Mangiare con la mente: gastrofisica e food design tra percezione, esperienza e responsabilità

La gastrofisica, disciplina che studia il modo in cui i sensi e i processi cognitivi influenzano la percezione del cibo, sta progressivamente ridefinendo il concetto stesso di esperienza gastronomica. Cerchiamo di esplorare il dialogo tra gastrofisica e food design, evidenziando come il gusto non sia un dato oggettivo ma il risultato di una complessa interazione tra stimoli sensoriali, contesto, aspettative e significati simbolici.  Il food design è analizzato nella sua forma di pratica progettuale, capace di integrare conoscenze scientifiche e dimensioni culturali, estetiche ed etiche, ponendo particolare attenzione alle implicazioni per la sostenibilità, la riduzione dello spreco alimentare e il benessere del consumatore. In questa prospettiva, la gastrofisica non viene intesa come semplice strumento di ottimizzazione sensoriale, ma come chiave critica per ripensare il rapporto tra individuo, cibo e ambiente. 

Mangiare è un atto quotidiano che, nella sua apparente semplicità, racchiude una complessità sorprendente. Sarebbe molto interessante riuscire a scardinare l’opinione comune che si ha del gusto inteso come tale ma ciò non sembra essere possibile. È, invece, possibile comprendere come mai il gusto non è mai solo gusto. 

Per lungo tempo il gusto è stato considerato una proprietà intrinseca del cibo, qualcosa che risiede nella materia prima o nella sua preparazione tecnica. Tuttavia, numerosi studi negli ultimi decenni hanno messo in discussione questa visione riduzionista, mostrando come l’esperienza gastronomica sia il risultato di una costruzione percettiva e cognitiva, profondamente influenzata dal contesto, dalle aspettative e dall’interazione tra i sensi. 

GASTROFISICA

È in questo frangente che si colloca la gastrofisica, una disciplina ibrida che interseca neuroscienze, psicologia cognitiva e scienze sensoriali. La gastrofisica si propone di indagare come assaggiamo realmente il cibo, tutto quello che risiede dietro al semplice assaggio di una qualsivoglia pietanza. 

Parallelamente il food design ha ampliato il proprio raggio d’azione, passando dall’estetica del piatto alla progettazione sistemica dell’esperienza alimentare. Mettere in dialogo gastrofisica e food design significa interrogarsi non solo su come percepiamo il cibo, ma su come questa percezione venga progettata, orientata, declinata e molto spesso problematizzata. L’obiettivo di questa analisi è esplorare il rapporto tra queste due prospettive, evidenziandone le potenzialità ma anche le tensioni, in particolare sul piano etico e culturale. In questa chiave, il gusto smette di essere un dato naturale e diventa un oggetto di progetto. 

La gastrofisica nasce dal superamento dell’idea che il gusto sia riconducibile esclusivamente alle papille gustative. Il cibo non è più un semplice mezzo di nutrimento, bensì un’esperienza vera e propria che mostra come dal cibo emerga un’interazione di stimoli visivi, olfattivi, tattili, uditivi e cognitivi. 

DAL CIBO AL SOGGETTO CHE MANGIA

Questa visione sposta l’attenzione dal cibo in sé al soggetto stesso che ne fa uso e consumo, sottolineando come il soggetto vivente abbia un ruolo attivo nel “costruire” il gusto. 

Pertanto, mangiare equivale non solo a ricevere uno stimolo sensoriale, ma a interpretarlo sulla base di aspettative, memorie e contesti culturali. Ad esempio, servire un vino in un contesto molto elegante farà accentuare il valore che si attribuisce al vino servito; oppure un piatto viene giudicato più saporito se associato ad una narrazione coerente. Non sono illusioni, bensì esempi concreti di come può funzionare la percezione umana. 

Quello che si vuole dire è che la materialità del cibo è fondamentale, ma la gastrofisica ne ridimensiona la portata. Secondo tale prospettiva assaporare il gusto è un’esperienza emergente, situata e relazionale, non è più solo una qualità oggettiva e universale. 

