Nel volume Mottainai, recentemente pubblicato da Editrice Bibliografica nella collana Movimenti, idee, fenomeni, Rossella Marangoni analizza un concetto estremamente interessante della cultura giapponese, il mottainai del titolo, esplorandone le implicazioni linguistiche, storiche, sociali, economiche, ecologiche, etiche ed estetiche. 

Questo termine giapponese indica, generalmente, un sentimento di rammarico di fronte allo spreco o alla mancata valorizzazione di qualcosa che possiede una valenza intrinseca. Nondimeno, come il testo mostra efficacemente, la portata semantica del termine eccede di gran lunga la semplice condanna dello spreco. 

Una matrice etica diffusa e una visione del mondo

L’autrice affronta la complessità dell’espressione mottainai, intrecciando storia culturale, pratiche quotidiane e trasformazioni sociali, mostrando come il concetto costituisca una vera e propria matrice etica diffusa nella società giapponese. Le pagine del testo offrono un’analisi minuziosa inserita in una prospettiva culturale ampia, in cui mottainai rappresenta, prima di tutto, una forma di percezione del mondo radicata nella tradizione culturale del Giappone. Mottainai travalica l’ambito della gestione delle risorse e definisce un modo di concepire il rapporto tra esseri umani, oggetti e ambiente. 

Radici religiose e riti di congedo degli oggetti

Marangoni evidenzia come la sensibilità verso lo spreco sia radicata in tradizioni religiose e filosofiche che attraversano la cultura giapponese, in particolare nello shintoismo e nel buddhismo, che considerano natura e oggetti come realtà dotate di presenza e valore, di vitalità e dignità. A questo proposito, viene richiamata una pratica culturale giapponese molto significativa: i riti kuyō, le cerimonie di commemorazione o pacificazione dedicate agli oggetti che hanno esaurito il loro ciclo di vita. Nata come celebrazione buddhista per i defunti, nel tempo, questa forma rituale è stata estesa anche agli oggetti, soprattutto a quelli che hanno accompagnato la vita quotidiana delle persone. Le cose che utilizziamo quotidianamente non sono completamente inerti, portano con sé l’impronta del tempo durante il quale sono state usate, la relazione con chi le ha possedute e una sorta di energia o presenza residua. Per questo, quando un oggetto ha terminato il suo servizio, può ricevere un rito di ringraziamento e congedo prima di essere gettato via[1]. Il rito kuyō rappresenta, quindi, una forma di gratitudine verso gli oggetti, un riconoscimento del loro servizio. Segna il passaggio rituale dalla presenza all’assenza. In questo modo, anche il trapasso di un oggetto diventa un atto consapevole e rispettoso. Queste pratiche sono profondamente legate al concetto di mottainai, cioè alla sensazione che sia moralmente e spiritualmente spiacevole sprecare qualcosa che possiede ancora valore o dignità.

Le cose e la gestione delle cose: materia e relazioni

Questo esempio mette in luce uno dei meriti principali del libro di Marangoni, che consiste nel collocare mottainai all’interno di una più ampia visione culturale del mondo materiale. Da un punto di vista sociologico, questa prospettiva implica una concezione della materia come portatrice di relazioni sociali e simboliche. Gli oggetti sono elementi di una rete di pratiche culturali che includono riparazione, riuso e trasformazione. La storia materiale del Giappone offre numerosi esempi di queste prassi, in cui gli oggetti d’uso quotidiano sono strumenti da utilizzare e pertanto consumare, ma soprattutto sono soggetti con cui l’essere umano intreccia la propria storia di resilienza e sopravvivenza. 

