Dall’enigma di Majorana ai computer topologici

Come un’ipotesi teorica del Novecento è tornata al centro della corsa al calcolo quantistico

Nel marzo del 1938, su un piroscafo tra Palermo e Napoli, viaggiava uno dei più brillanti fisici italiani del Novecento: Ettore Majorana. Aveva poco più di trent’anni, una reputazione già eccezionale e una mente che Enrico Fermi considerava fuori dal comune. Poi, all’improvviso, scomparve. Da allora il suo nome è rimasto legato a una delle vicende più enigmatiche della storia scientifica italiana.

Ma Majorana non appartiene soltanto alla cronaca del mistero. Oggi il suo nome è tornato in primo piano per una ragione del tutto diversa: alcune idee che portano la sua firma sono diventate un punto di riferimento nella ricerca sui computer quantistici topologici, una delle linee più ambiziose — e più discusse — del calcolo quantistico contemporaneo. In altre parole, un’ipotesi formulata negli anni Trenta è rientrata nella conversazione scientifica e industriale del XXI secolo.

Un nome antico in una frontiera nuova

Per capire perché Majorana venga oggi evocato in relazione ai computer quantistici, bisogna partire da un dato essenziale: il calcolo quantistico non nasce dal desiderio di costruire macchine semplicemente più veloci, ma dall’esigenza di affrontare problemi che i computer classici trattano con grande difficoltà.

I computer tradizionali operano con i bit, unità minime di informazione che possono assumere due soli valori, 0 oppure 1. Questa logica binaria è alla base dell’intera informatica moderna. I computer quantistici, invece, utilizzano i qubit, che sfruttano proprietà della meccanica quantistica per rappresentare simultaneamente più possibilità. Per certi tipi di problemi — dalla simulazione di molecole complesse all’ottimizzazione di grandi sistemi logistici — questo approccio potrebbe offrire vantaggi importanti.

Il punto, tuttavia, è che i qubit sono estremamente fragili. Il loro stato può essere alterato da interferenze minime: vibrazioni, rumore elettromagnetico, variazioni termiche. Questo fenomeno, noto come decoerenza, è uno dei principali ostacoli allo sviluppo di macchine quantistiche affidabili. Gran parte della ricerca degli ultimi anni si è concentrata proprio su questo: come proteggere l’informazione quantistica dagli errori. È qui che compare Majorana.

Dalla fisica teorica alle quasiparticelle

Negli anni Trenta, Majorana formulò un’ipotesi di grande eleganza teorica: la possibilità che esistano particelle neutre coincidenti con la propria antiparticella. In termini semplici, particelle che non abbiano un “opposto” distinto, perché siano già, per così dire, il proprio opposto. Questa idea, nata nel contesto della fisica relativistica e quantistica, rimase a lungo soprattutto un risultato teorico.

Nel contesto del calcolo quantistico, però, il nome di Majorana è tornato a circolare per un’altra ragione. Alcuni sistemi fisici molto particolari potrebbero ospitare stati collettivi della materia noti come Majorana Zero Modes, spesso descritti come quasiparticelle. Non si tratta, in questo caso, semplicemente della particella immaginata da Majorana in senso elementare, ma di eccitazioni emergenti in materiali progettati in laboratorio. Il loro interesse dipende dal fatto che potrebbero offrire una base più robusta per immagazzinare e manipolare informazione quantistica. [azure.microsoft.com], [arstechnica.com]

Il condizionale, qui, è indispensabile. L’idea è considerata promettente da molti fisici, ma la sua realizzazione sperimentale resta una delle questioni più delicate e controverse del settore. Nature ha sottolineato che gli annunci più recenti di Microsoft rappresentano un passaggio significativo, ma non hanno chiuso il dibattito. Anche una parte della comunità scientifica ha invitato alla prudenza nell’interpretazione dei risultati disponibili. [azure.microsoft.com], [nature.com], [sciencenews.org]

Due strade per lo stesso problema

Nel panorama attuale della computazione quantistica, il nodo centrale è sempre lo stesso: come ridurre gli errori. Le strategie, però, non sono univoche.

Una prima via, seguita da molti protagonisti del settore, consiste nel costruire qubit convenzionali e poi proteggerli attraverso sistemi di correzione degli errori sempre più sofisticati. L’idea, in sostanza, è accettare che il qubit sia fragile e compensare questa fragilità con una complessa architettura di controllo. È una strada tecnologicamente concreta, ma molto costosa: richiede grandi numeri di qubit fisici per ottenere un numero assai più ridotto di qubit effettivamente affidabili.