Il food design si inserisce in questo scenario come pratica capace di tradurre le conoscenze sulla percezione in scelte progettuali consapevoli. Lontano dall’essere una semplice declinazione estetica della cucina, il food design opera su più livelli: materiali, simbolici e relazionali. Progettare il cibo significa progettare oggetti, spazi, rituali, packaging, servizi e narrazioni che accompagnano l’atto del mangiare. In questa prospettiva, il designer non interviene solo sulla forma, ma sulla costruzione di senso. Il piatto non è più un contenitore neutro, ma un dispositivo comunicativo; il contesto di consumo non è uno sfondo passivo, ma parte integrante dell’esperienza. Il food design assume così una funzione di mediazione tra saperi scientifici, cultura gastronomica e comportamenti sociali.

L’incontro con la gastrofisica rafforza questa dimensione progettuale, offrendo strumenti per comprendere come determinate scelte influenzino la percezione del gusto. 

Però, questo incontro non è privo di ambiguità. Se, da un lato, apre nuove possibilità creative, dall’altro, solleva interrogativi sul confine tra progettazione dell’esperienza e manipolazione della percezione. 

Il pensiero che sta dietro questa affermazione è veicolato da un nesso molto semplice che ha a che fare con la manipolazione che spesso le forme più scorrette di marketing attuano nei confronti della platea dei consumatori. Non è sbagliato vendere un prodotto in modo tale da far pensare all’utente finale che quel determinato oggetto o servizio possa fornire un vantaggio, un beneficio o solo un momentaneo risvolto positivo. È, invece, sbagliato far passare un messaggio che non rispecchia la realtà.

PROGETTAZIONE DI ESPERIENZE PERCETTIVE 

Negli ultimi anni molti prodotti ultra-processati (barrette, snack, yogurt aromatizzati, bevande vegetali zuccherate) vengono progettati attraverso strategie di food design e neuromarketing per apparire più sani di quanto siano realmente. Non è il prodotto a essere sano: è l’esperienza percettiva a essere progettata come tale, a partire dalla micronarrazione e dal naming: termini come balance, pure, active, nature e light costruiscono un’immagine positiva prima dell’assaggio e fanno in modo che questa immagine a priori, che non ha niente a che fare con la vera natura del prodotto offerto, influenzi favorevolmente l’esperienza. 

Anche i colori e i materiali hanno un ruolo centrale in queste operazioni, poiché carta grezza o colori pastello, come verde e beige, tendono a caricare il prodotto di un valore “naturale” e puro, attivando associazioni mentali con artigianalità e sostenibilità. Il punto critico di questa trattazione risiede non tanto nella falsità implicita, quanto più nella dissonanza tra composizione reale del prodotto e percezione indotta. Il consumatore non viene informato male, ma viene guidato percettivamente verso una valutazione errata. 

Quando la progettazione dell’esperienza sostituisce la qualità del contenuto, il food design smette di essere mediazione culturale e diventa simulazione, se non inganno.

TENSIONI E POTENZIALITÀ

E tutto questo cos’ha a che fare con la gastrofisica? Banalmente, tutte queste progettazioni, volenti o nolenti, rientrano in uno spettro di azione della gastrofisica stessa, anche se l’intenzione iniziale non era quella. L’applicazione dei principi gastrofisici al food design è ormai diffusa in molti ambiti, dalla ristorazione di alta gamma al marketing alimentare. È noto, ad esempio, che piatti di colore scuro tendano a intensificare la percezione di dolcezza, o che posate più pesanti siano associate a una maggiore qualità percepita del cibo. Allo stesso modo, il suono croccante di un alimento può amplificarne la freschezza percepita, indipendentemente dalla sua composizione reale. Questi meccanismi, se utilizzati in modo consapevole, possono arricchire l’esperienza gastronomica, rendendola più coerente e coinvolgente.

 Tuttavia, è proprio qui che emergono le prime tensioni. 

Quando la gastrofisica viene impiegata per compensare la scarsa qualità di un prodotto o per indurre aspettative ingannevoli, il rischio è quello di trasformare il progetto in uno strumento di manipolazione. D’altra parte, però, la sua potenza può essere usata come facilitatore di comportamenti virtuosi.

Una delle direzioni più interessanti del dialogo tra gastrofisica e food design riguarda, infatti, il tema della sostenibilità. Se la percezione del gusto è influenzabile, allora è possibile utilizzarne i meccanismi non solo per aumentare il piacere immediato, ma per orientare comportamenti più responsabili. Migliorare l’accettabilità di cibi a basso impatto ambientale, ridurre lo spreco alimentare o favorire un consumo più consapevole sono obiettivi che possono beneficiare di un approccio percettivo informato. In questo contesto, il food design diventa uno strumento educativo oltre che esperienziale. 

