo sviluppo delle energie rinnovabili – di «raggiungere gli obiettivi della decarbonizzazione, garantendo la piena sicurezza energetica del Paese».
Nel comunicato di febbraio 2025, il Ministro dichiara programmaticamente che il Governo intende «disciplinare in maniera organica l’intero ciclo di vita della nuova energia sostenibile, […] dalla sperimentazione, localizzazione, costruzione ed esercizio dei nuovi moduli, al tema della fabbricazione e riprocessamento del combustibile sarà affrontato in una visione di economia circolare», agendo «anche sulla disattivazione e smantellamento degli impianti esistenti, la gestione dei rifiuti e del combustibile esaurito, la ricerca, lo sviluppo e l’utilizzo dell’energia da fusione, la riorganizzazione di competenze e funzioni, anche con l’istituzione di una Autorità indipendente per sicurezza, vigilanza e controllo. La delega servirà anche a prevedere strumenti formativi e informativi, formare nuovi tecnici e figure professionali del settore, individuare benefici per i territori interessati».
Un punto cardine delle motivazioni è la continuità di produzione e di disponibilità dell’energia, continuità che le fonti rinnovabili come eolico e solare non possono, per loro natura, garantire. Anche l’idroelettrico – che pure ha giocato un ruolo fondamentale nel mix energetico italiano – sembra, su questo punto, mostrare la corda e avere prospettive di decrescita a fronte dell’evoluzione climatica.
Senza dubbio, il piano Pichetto Fratin è – almeno nelle parole – ampio, organico, attento alle implicazioni ambientali, alla circolarità dell’economia, all’assorbimento di un fabbisogno energetico, alla continuità di produzione e, infine, al benessere – torneranno i contributi compensativi sotto altro nome? – dei territori interessati.
È anche evidente che questo programma dà per scontata la crescita del fabbisogno energetico, ma come si può intervenire su questa crescita, a livello locale? E il livello nazionale italiano è locale, a confronto con i movimenti della finanza e dell’industria tecnologica mondiale che oggi, palesemente, tirano le fila dello sviluppo della “nuova” industria.
Chi altri sostiene il piano del Governo?
In prima fila troviamo le associazioni degli industriali, per le medesime ragioni del governo e il sotteso di possibili riduzioni dei costi di produzione dell’energia; sono allineate a quella del Governo le voci della grande industria pesante italiana: Enel, Ansaldo Energia, Leonardo, per l’ovvia ricaduta produttiva, dato che saranno presumibilmente loro a prendersi in carico la progettazione, la realizzazione e la gestione degli impianti; infine, l’Enea che - in un impeto autopoietico – vede accrescere la centralità del suo ruolo come “pivot” di questo sviluppo.
Ci sono ancora i contrari?
Il fronte contrario al nuovo piano sul nucleare comprende – in buona sostanza – tutte le principali forze politiche di opposizione: PD, M5S, Verdi e Sinistra, in sintonia con diverse associazioni ambientaliste e alcuni think tank climatici, come Ecco Climate.
Le principali ragioni del no sono fondate sui tempi lunghi di realizzazione, che non rispondono alla crescita delle esigenze energetiche – sugli investimenti molto elevati e forse incongruenti con le possibilità del Paese, sulla mancata risoluzione del problema dello stoccaggio delle scorie, sul rischio che questa nuova onda affossi il pur dichiarato sviluppo delle rinnovabili e – infine – sul rispetto della volontà popolare dei due referendum del 1987 e del 2011.
Curiosamente, gli oppositori non fanno più leva – come in passato - sulla paura dei pericoli maggiori, dalle perdite e contaminazione ai disastri[2].
Comparazione di diverse fonti e tecnologie di produzione
Tenteremo, ora, di fare una valutazione comparativa del nucleare con alcune altre fonti energetiche, come il gas naturale, il carbone e le rinnovabili più accessibili quali l’eolico di terra, l’idroelettrico e il fotovoltaico.