La seconda via è quella topologica. In questo caso, l’obiettivo non è soltanto correggere l’errore dopo che si è prodotto, ma progettare un sistema in cui l’informazione quantistica sia protetta dalla struttura stessa del dispositivo. La parola “topologico” rinvia alla topologia, il ramo della matematica che studia le proprietà che restano invariate sotto deformazioni continue. Trasportata nella fisica dei qubit, l’idea è che l’informazione possa essere codificata in modo meno vulnerabile ai disturbi locali.

L’analogia più intuitiva è quella del nodo. Un segno tracciato sulla sabbia può essere cancellato da un soffio di vento. Un nodo in una corda, invece, non scompare per una semplice perturbazione locale: per eliminarlo bisogna intervenire in modo più profondo sulla struttura. Il qubit topologico, almeno in teoria, dovrebbe funzionare così: non come un dato depositato in un punto fragile, ma come un’informazione distribuita in una configurazione più resistente.

È su questa possibilità che si fonda buona parte della scommessa di Microsoft. [azure.microsoft.com], [nature.com]

Il caso Majorana 1

Nel febbraio 2025 Microsoft ha annunciato Majorana 1, descritto dall’azienda come il primo processore quantistico basato su una “Topological Core” e come un passaggio rilevante verso una futura architettura scalabile fino a un milione di qubit. L’azienda ha collegato questo avanzamento a una nuova classe di materiali, indicati come “topoconduttori”, e a risultati pubblicati contestualmente anche su Nature. [azure.microsoft.com], [nature.com]

L’annuncio ha ricevuto un’attenzione immediata, sia per il peso dell’azienda sia per il carattere simbolico della rivendicazione: quello topologico è infatti uno dei grandi obiettivi irrisolti del settore. Tuttavia, proprio perché il tema è delicato, molti ricercatori hanno sottolineato la necessità di distinguere tra una tappa importante nella costruzione di dispositivi sperimentali e la dimostrazione definitiva di un qubit topologico pienamente operativo. Alcune voci critiche hanno osservato che i dati finora resi pubblici non convincono ancora tutti gli specialisti. [nature.com], [sciencenews.org]

Non si tratta di una polemica marginale. La ricerca sui sistemi topologici ha conosciuto in passato annunci prematuri e interpretazioni discusse. Per questo, nel campo, i toni sono spesso doppi: da un lato c’è l’interesse per una direzione che, se funzionasse, potrebbe semplificare radicalmente il problema della correzione degli errori; dall’altro c’è la consapevolezza che tra un principio fisico promettente e una tecnologia industriale affidabile esiste una distanza ancora considerevole.

Quando la ricerca diventa strategia industriale

Anche al netto delle incertezze scientifiche, il calcolo quantistico è ormai entrato nella sfera delle tecnologie strategiche. Non è più soltanto una questione da laboratori universitari o da centri di ricerca specializzati: è diventato un terreno di competizione industriale e geopolitica.

Lo dimostra, per esempio, il ruolo della DARPA, l’agenzia del Dipartimento della Difesa statunitense dedicata ai programmi tecnologici avanzati. Nel 2025 la DARPA ha selezionato Microsoft e PsiQuantum per la fase di validazione e co-progettazione del programma US2QC, inserito nella più ampia Quantum Benchmarking Initiative. L’obiettivo dichiarato è verificare, con criteri indipendenti, se esistano approcci in grado di arrivare a un computer quantistico di utilità industriale entro il 2033. [darpa.mil]

Il linguaggio usato in questi programmi è significativo. Non si parla genericamente di innovazione, ma di “utility-scale operation”, cioè di una soglia in cui il valore computazionale supera finalmente il costo del sistema. È un modo per dire che il problema non è soltanto costruire qualcosa che funzioni in laboratorio, ma qualcosa che sia davvero utile in condizioni realistiche.