Progettare il gusto significa anche progettare un rapporto diverso con il cibo, meno basato sull’eccesso e più attento alla qualità complessiva dell’esperienza. La gastrofisica può supportare questa transizione, a patto di essere inserita in una cornice etica chiara. Il punto non è “ingannare” il palato, ma riconoscere che ogni esperienza alimentare è già, di per sé, una costruzione. Rendere espliciti i meccanismi percettivi può aiutare a restituire al consumatore un ruolo più attivo e consapevole, anziché ridurlo a destinatario passivo di stimoli progettati. Il confronto tra gastrofisica e food design mette in evidenza come il gusto non sia un dato naturale, ma un fenomeno complesso, situato all’incrocio tra percezione, cultura e progetto. Considerare il gusto come oggetto di progetto implica una responsabilità culturale ed etica. Progettare l’esperienza alimentare significa intervenire su comportamenti, desideri e immaginari collettivi. 

Il gusto, in definitiva, non è nel piatto: è nello spazio che si crea tra ciò che mangiamo, come lo mangiamo e il significato che attribuiamo a quell’esperienza. Ed è proprio in questo spazio che food design e gastrofisica possono contribuire a una riflessione più ampia sul futuro dell’alimentazione.


La svalutazione delle competenze. Le responsabilità di scienziati e giornalisti.

Da molto tempo si parla di “crisi delle competenze” (expertise). Con questa espressione si intende la tendenza a non dare sufficiente credito e importanza al parere degli esperti, dei tecnici, degli scienziati, dei possessori di conoscenze specifiche. In sostanza, delle persone competenti. Vi è, quindi, in atto una sorta di delegittimazione dell’autorità intellettuale. L’avevano già evidenziato Collins ed Evans con Rethinking Expertise (2007), Nichols (2017) con The Death of Expertise, Eyal con The Crisis of Expertise (2019). 

Responsabili di tutto ciò sono spesso additati, di volta in volta, internet (famosa è l’espressione “doctor Google”, per cui le persone si fanno auto-diagnosi e si curano cercando in rete i rimedi), i social media (dove troviamo gruppi che forniscono pareri su qualsiasi cosa e contestano le affermazioni di scienziati), il populismo che ritiene che gli esperti frenino la democrazia, i politici (come Trump, Bolsonaro ecc.)…

Ma siamo proprio sicuri che essi siano i veri responsabili? Non potrebbe essere che la crisi delle competenze sia (almeno in parte) causata proprio dai… competenti?

Questa ipotesi, apparentemente assurda, emerge da una nostra ricerca sulla fiducia negli scienziati[1]. Come altre ricerche hanno evidenziato[2], dopo l’epidemia di SARS-COV-2, abbiamo assistito a un declino della fiducia nei confronti degli scienziati. Che era molto alta. Per cui declino significa che è scesa, non che è sparita (come qualcuno potrebbe frettolosamente pensare).

I risultati della ricerca sollevano dubbi sulle recenti teorie che assegnano un forte ruolo ai social network e alle fake news nella sempre maggior diffusione del cosiddetto ‘antiscientismo’ (Moran, 2020). Sicuramente (e anche il nostro sondaggio lo rileva) le persone più critiche nei confronti della scienza e degli scienziati sono assidui frequentatori dei social network. Tuttavia, le persone che li utilizzano come fonte primaria sono molto poche (3%). Da qui, la nostra ipotesi che siano proprio i media tradizionali (TV in primis), nei quali è presente un diffuso scientismo rinforzato anche dalla richiesta di certezze (fatta agli scienziati) da parte dei conduttori televisivi, ad alimentare (indirettamente e inconsapevolmente) un crescente atteggiamento critico nei confronti della scienza, che può sconfinare anche in un sentimento antiscientifico. Questi atteggiamenti sono, in parte, la conseguenza di previsioni (statistiche e non) non avveratisi (Campo et al. 2021); del disorientamento e confusione nell’opinione pubblica a seguito dei conflitti televisivi fra scienziati; della disillusione nello scoprire che alcune promesse d’uscita dall’emergenza non sono state mantenute. Quelli elencati sono peraltro anche alcuni degli annosi nodi irrisolti della medicina (cfr. Lello, 2020; Hornsey, Lobera e Díaz-Catalán, 2020). 