Il principio morale del non sprecare: un’epopea della tradizione rurale

In questo contesto, il concetto di mottainai funziona come principio morale diffuso, capace di orientare comportamenti individuali e collettivi. Ogni spreco rappresenta un comportamento inefficiente, ma si configura anche come una forma di mancanza di rispetto verso la realtà stessa delle cose, una perdita della loro “essenza”.  Questo concetto è il cuore pulsante della narrazione, che si dispiega con generosa ricchezza di esempi e di dettagli, componendo un ampio affresco di tecniche antiche — talvolta perdute, talvolta irripetibili — attraverso le quali, per secoli, la gente comune ha coltivato con pazienza quasi religiosa l’arte di salvare tutto ciò che poteva essere salvato, fino all’ultimo filo o al più sottile frammento di tessuto, perché nulla venisse abbandonato allo spreco. 

Il testo, attraverso l’affascinante narrazione delle vicende di frammenti di stoffa e di carta, di cenci e di stracci, si trasfigura in un’epopea della tradizione rurale, in cui i destini delle persone e quelli degli oggetti si incontrano, convergono e confluiscono in un comune progetto di sopravvivenza. Da questo intreccio emerge una visione del mondo che si fa paradigma del ciclo stesso della vita, in cui ogni cosa è interconnessa.

Pagina dopo pagina, il mondo evocato da Marangoni si rivela un paesaggio abitato da oggetti per nulla inerti, che appaiono come presenze cariche di silenziosa vitalità e il lettore, ben presto, viene implicitamente invitato a interrogare il proprio rapporto con ciò che ogni giorno passa tra le sue mani.

Mottainai, un’oscillazione emotiva tra perdita e memoria

Si potrebbe persino osare dire che Mottainai parli, in fondo, di relazione. In molte culture moderne le cose restano mute: esistono per essere usate e poi eliminate. Nel mondo evocato dal mottainai, invece, gli oggetti prendono parte alla trama della vita. Una tazza, un tessuto, un ago, un utensile diventano testimoni discreti del tempo umano: hanno accompagnato gesti, custodito abitudini, incarnato memorie. Per questo, gettarli via senza pensiero suscita un sentimento di perdita sottile, difficile da nominare. Mottainai è proprio questo sentimento: esprime precisamente il dolore per il trapasso di ciò che è stato presenza nella nostra vita. È una forma di sensibilità. È il momento in cui si percepisce che qualcosa è stato sottratto alla sua possibilità di significato. La materia possiede una storia, una onorabilità e una presenza che rendono lo spreco qualcosa di più di un errore economico.

Educare lo sguardo

Questo libro ci mostra come, nella cultura giapponese, il rispetto per le cose nasca da una educazione dello sguardo. Guardare gli oggetti con attenzione significa riconoscere che ogni cosa ha attraversato un processo: lavoro umano, tempo, uso. In questo senso il mottainai introduce una piccola rivoluzione silenziosa: ci invita a spostare l’asse della nostra attenzione. Avvezzi a orientarci verso la novità, la sostituzione continua, il consumo, veniamo chiamati a prendere in considerazione la durata, la cura, la gratitudine. Mottainai rappresenta una filosofia minima, quasi impercettibile, che chiede di cambiare il modo in cui teniamo una cosa tra le mani. 

Etica ed estetica: un intreccio profondo

Nel testo affiora con particolare chiarezza anche un secondo livello del concetto di mottainai: il dialogo sottile tra etica ed estetica. L’arte di non sprecare ha generato, nel tempo, un vero e proprio caleidoscopio di «preoccupazioni di carattere decorativo», segno di una sensibilità in cui il rispetto per l’essenza di ogni cosa che esiste si esprime come un intreccio di uso e cura, di devozione silenziosa, dove etica ed estetica finiscono per specchiarsi l’una nell’altra.