Un mercato piccolo, ma non più teorico

Anche i dati economici confermano che il quantum è uscito dalla fase puramente speculativa. Secondo Research and Markets, il segmento del calcolo quantistico topologico sarebbe passato da 3,18 miliardi di dollari nel 2025 a una previsione di 3,94 miliardi nel 2026, con un’ulteriore crescita attesa entro il 2030. Si tratta di stime di mercato, quindi per definizione da leggere con prudenza; ma indicano comunque che il settore viene ormai osservato come un comparto industriale in formazione, non più soltanto come un insieme di promesse accademiche. [researchan...arkets.com]

Più in generale, il McKinsey Quantum Technology Monitor 2026 segnala che oltre 300 organizzazioni nel mondo stanno collaborando con aziende del settore e stima che il quantum computing potrebbe generare fino a 2,7 trilioni di dollari di valore economico globale entro il 2035. Anche in questo caso bisogna distinguere tra prospettive e risultati acquisiti, ma il messaggio è chiaro: l’interesse non è più confinato a una nicchia di specialisti. [mckinsey.com]

Che cosa potrebbe cambiare davvero

Il punto decisivo, però, non è l’ammontare degli investimenti. È il tipo di problemi che un calcolo quantistico maturo potrebbe rendere trattabili.

Uno dei campi più citati è la simulazione molecolare, con possibili applicazioni nella progettazione di farmaci e nella scienza dei materiali. La chimica quantistica, infatti, è uno dei casi in cui la natura del problema sembra adattarsi bene agli strumenti quantistici. Altri ambiti frequentemente evocati sono l’ottimizzazione logistica, l’analisi finanziaria avanzata e alcuni segmenti della ricerca sui materiali ad alte prestazioni.

Conviene tuttavia evitare due errori simmetrici. Il primo è immaginare il computer quantistico come una macchina universale destinata a sostituire in blocco l’informatica classica. Non è questo lo scenario più realistico. Il secondo è ridurlo a un esercizio teorico senza ricadute pratiche. Anche questo, oggi, sarebbe riduttivo. Più plausibile è pensare a sistemi ibridi, in cui calcolo classico e quantistico collaborano, con vantaggi mirati su problemi ben definiti.

Una lezione di lungo periodo

La storia che collega Majorana al quantum computing ha, in fondo, un valore che va oltre la tecnologia. Ricorda che le idee scientifiche non seguono i tempi brevi dell’attenzione pubblica. Possono nascere come costruzioni teoriche molto astratte, restare ai margini per decenni e riapparire poi in un contesto del tutto diverso, dove acquistano un significato nuovo.

Naturalmente, sarebbe improprio trasformare Majorana in un profeta retrospettivo del computer quantistico. Le sue ricerche appartenevano a un altro orizzonte, e il rischio dell’anacronismo è sempre dietro l’angolo. Ma non è anacronistico osservare che alcune delle categorie concettuali elaborate nella fisica fondamentale del Novecento stanno oggi riemergendo in un settore dove si incrociano scienza dei materiali, ingegneria, matematica e strategia industriale.

Se la via topologica si rivelerà davvero praticabile, il nome di Majorana sarà associato non soltanto a una scomparsa ancora irrisolta, ma a uno dei tentativi più complessi della tecnologia contemporanea: rendere stabile, e quindi utile, una macchina che finora ha mostrato soprattutto il proprio potenziale. Se invece quella strada si rivelerà più difficile del previsto, resterà comunque un fatto notevole: a quasi novant’anni di distanza, un’ipotesi nata nella fisica teorica continua a orientare una parte importante della ricerca sul futuro del calcolo.


La dichiarazione di Pugwash sulla guerra americana e israeliana contro l’Iran

Riceviamo da Roberto Fieschi, consigliere scientifico di Uspid, e volentieri diamo spazio a questa dichiarazione di Pugwash, proprio oggi che viene reso noto l’accordo tra U.S.A. e Iran. 

Un accordo che il Presidente U.S.A., Donald Trump, dichiara essere “completo” e che scaturirà l’effetto di riaprire immediatamente lo stretto di Hormuz e dare fiato alle industrie di tutto il mondo grazie alla ripresa degli approvvigionamenti petroliferi. Un accordo che il governo dello Stato di Israele non considera vincolante, soprattutto per quanto riguarda il Libano, la Siria e Gaza. Un accordo che l’Iran ritiene essere una vittoria, perché limita a 60 giorni il passaggio gratuito delle navi attraverso lo stretto (60 giorni che forse non basteranno a sminarlo) e non dice ancora nulla del destino dei materiali nucleari.