A ciò vanno aggiunte le dinamiche conflittuali che, sebbene connaturate al dibattito scientifico, sono state amplificate dai processi di spettacolarizzazione della scienza che hanno avuto luogo durante l’epidemia. Nonostante la visibilità pubblica di alcuni scienziati non sia un fenomeno nuovo, l’epidemia ha dato alla comunità scientifica un’esposizione mediale inedita. Gli stessi media, inoltre, hanno in gran parte “premiato” proprio gli scienziati maggiormente noti e visibili nel dibattito pubblico, nonché tendenti a comportarsi come “attori mediali” (quindi più “televisivi”), inclini all’assertività, alla polemica o alla dichiarazione a effetto (anche a scapito della chiarezza informativa); spesso al mero fine di aumentare l’audience. Inevitabilmente, ciò ha portato a esasperare ulteriormente il livello di conflittualità. 

A tal fine, Nucci e Scaglioni (2022) hanno parlato di “iatrodemia”, cioè epidemia di medici in TV: «gettandosi nell’arena tra polemisti, nani e ballerine, hanno portato la medicina sul terreno delle opinioni. Il problema è che la scienza non è un’opinione. E che questa percezione cambia il nostro modo di considerare il rischio e la malattia» (p. 11). 

Secondo gli autori, il risultato è la perdita di autorevolezza dei medici, a favore del rafforzamento del pensiero antiscientifico, proprio nel momento in cui la fiducia nella classe medica sarebbe cruciale. Infatti, essi sostengono che dalle prime fasi della pandemia abbiamo assistito, da un lato, alla depoliticizzazione delle decisioni sanitarie, presentate come scelte ‘tecniche’ dettate da ‘esperti’, dunque indiscutibili; dall’altro, alla politicizzazione dei medici, che alle prime opinioni divergenti sono diventati i principali alfieri di questa o quella battaglia. Così arriviamo a oggi, gli autori concludono, con medici onnipresenti in tv, che ormai danno anche chiari segni di appartenenza politica.

LO SCIENZIATO PASSE-PARTOUT

Ma c’è ancora un altro fenomeno, ancor più recente: lo scienziato prêt-à-porter o passe-partout. Infatti, sempre più e soprattutto nelle scienze naturali, fisiche, matematiche e anche mediche, gli scienziati esprimono pubblicamente le loro opinioni a proposito di ambiti che esulano dalla loro specifica area di competenza. E se un fisico (Giorgio Parisi) (anziché un epidemiologo) si mette a parlare di previsioni sul virus; un virologo (Burioni) (e non un medico di famiglia o ospedaliero) di pazienti e terapie anti-Covid; una farmacologa (Cattaneo), un virologo (Burioni), un fisico (Parisi) o un immunologo (Viola), un biochimico e biologo molecolare convertito all’analisi di Big Data e Reti Sociali per lo sviluppo biofarmaceutico (Enrico Bucci) (e non un agronomo) di agricoltura biodinamica;  una biologa molecolare (Gallavotti) o un neurologo (e non uno psicologo o sociologo) di cosa passa per la mente di un no-vax, ecc. i loro interventi potrebbero (indirettamente e inconsapevolmente) veicolare il tacito messaggio che gli stessi scienziati non ritengono le competenze così fondamentali e che ognuno può cimentarsi in temi che sono altri rispetto al suo oggetto di studio. 

Questo fenomeno si ripresenta ormai con modalità simili a ogni nuovo tema che conquisti l’agenda setting. Un tempo erano i sociologi a essere accusati di parlare di tutto; ora il ruolo del tuttologo lo stanno, pian piano, assumendo i fisici e i matematici (Rovelli, Odifreddi) che si esprimono su tutto. Anche sulla guerra in Ucraina o in Israele. 

Facendo il verso ai giornalisti, che sono ormai diventati i campioni di tuttologia: lo stesso giornalista ormai scrive di vaccini, guerra, antisemitismo, cambiamenti climatici, femminicidi, patriarcato ecc. 

Non ci credete? Fate una prova: prendete il nome di una nota firma, e guardate di cosa ha scritto negli ultimi tre mesi. Scoprirete delle menti enciclopediche in formato tabloid. Per cui, forse, sono proprio loro ad ammazzare la competenza.