I criteri di comparazione che prenderemo in considerazione sono il costo di produzione, la disponibilità delle materie prime, i tempi di realizzazione e i fattori inquinanti e di rischio.
Costi
Calcolare con un certo grado di precisione il costo complessivo di produzione dell’elettricità è un’operazione molto complessa, in cui rientra una molteplicità di fattori, a partire dagli investimenti per la realizzazione degli impianti e dal relativo ammortamento, per arrivare ai costi di trasporto e di consegna, passando – tra le altre cose – per il costo delle materie prime.
È, quindi altrettanto difficile comparare correttamente il costo effettivo di diverse fonti e diversi metodi di produzione. L’approccio più completo e in grado di fornire una vista “semplificata” è quello del Costo Livellato dell’Energia (Levelized Cost of Energy, LCOE), che computa tutti gli investimenti e i costi nel ciclo di vita di una filiera di produzione energetica e li divide per il potenziale produttivo complessivo in quello stesso ciclo di vita.
Anche il LCOE è un metodo con elevato tasso di incertezza poiché non può tenere conto delle fluttuazioni, su periodi di uno o più decenni, del costo e della disponibilità delle materie prime e del lavoro, dell’impatto di fenomeni socio-economici e geopolitici quali, ad esempio, le guerre che stanno modificando continuamente il mercato dell’energia. Tuttavia, in prima approssimazione e facendo delle ipotesi di scenario abbastanza stabili, permette di ottenere dei valori compresi in forchette di variazione che nel tempo si sono dimostrati abbastanza attendibili per dei confronti di medio periodo. Inoltre, l’analisi dell’ampiezza delle forchette di variabilità può essere usata come indicatore di rischio di variabilità e – di conseguenza – di stabilità economica di un metodo produttivo.
Ora, alcune fonti di analisi sicuramente serie e attendibili[3] indicano che il costo di produzione dell’elettricità con centrali nucleari “avanzate” si attesta tra i 100 $ e i 110 $ per Mwh, in linea con quello delle centrali a carbone, ma molto al di sopra del costo di 60-80 $ /MWh dei generatori a gas con ciclo combinato, dei parchi eolici “di terra” e delle centrali idroelettriche.
Questo costo più elevato per unità prodotta è dovuto principalmente ai tre fattori della disponibilità di materia prima (uranio arricchito, p.e.), degli investimenti di costruzione e del ciclo di vita limitato, caratteristici del nucleare.
In particolare, realizzare una centrale “tipo” da 1.000 MW costa tra i 6 e i 9 miliardi di €, mentre – ad esempio – un parco eolico “di terra” con la stessa potenza richiede solo 1 – 2 miliardi di euro. E lo stesso vale per una centrale a gas con ciclo combinato.
Tempi di realizzazione
La velocità di messa in opera, che si traduce nel tempo in cui l’energia è disponibile per coprire i fabbisogni, è anch’essa un elemento comparativamente critico per le centrali nucleari, anche se “piccole” e di tipo più avanzato: la sola costruzione richiede mediamente 5 anni ma, considerando l’iter di scelta e approvazione del sito, la valutazione ambientale e le diverse procedure di approvazione e collaudo, in Paesi mediamente attenti (e con aree sismicamente e idrogeologicamente critiche) come è l’Italia, il tempo complessivo di messa in opera si può attestare tra i 12 e i 20 anni.
Al contrario, la messa in opera di un parco eolico può essere fatta in 2 – 4 anni e una centrale a gas richiede al massimo 6 anni.
Disponibilità delle materie prime e continuità della fornitura
La materia prima sembra essere un fattore di grande incertezza per tutti tipi di produzione energetica: i principali elementi necessari per il processo di fissione, uranio per primo, non sono certamente rinnovabili e, secondo alcune fonti[4], se ne può stimare la disponibilità – con i ritmi di consumo e le tecnologie attuali – per poco più di cento anni. Può venire in aiuto, per rendere questo scenario meno critico, la possibilità di centrali autofertilizzanti che autorigenerano il combustibile, producendo quantità significative di un secondo elemento fissile e riducendo nel contempo la quantità di scorie. Tuttavia, questa tecnologia aggiunge complessità, aumenta gli investimenti e i costi di produzione e, inoltre, sembra essere decisamente più rischiosa. In aggiunta, la fornitura dipende in larga parte da Paesi come il Kazakhistan, la cui stabilità geopolitica non è garantita a lungo termine.