Insomma, poco più di una piattaforma di intesa «scritta sull’acqua»[1] che, tuttavia, con una buona dose di ottimismo, speriamo possa preludere a una vera e propria tregua, sia dal punto di vista economico che militare, per il bene delle popolazioni di tutta l’area interessata dai combattimenti e dei soggetti di tutto il mondo più esposti alle variazioni dei costi delle energia e dei derivati del petrolio[2].

Riteniamo che, in questa fase, il richiamo di Pugwash al diritto internazionale, alla Carta delle Nazioni Unite e ai principi «più basilari dell'umanità» che ne sono la base, uniti alla condanna espressa a marzo 2026 contro chi ha animato questo conflitto, sia la necessaria e corretta presa di posizione degli scienziati che partecipano alla conferenza Pugwash e all’Unione degli Scienziati per il Disarmo (USPID). 

Questi scienziati parlano e agiscono allo scoperto, prendendosi la responsabilità di ciò che dichiarano e assumendosi i rischi che – nella comunità scientifica internazionale – possono rappresentare.

Essi sono consapevoli e dimostrano con i fatti che le scienze non sono neutrali e che “fare scienza” significa anche prendere posizione.

Ricordiamo che la Pugwash Conferences on Science and World Affairs è una organizzazione non governativa, con sede in Canada, il cui scopo principale è quello di sostenere la compatibilità dello sviluppo scientifico con l'equilibrio geopolitico e pacifico internazionale[3]. Fu fondata nel 1957 da Józef Rotblat e Bertrand Russell in seguito alla pubblicazione nel 1955 del manifesto Russell-Einstein. 

L'associazione ricevette il Premio Nobel per la pace nel 1995 per i suoi sforzi nel disarmo nucleare. 

 


 

Dichiarazione della leadership di Pugwash sull'attacco militare statunitense e israeliano all'Iran

«La leadership delle Conferenze Pugwash su scienza e affari mondiali esprime una condanna inequivocabile dell'attacco militare lanciato dagli Stati Uniti d'America e da Israele contro la Repubblica islamica dell'Iran, che costituisce una flagrante violazione del diritto internazionale, della Carta delle Nazioni Unite e dei principi più basilari dell'umanità.

Pur riconoscendo il legittimo diritto all'autodifesa, ricordiamo a tutte le parti i loro obblighi vincolanti ai sensi del diritto internazionale umanitario per proteggere le vite dei civili e le infrastrutture critiche. Chiediamo l'immediata cessazione delle operazioni militari da parte di tutte le parti. La loro continuazione comporterà solo ulteriori tragiche perdite di vite umane e rischierà di provocare gravi e impreviste conseguenze globali.

Il ricorso deliberato alla forza rappresenta una guerra per scelta, non per necessità. Come nel giugno 2025, l'attacco avviene nel bel mezzo di un processo di dialogo diplomatico atteso da tempo tra Stati Uniti e Iran, presumibilmente per risolvere le questioni in sospeso sul programma nucleare iraniano. Ancora più critico, con lo svolgersi di questo ultimo attacco è diventato chiaro che il programma nucleare iraniano non è il punto centrale della contesa o l'obiettivo per lanciare attacchi militari. Come abbiamo esortato nelle nostre lettere a ciascun Presidente il 27 febbraio, "Tutti gli Stati possiedono legittimi interessi di sicurezza; tuttavia, il perseguimento di tali interessi deve essere bilanciato con la responsabilità condivisa di preservare la stabilità regionale e la pace internazionale".

La leadership di Pugwash è profondamente preoccupata per le minacce alla stabilità regionale e globale provenienti dagli Stati dotati di armi nucleari. Lanciando attacchi contro Stati non dotati di armi nucleari, queste potenze nucleari hanno infranto gli accordi di sicurezza concordati nel regime di non proliferazione. Tali azioni rischiano di innescare una nuova, incontrollabile ondata di proliferazione, poiché gli Stati non dotati di armi nucleari potrebbero ora trovare una giustificazione disperata per acquisire armi nucleari per salvaguardare la propria sopravvivenza. Lo stato di diritto, l'autorità delle istituzioni multilaterali e il fragile ordine internazionale sono sempre più minacciati da una tendenza più ampia all'azione militare in sostituzione di un'autentica diplomazia e di negoziati significativi. Come cittadini globali preoccupati, mettiamo in guardia con la massima fermezza contro la normalizzazione della guerra come strumento politico.