In conclusione, la crisi delle competenze e della legittimità dei saperi sembra essere non solo il prodotto di forze esterne alla scienza, ma anche degli scienziati mediali stessi (Gobo e Campo, 2021).

 

NOTE:

[1] Gobo G., Serafini L., Campo E., e Caserini A. (2022), Covid-19 e fiducia negli scienziati. Uno studio pilota sui lettori di due giornali online, in Comunicazione Politica, 23(1), pp. 19-38.

[2] Di ricerche ce ne sono molte, con esiti opposti. Alcune dicono che la fiducia è calata, altre che è cresciuta o è rimasta stabilmente alta. Sono ricerche non comparabili perché condotte con domande molto diverse. In altre parole, sono le domande dei questionari a costruire (almeno parzialmente) le opinioni degli intervistati. Osservazione banale, ma quasi sempre dimenticata.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

Campo, E., Gobo, G., Galeotti, M. e Parra Saiani, P. (2021). Limiti e fallimenti dei modelli epidemiologici e previsionali nell’epidemia di SARS-COV-2, in A. Favretto, A. Maturo e S. Tomelleri (a cura di) L'impatto Sociale del Covid-19 (pp. 39-48). Milano: Franco Angeli.

Collins, H. and Evans, R. (2007) Rethinking Expertise, Chicago, University of Chicago Press.

Eyal, G. (2019) The Crisis of Expertise, Cambridge, Polity Press.

Gobo, G. e Campo E. (2021). Covid-19 in Italy: should sociology matter? The European Sociologist, 46 (12).

Hornsey M.J., Lobera J. e Díaz-Catalán C. (2020). Vaccine hesitancy is strongly associated with distrust of conventional medicine, and only weakly associated with trust in alternative medicine. Social Science & Medicine, 255: 113019.

Lello E. (2020). Populismo antiscientifico o nodi irrisolti della biomedicina? Prospettive a confronto intorno al movimento free vax. Rassegna Italiana di Sociologia, 3, 479-508.

Moran P. (2020). Social Media: A Pandemic of Misinformation. The American Journal of Medicine, 133 (11), 1247-1248. 

Nichols, Tom (2017), The Death of Expertise: The Campaign Against Established Knowledge and Why It Matters, Oxford, Oxford University Press. 

Nucci, P. e Scaglioni, M. (2022), Iatrodemia. Vizi e virtu' dei medici in TV, Milano: Piemme.


Il mito del tè come seconda merce globale più venduta dopo il petrolio: il potere di un mito commerciale, simbolico e poetico.

Il tè vanta una storia profondamente radicata nella civiltà umana. L’infusione derivata dalle foglie di Camellia sinensis[1], dal  2700 a.C, si è imposta come bevanda globale, risultando oggi la più consumata al mondo, dopo l’acqua[2]

È diffuso anche un altro primato associato al tè: che sia la seconda merce fisica più commercializzata al mondo dopo il petrolio. Un’affermazione tanto ripetuta, quanto priva di fondamento, ma straordinariamente resiliente. Ciò che affascina, tuttavia, non è tanto la sua falsità economica, quanto la sua persistenza simbolica.

Le prime occorrenze note di questa affermazione compaiono in testi divulgativi e articoli nell’ultimo ventennio del Novecento, spesso privi di riferimenti statistici. Si può ipotizzare che il mito sia nato per sovrapposizione semantica: l’industria del tè cercava di enfatizzare la propria centralità simbolica, e qualcuno trasformò un dato qualitativo (il tè è una delle merci più diffuse al mondo) in un superlativo competitivo (la seconda dopo il petrolio), imponendo il linguaggio del primato tipico della comunicazione economica.

In termini puramente commerciali, il mito è facilmente smentibile. Secondo i dati della Food and Agriculture Organization (FAO) e dell’International Trade Centre (ITC), il tè non figura nemmeno tra le prime venti merci degli scambi mondiali. Lo superano ampiamente petrolio, gas, automobili, chip, grano, ferro, rame, caffè. La produzione mondiale di tè ha un valore di circa 20-250 miliardi di dollari[3], cifre che impallidiscono di fronte ai trilioni del mercato energetico o tecnologico.