Peggiore prospettiva si delinea per il gas naturale. Secondo Worldometers le riserve di gas attualmente note coprono il fabbisogno mondiale per 50 – 60 anni e sono ad alto rischio di approvvigionamento a causa delle elevate tensioni internazionali.
Dall’altra parte, le fonti rinnovabili garantiscono una disponibilità teoricamente illimitata – e per questo godono di una “ottima fama”.
Purtroppo, però, almeno a livello locale, non sono, come abbiamo già accennato, altrettanto continue nel tempo. Il fotovoltaico produce solo di giorno, l’eolico solo in condizioni di vento di media forza, l’idroelettrico inizia a risentire della variabilità dei flussi idrici, generata dal cambiamento climatico (in negativo per le siccità e in positivo per gli eccessi di precipitazioni che non possono essere adeguatamente sfruttati). E la continuità – a fronte della crescita e intensità dei consumi industriali e civili (soprattutto di raffrescamento) – è un fattore critico importantissimo.
Proprio la continuità è, invece, il cavallo di battaglia del nucleare.
Ambiente
L’ultimo fattore che analizziamo, apparentemente il più scontato, è la dimensione dell’impatto ambientale.
In questo senso, i perdenti assoluti sono il gas e il carbone, responsabili conclamati, con le emissioni di CO2 e gas serra, di una parte rilevante della dimensione antropica del cambiamento climatico e dell’inquinamento atmosferico mondiale, tanto da essere considerati oggetto di phase-out anche dai governi più conservatori.
Le rinnovabili, al contrario, sembrano essere vincenti e senza rivali: non generano emissioni, non producono scorie, non consumano risorse critiche.
L’unico fattore discutibile è quello dell’impatto paesistico, le pale eoliche sono “invadenti” all’occhio, possono essere deturpanti e creano disagi per la fauna locale; uno sviluppo dell’idroelettrico richiede la creazione di nuovi bacini con impatti ambientali difficili da stimare; il fotovoltaico – realizzato a fini industriali – è invasivo e “consuma” vaste porzioni di territorio tipicamente “vergine”.
Dal punto di vista delle emissioni, anche il nucleare è vincente. Non fa rumore, non emette né fumi, né gas, né acque sporche (se tutto va bene). L’unico problema è quello delle scorie radioattive, che potrebbe essere gestito in modo adeguato con i noti depositi, la cui sicurezza sembra essere garantita, sulla carta e dalle esperienze di chi li ha già fatti.
Potrebbe, però, là dove si riuscisse a definire dove costruirli.
Nella prossima puntata trarremo delle conclusioni!
NOTE:
[1] Si vedano i comunicati stampa del Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica, https://www.mase.gov.it/portale/comunicati-stampa.
[2] È possibile che la consapevolezza – generata dalla situazione di Chernobyl – della vicinanza di altre centrali, in Francia, ad esempio, e del rischio che queste comportano per un raggio anche di alcune migliaia di chilometri abbia ridotto la percezione di rischio nelle vicinanze. In realtà, suggerisce una I.A., Non è esatto dire che non se ne parli più, ma l'attenzione mediatica è cambiata perché le tecnologie attuali sono considerate molto più stabili rispetto al passato e il dibattito globale si è spostato sui costi economici, sui tempi di realizzazione e sull'emergenza climatica, anche perché l’evoluzione tecnologica, con sistemi di sicurezza passivi che spengono il reattore da soli in caso di pericolo, senza bisogno dell'uomo, e la presenza di Enti come l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica che impongono regole rigide e uguali in tutto il mondo riducono la percezione di Major Risks.