La situazione attuale è in netto contrasto con gli ideali fondanti di Pugwash, che affondano le radici nel dialogo al servizio della sicurezza cooperativa e della prevenzione della guerra. Ribadiamo che la diplomazia e il rispetto del diritto internazionale rimangono l'unica via percorribile verso una pace e una sicurezza durature

Dott. Hussain Al-Shahristani , Presidente
Dott.ssa Karen Hallberg , Segretario Generale
Prof. Götz Neuneck , Presidente del Consiglio Pugwash

 


 

NOTE:

[1] Andrea Margelletti, Presidente del Ce.S.I. - Centro Studi Internazionali, Istituto consulente del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati, alla trasmissione “5 minuti” del 15/06/2026, a proposito dell’intesa U.S.A. – Iran annunciata il giorno stesso.

[2] Pur essendo contrari allo sviluppo dell’economia basata sui combustibili fossili, non riteniamo possibile – allo stato delle cose – ignorare gli effetti devastanti sulle economie e sulle vite delle popolazioni che da questi combustibili si trovano a dover dipendere.

[3] Dichiara R. Fieschi: «Pugwash aspira a un mondo libero da armi nucleari e altre armi di distruzione di massa. Grazie alla nostra consolidata tradizione di "dialogo tra le parti", che ci è valsa anche il Premio Nobel per la Pace nel 1995, Pugwash mira a sviluppare e sostenere l'uso di un processo decisionale politico scientifico e basato sull'evidenza, concentrandosi sulle aree in cui sono presenti rischi nucleari e di armi di distruzione di massa. Facilitando i dialoghi di tipo "track 1.5" e "track II", promuoviamo discussioni creative su come aumentare la sicurezza di tutte le parti e promuovere uno sviluppo politico cooperativo e lungimirante.»


Stalin, il big bang e la fisica quantistica

 

La ricerca scientifica in epoca sovietica si è dovuta confrontare con i limiti imposti dal regime. Lo scontro ideologico ha coinvolto soprattutto la cosmologia

È un dato di fatto che la scienza in Unione Sovietica ha fatto progressi e ha contribuito ad approfondire conoscenze in molti campi, soprattutto a fini militari, al fine di contrastare la superiorità occidentale. Ma, come Leonardo da Vinci, Galileo e molti altri inventori ci insegnano, la ricerca militare è un modo per studiare la scienza e per ottenere facilmente fondi per futuri progressi e scoperte.

Allo stesso tempo, soprattutto durante l’era staliniana, l’ideologia ha svolto un ruolo fondamentale nella scienza, bloccando spesso l’inventiva e le ricerche degli scienziati. Allo scopo di aderire alla linea del partito, le ricerche nell’Unione Sovietica talvolta sconfinano nel ridicolo.

Questo fenomeno (sviluppo contro parossismo) è stato ben studiato da Alexei B. Kojevnikov, ricercatore dell’Istituto di Storia della Scienza e della Tecnologia presso l’Accademia Russa delle Scienze a Mosca, che lo ha definito "il principale paradosso della scienza sovietica".

La dottrina Zhdanovshchina 

La manifestazione più famosa di questo parossismo e di questa assurdità è stata la dottrina detta “Zhdanovshchina” (1946-1953).

Nel 1946 Andrej Zhdanov, nuovo ideologo della politica culturale sovietica nominato personalmente da Stalin, svelò i principi che avrebbero modellato la vita culturale e scientifica dell’Unione Sovietica fino al 1953. La Zhdanovshchina, questo è il nome della dottrina, stabiliva che gli artisti, gli scienziati e gli intellettuali avrebbero dovuto uniformare le loro opere, ricerche e studi in conformità alla linea del partito.

Milovan Djilas, il consigliere di Tito, incontrò Zhdanov nel 1948, durante il famoso viaggio a Mosca che allontanò la Jugoslavia dal Comintern: "Era ben educato ed era considerato un grande intellettuale all’interno del Politburo. Nonostante la sua ben nota ristrettezza di vedute e il suo dogmatismo, direi che le sue conoscenze non erano trascurabili, ma anche se aveva una certa conoscenza di ogni cosa, persino della musica, non direi esistesse un singolo campo che conosceva a fondo. Era un tipico intellettuale che si era fatto conoscere e aveva sviluppato le nozioni di altri campi attraverso la letteratura marxista."