La questione più interessante è che nessuno sembra voler smentire il mito. Le agenzie del tè, i Paesi produttori, la stampa lo ripetono con una leggerezza che sfiora la connivenza poetica. Il mito, infatti, non si diffonde per errore, ma perché diventa dispositivo culturale. Che funziona perché istituisce una coppia archetipica: tè e petrolio. L’uno è chiaro, profumato, rituale, l’altro scuro, viscoso, esplosivo; l’uno vegetale, l’altro minerale; l’uno simbolo di pausa, l’altro di accelerazione. Uno è energia che organizza il mondo tramite socialità, estetica, disciplina del tempo, accoglienza, pace, l’altro è energia che consuma il mondo. Il petrolio si erge come paradigma della modernità: estrazione, accelerazione, conflitto, distruzione, accumulo, energia materiale; il tè ne diventa il contro-paradigma: lentezza, ritualità, aggregazione, cultura, energia spirituale. Oro verde e greggio: gentilezza civilizzatrice in opposizione alla durezza del mondo industriale. Questa lettura simbolica trova eco nella tradizione orientale del tè come rito di consapevolezza, in cui ogni gesto tende alla perfezione ed è esercizio di presenza. L’Occidente, invece, ha costruito il proprio immaginario energetico sul dominio della materia: trasformare, estrarre, consumare. 

I miti servono a rendere pensabili le contraddizioni che una cultura non riesce a conciliare, sosteneva Claude Lévi-Strauss[4]. Il mito non elimina la contraddizione, ma la media, la maschera o la sposta attraverso una serie di trasformazioni, rendendo così un conflitto inconciliabile più accettabile o comprensibile per la comunità che lo narra. Qui la contraddizione è evidente: l’uomo moderno dipende da combustibili che distruggono il pianeta. Questa contrapposizione viene risolta con un’immagine conciliatrice: l’energia può essere dolce e pulita, salutare, in armonia con la natura e può essere diffusa quasi come l’energia che distrugge e inquina. 

In definitiva, il mito del tè non mente: trasfigura. Ci ricorda che l’economia globale non è solo un insieme di scambi materiali, ma anche un paesaggio di sogni, memorie, desideri e promesse. Il tè, bevanda della calma, diventa simbolo compensativo di un’epoca fondata sull’esaurimento energetico e psichico. È la merce che non è solo merce, ma rito, meditazione, purificazione. Il suo primato immaginario rappresenta la speranza di un’economia meno aggressiva, capace di nutrire senza distruggere. Il sogno di un mondo dove la delicatezza possa prevalere sulla potenza. 

Questo mito è figlio della cultura globale che costruisce narrazioni di equilibrio per compensare le proprie ansie sistemiche. In un’epoca segnata dall’esaurimento delle risorse, dalla competizione energetica e dalla paura del futuro, il tè diventa l’immagine di un’energia gentile dell’attesa, della presenza e della cura, opposta al rumore dei motori.  Il mito trasforma l’economia in racconto morale, con la speranza che il commercio, un giorno, possa profumare di umanità.

 

NOTE:

[1] Camellia sinensis  era consumata già 5000 anni fa in Cina come cibo e farmaco. Le prime civiltà cinesi, risalenti a 4000-5000 anni fa, hanno dimostrato una profonda comprensione delle potenziali proprietà terapeutiche del tè, riconoscendo la sua capacità di affrontare e prevenire vari disturbi umani. Erling Hoh, V. H. M. (2009). The true history of tea. Thames & Hudson.

[2] Grigg, D.The worlds of tea and coffee: Patterns of consumption, August 2002, GeoJournal 57(4):283-294 DOI:10.1023/B:GEJO.0000007249.91153.c3