[3] Tra queste, il 2019 Report del DOE – Department of Energy degli Stati Uniti e il Levelized Cost of Energy and Levelized Cost of Storage 2019, di Lazard Frères & Co. LLC.
[4] Engie Italia, Carlo Lombardi, Impianti Nucleari, Milano, CUSL, 2007.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
https://archiviostoriconucleare.enea.it/Decade70
https://it.wikipedia.org/wiki/Energia_nucleare_nel_Regno_Unito
https://www.ilsole24ore.com/art/nucleare-enea-pronta-giocare-ruolo-pivot-accelerare-ricerca-AIW4yeLB
https://www.sciencedirect.com/topics/engineering/levelized-cost-of-electricity
https://pagellapolitica.it/articoli/anni-costruzione-centrale-nucleare
Rallentare. Il manifesto della Slow Science.
Più di un paio di anni fa (https://www.controversie.blog/pazienza-fretta-pianeta/) avevamo parlato della necessità che la scienza fosse “lenta”, un’attività meditata, attenta e riflessiva. In tempi di accelerazionismo, invece, sempre più, si vuole una scienza “sveltina”, che porti subito le prove di un asserto, riscontri immediati e conferme veloci. Con scarsa tolleranza per ipotesi visionarie, ma con ancora poche prove. Un modello di fare scienza che preferisce i temi noti, acquisiti e di moda, anziché quelli ignoti, potenzialmente rivoluzionari e più marginali.
A tal fine, è stato appena tradotto in italiano, da parte della rivista ROARS, il Manifesto per una slow science redatto dal movimento Slow Science.
Questo movimento (di scienziate e scienziati) (vedi https://en.wikipedia.org/wiki/Slow_science) è nato nel 2018, su iniziativa di una filosofa della scienza, la belga Isabelle Stengers. Esso mette in discussione la cultura dominante, nelle istituzioni accademiche e di ricerca, del motto “publish or perish”. Questa pressione a pubblicare rapidamente e a ottenere un alto numero di citazioni compromette la qualità del lavoro scientifico.
Tant’è che il noto epidemiologo John Ioannidis, già il 30 agosto 2005, pubblicò un articolo da titolo significativo: Why most published research findings are false https://journals.plos.org/plosmedicine/article?id=10.1371/journal.pmed.0020124
Una decina d’anni più tardi (precisamente l’11 aprile 2015), Richard Horton (dal 1995 capo-redattore di The Lancet, forse la più importante rivista in campo medico), scrisse una sorta di editoriale “Offline: What is medicine’s 5 sigma?“, in cui lanciava pesanti accuse: “gran parte della letteratura scientifica, forse la metà, potrebbe semplicemente essere falsa. Afflitta da studi con campioni di piccole dimensioni, effetti risibili, analisi esplorative non valide ed evidenti conflitti di interesse, insieme a un'ossessione per perseguire tendenze alla moda di dubbia importanza, la scienza ha preso una svolta verso il buio. Come ha detto uno degli addetti ai lavori "metodi scadenti ottengono risultati".
Questo movimento promuove un cambiamento verso pratiche di ricerca più approfondite, che consentano alle scienziate e scienziati il tempo necessario per riflettere a fondo, analizzare con cura la letteratura e sviluppare collaborazioni significative.
Un ecosistema scientifico, dove le ricercatrici e i ricercatori possano cooperare invece di competere, e dove il loro lavoro sia valutato sulla base della rilevanza e del rigore dei contributi, piuttosto che attraverso indici bibliometrici.
Con l’obiettivo di ridefinire l’immagine della scienza.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
- Horton, R. (2015), Offline: What is medicine's 5 sigma? ,The Lancet, vol. 385, Issue 9976, p1380. https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(15)60696-1/fulltext
- Ioannidis JPA (2005), Why Most Published Research Findings Are False. PLoS Med 2(8): e124. https://doi.org/10.1371/journal.pmed.0020124