Zhdanov, che era il padre del genero di Stalin e avrebbe dovuto succedergli alla guida dell’URSS, morì però in circostanze sospette nel 1948, quando il suo tutore lo aveva già scaricato a favore di Malenkov. Nonostante la scomparsa del suo fondatore, la Zhdanovshchina continuò a dettare le linee guida del lavoro artistico e scientifico del paese sino alla morte di Stalin e fu accettata da quasi tutti gli intellettuali sovietici.

Solo pochi artisti e scienziati osarono lavorare in modo indipendente; uno di loro fu il musicista Dmitri Shostakovich, che scrisse una cantata satirica  Il piccolo paradiso anti formalista in cui ridicolizzava la Zhdanovshchina  (l’opera fu presentata al pubblico solo nel 1989 dal violoncellista e direttore d’orchestra Rostropovich).

La maggior parte dei problemi nella scienza giungono quando un politico completamente all’oscuro di cultura scientifica, impone limiti e leggi ai ricercatori scientifici. E allora, spesso, i problemi si trasformano in tragedia e ridicolaggine, come noi sappiamo molto bene dalla nostra storia occidentale (e non solo da quella).

Il Big Bang, la meccanica quantistica e la teoria della relatività 

Le leggi scientifiche “oggettive” devono essere sottomesse alle idee del Partito. Tra queste leggi i bersagli più mirati furono il Big Bang, la meccanica quantistica e la teoria della relatività di Einstein.

Il 24 giugno 1947 Andrej Zhdanov allargò la sua politica di controllo ideologico anche nei campi dell’astronomia e della cosmologia, sostenendo che queste scienze avrebbero dovuto essere purificate dalle idee borghesi, base di menzogne ​​e illusioni. L’obiettivo era di sottomettere le leggi scientifiche alle idee del partito.

La teoria quantistica fu rifiutata perché, con la teoria della dualità onda-particella, essa non descrive la materia come una struttura unica e reale, negando così a prima vista il materialismo.

Nel saggio "Contro l’idealismo nella fisica moderna", pubblicato nel 1948, la teoria della relatività fu bollata come "idealista" e la "la dottrina derivata da Einstein" avrebbe dovuto essere eliminata.

La teoria relativistica di un universo finito in espansione fu descritta come un "tumore canceroso che corrode la teoria astronomica moderna ed è il principale nemico ideologico della scienza materialista".

La teoria più controversa e discussa fu comunque il Big Bang, che, a quel tempo, molti scienziati, anche nel mondo occidentale, non avevano ancora accettato.

Ma, mentre nel mondo occidentale il rifiuto del Big Bang da parte della comunità scientifica fu confutato prevalentemente perché non c’erano chiare prove che potessero dimostrare tale teoria, in Unione Sovietica il rifiuto era puramente ideologico in quanto politicamente scorretto.

La cosmologia “staliniana” dichiarava che l’universo fosse infinito (nessun limite di spazio o di materia), eterno (senza inizio e senza fine, nel tempo) e la materia fosse solo una manifestazione materiale di movimento e di energia (non veniva contemplato alcun dualismo onda-particella).

Lo spostamento verso il rosso delle galassie, scoperto da Vesto Slipher nel 1912, non indicherebbe che lo spazio si stia espandendo, così tutte le teorie dovrebbero adattarsi alla filosofia materialista e dialettica.

Il Big Bang, non fu accettato dall’intellighenzia sovietica in quanto teorizzava una creazione che, a parere degli inesperti tutori ideologici, assomigliava troppo alla Genesi biblica. Così, il Big Bang venne bollato come teoria pseudo-scientifica e idealistica.

I contrasti con la comunità scientifica

Questo accadde anche perché il principale teorico del Big Bang era il fisico e cosmologo belga Georges Lemaître, che era anche un gesuita.

Poco importava se più tardi la stessa teoria fu trasformata in un modello fisico dell’universo primordiale dal fisico nucleare russo-americano George Gamow – che era ateo – e dai suoi collaboratori Ralph Alpher e Robert Herman.

L’eminente astrofisico sovietico Boris Vorontzoff-Velyaminov attaccò Gamow definendo la sua teoria "non scientifica" perché inventata da un "apostata americanizzato", un ex cittadino sovietico fuggito negli Stati Uniti d’America.

L’opposizione di Stalin al Big Bang si verificò anche a partire dal fatto che papa Pio XI stesso sostenne la teoria della cosmologia relativistica. In realtà né Lemaître né Gamow concepivano il ​​Big Bang come una creazione, ma le inadeguate conoscenze fisiche e della terminologia scientifica utilizzata da Zhdanov e Stalin li indussero a commettere errori dozzinali.