[3] Le cifre molto discordanti riferite al mercato globale del tè (da 18 miliardi USD a oltre 250 miliardi USD) sono dovute a diverse metodologie di calcolo e definizioni di mercato del tè, utilizzate dalle società di ricerca. Alcuni report misurano solo il mercato del tè tradizionale (foglie, bustine), venduto nei negozi. Altri includono anche il tè ready-to-drink (RTD), cioè le bevande a base di tè pronte per il consumo (in lattina, bottiglia). Alcuni includono anche il canale out-of-home (bar, ristoranti, teahouse), che aggiunge molto valore. Esistono anche report che parlano di alta gamma o specialty tea (high-end tea), ovvero prodotti premium (tè pregiati, biologici, rarità) con margini di profitto differenti. Global Tea Auction https://www.globalteaauction.com/global-tea-market/ riporta come Il mercato globale del tè non mostri segni di rallentamento. Gli esperti prevedono che raggiungerà i 102 miliardi di USD entro il 2025 e che continuerà a prosperare con tassi di crescita previsti (CAGR) tra il 6,3% e il 6,6% nei prossimi anni. Secondo Grand View Research, il mercato globale del tè tradizionale (foglie, tè classico) è stato stimato intorno ai 17,4 miliardi di USD nel 2024, con una crescita prevista fino a 24,6 miliardi entro il 2030 (CAGR ~6%) (CAGR ~6%) grandviewresearch.com+2grandviewresearch.com+2.  Un resoconto di Future Market Report stima il mercato del tè tradizionale a 18,5 miliardi di USD nel 2025, con una previsione di crescita fino a 29,5 miliardi entro il 2032. Future Market ReportBusiness Research Insights, invece ha proposto una stima molto più alta: 108,65 miliardi di USD per il 2024, e prevede che il mercato arrivi a 190,85 miliardi di USD entro il 2033. Business Research Insights. Per il settore high-end tea (tè premium / specialty), Cognitive Market Research ha stimato un mercato di 126,84 miliardi di USD nel 2024. Cognitive Market Research. In un rapporto citato da John Keells PLC, si nota che le stime per il 2024 variano molto a seconda della fonte, “da circa 17,42 miliardi fino a circa 80,94 miliardi di USD” a seconda dei metodi usati. In generale, le cifre più basse si riferiscano a segmenti specifici, come il solo tè RTD, o un'analisi ristretta alle sole materie prime. Le cifre attorno a 100 -150 miliardi di USD rappresentano la stima più attendibile e generale per il mercato globale di tè in bustina e sfuso. Le cifre più alte (fino a 250 miliardi di USD) includono segmenti aggiuntivi e in forte crescita, come il tè RTD e anche infusi e tisane non derivati dalla Camellia sinensis, o proiezioni a lungo termine, in cui il mercato del tè è inteso in modo molto ampio (inclusi accessori, teahouse, import/export, investimenti), o addirittura come un macro-settore di bevande a base di tè, che include molte categorie.

In sintesi, la cifra più equilibrata per la dimensione attuale del mercato globale del tè in senso lato (ma senza considerare segmenti troppo specifici) sembra essere vicina ai $100 - $110 miliardi

[4] C. Lévi-Strauss, Il crudo e il cotto, Milano, Il Saggiatore, 1966. In sostanza, per Lévi-Strauss, la funzione primaria del mito è cognitiva e mediatrice, non storica o esplicativa in senso stretto. Il mito funziona come un "discorso enigmatico" che permette di esprimere e mediare opposizioni e contraddizioni che altrimenti sarebbero paradossali e inaccessibili al pensiero razionale ordinario. Il mito risulta essere un dispositivo logico che opera nella mente umana per affrontare e tentare di risolvere le contraddizioni fondamentali.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

1. Food and Agriculture Organization (FAO), FAOSTAT Database, 2024; International Trade Centre (ITC), Trade Map, 2024.

2. S. K. Jain, Tea: A Global History, Reaktion Books, 2011.

3. Hicks, A. (2001). Review of global tea production and the impact on industry of the Asian economic situation. In Asian International Tea Conference, Singapore, 5, pp. 227–231.

4. Erling Hoh, V. H. M. The true history of tea. Thames & Hudson, 2009.

5. Pan, S. Y. , Nie, Q. , Tai, H. C. , Song, X. L. , Tong, Y. F. , Zhang, L. J. , Wu, X. W. , Lin, Z. H. , Zhang, Y. Y. , Ye, D. Y. , Zhang, Y. , Wang, X. Y. , Zhu, P. L. , Chu, Z. S. , Yu, Z. L. , & Liang, C. (2022). Tea and tea drinking: China's outstanding contributions to the mankind. Chinese Medicine, 17: 1-40. 27. DOI: 10.1186/s13020-022-00571-1

6. Grigg, D. The worlds of tea and coffee: Patterns of consumption, August 2002, GeoJournal 57(4):283-294 DOI:10.1023/B:GEJO.0000007249.91153.c3