Lemaître stesso fu sempre molto attento nel distinguere "principio" e "creazione" del mondo. Secondo Lemaître, la sua versione del modello del Big Bang "resta del tutto fuori da ogni questione metafisica o religiosa e lascia il materialista libero di negare qualsiasi Essere trascendente".

Pressoché tutti i fisici condividono la frase del gesuita belga sostenendo che per spiegare la cosmologia del Big Bang non è necessaria l’idea di un creatore. E dal 1951 il Papa non ha mai usato il Big Bang per esprimere la scientifica dimostrazione dell’esistenza di Dio. Nonostante queste considerazioni, Zhdanov accusò "gli scienziati reazionari Lemaître, Milne e altri (…) di rafforzare opinioni religiose sulla struttura dell’universo. Questi scienziati erano ‘falsificatori della scienza che vogliono far rivivere la favola dell’origine del mondo dal nulla. (…) Un altro fallimento della ‘teoria’ in questione consiste nel fatto che essa ci porta all’atteggiamento idealista di credere che il mondo sia finito".

La teoria dello stato stazionario

La Zhdanovshchina guidò per un decennio gli studi della cosmologia in URSS. Gli scienziati furono costretti a trovare altri modi per spiegare la nascita e le leggi che governano l’universo. Fu il vicolo cieco della scienza sovietica, dal momento che il Big Bang e, più in generale, la teoria della relatività furono formalmente banditi.

Nella loro ignoranza scientifica, Zdhanov e Stalin non solo marchiarono il Big Bang come una "favola" e come "idealismo astronomico che aiuta il clericalismo", ma anche la “contro-teoria” del Big Bang, quella dello stato stazionario di Fred Hoyle, Hermann Bondi e Thomas Gold fu considerata politicamente scorretta e fu bandita.

La loro teoria “dello stato stazionario” spiega l’Universo come eterno (esso non ha inizio, né fine) e immutabile, introducendo l’idea della continua creazione di materia per mantenere costante la densità dell’universo.

I fisici e i cosmologi che non seguirono le linee guida del Partito furono aspramente criticati e emarginati: Lev Landau (premio Nobel per la Fisica nel 1962) e Abram Ioffe (Premio Stalin nel 1942 e Premio Lenin post mortem nel 1960) furono accusati di "strisciare di fronte all’Occidente"; Peter Kapitsa (premio Nobel per la fisica nel 1978) fu accusato di propagandare "apertamente il cosmopolitanismo"; Iakov Frenkel e Moisei Markov furono accusati di "accettare acriticamente le teorie fisiche occidentali e propagandarle nel nostro Paese". La Zhdanovshchina fu ufficialmente la politica culturale e scientifica del regime fino alla morte di Stalin, nel 1953. 

Priorità alla bomba atomica

Nel 1949 la Conferenza Generale dell’Unione Sovietica dei Fisici stava per essere organizzata dal ministero dell’Istruzione Superiore e dall’Accademia delle Scienze: vennero invitati 600 fisici. La conferenza era pensata per imporre i dogmi della nuova fisica, respingendo una volta per tutte le teoria "anti-materialistica" della relatività e la meccanica quantistica.

C’era solo un problema: Igor Kurchatov, direttore del programma della bomba nucleare, disse a Beria, capo del Commissariato governativo NKVD e responsabile del progetto – la cui ignoranza in fisica era pari solo alla sua arroganza, come Kapitsa era solito affermare -, che se la teoria della relatività e la meccanica quantistica fossero state respinte, anche la bomba nucleare avrebbe seguito la stessa fine. Beria riferì tale conversazione a Stalin e aggiunse di essere preoccupato per l’inaffidabilità ideologica dei fisici.

La bomba nucleare era in cima alle priorità del governo sovietico, così, cinque giorni prima dell’inizio della conferenza, Stalin la annullò. Cinque mesi più tardi, il 29 agosto 1949, la prima bomba nucleare sovietica venne testata a Semipalatinsk, nel Kazakistan.

Lev Landau, col suo solito piglio ironico e sarcastico affermò che la sopravvivenza dei fisici sovietici fu "il primo esempio di deterrenza nucleare che ebbe successo".

 


Questo articolo di Piergiorgio Pescali è stato originariamente pubblicato su OBC Transeuropa il 03/01/2017.