La trasfigurazione della frattura

Il testo illumina con particolare nitidezza la dimensione estetica di questa sensibilità. Pratiche come l’arte del kintsugi — la tecnica di restauro delle ceramiche che ricompone le fratture con lacca e polvere d’oro — ne sono un emblema eloquente: la crepa non viene occultata, ma accolta e integrata nella forma stessa dell’oggetto, così che il danno si trasfiguri in valore. In questa prospettiva, la riparazione e la trasformazione degli oggetti, ben oltre il semplice rimedio pragmatico, diventano pratiche cariche di significato: espressioni di una più ampia estetica dell’imperfezione e della transitorietà, che attraversa molte forme della cultura giapponese, dall’artigianato alle arti rituali.

Fragilità, impermanenza e risonanza etica

La sensibilità verso la fragilità delle cose, spesso evocata da concetti come wabi-sabi e mono no aware[2], trova nel mottainai la sua risonanza etica. Se le cose custodiscono una storia e una dignità, sprecarle significa ignorare la loro presenza nel tessuto del mondo umano. In questa luce, il mottainai può essere inteso come la dimensione etica della sensibilità nipponica radicata nell’idea di impermanenza: proprio perché le cose sono fragili e preziose, lasciarle andare allo spreco equivale a non riconoscerne la natura più profonda.


“Riconoscere la bellezza della fragilità e dell’imperfezione significa,
dopotutto, riconoscere la bellezza della vita e del pianeta. […] 

Dai frammenti nasce una nuova bellezza.”


Attualità globale ed ecologia

Un ultimo tema affrontato nel libro riguarda l’attualità globale del concetto. Negli ultimi decenni mottainai è stato adottato anche nel discorso ecologico internazionale come principio che integra riduzione, riuso e riciclo, aggiungendo a questi il valore del rispetto. 

Il testo offre spunti preziosi per riflettere criticamente sulle società contemporanee del consumo. L’economia globale degli ultimi decenni si è infatti strutturata attorno a modelli produttivi fondati sull’obsolescenza accelerata degli oggetti e sull’espansione incessante dei cicli di consumo. In questo scenario, il principio del mottainai si profila come una sorta di contro-narrazione culturale rispetto alla logica dell’usa-e-getta: una forma discreta ma tenace di resistenza simbolica alla mentalità che accompagna la modernità industriale.

Un possibile cammino per il futuro

Così, mottainai può essere letto anche come la mappa di un possibile cammino: un insieme di gesti e di saperi che, riemersi dal passato, abbozzano oggi la trama di un progetto per il futuro. In un’epoca segnata dalla crisi ecologica e dal crescente dibattito sulla sostenibilità, la sensibilità racchiusa in mottainai invita, infatti, a ripensare con maggiore consapevolezza il rapporto tra produzione, uso e durata degli oggetti.


Nel nuovo millennio il concetto subisce una risignificazione:
dai valori rappresentati dagli oggetti al valore come categoria morale.


Tuttavia, Marangoni osserva che ridurre mottainai a un semplice slogan ambientalista significherebbe impoverirne profondamente il significato: esso è, prima di tutto, un modo di percepire il mondo. La riduzione dello spreco non può essere interpretata soltanto come una questione tecnica o economica, ma deve essere compresa nella sua dimensione culturale più ampia. Le pratiche di consumo, infatti, non nascono mai nel vuoto: affondano sempre le radici in sistemi di valori, in visioni del mondo e in rappresentazioni simboliche che definiscono il significato sociale degli oggetti.

Mottainai come categoria filosofica

Letto in questa prospettiva, mottainai diventa una forma di ontologia implicita della materia e della responsabilità, che avvicina la sensibilità giapponese a interrogativi condivisi anche dalla riflessione filosofica e culturale occidentale. 

Il principale merito del testo sta proprio nell’aver presentato mottainai non come una semplice curiosità culturale o un termine esotico, ma come una vera e propria categoria filosofica, capace di dialogare anche con alcune delle questioni più centrali del pensiero contemporaneo: il rapporto tra essere umano e natura, l’etica del consumo, la dimensione simbolica degli oggetti e l’estetica dell’impermanenza. Propone una riflessione ampia e stratificata sulla cultura materiale, rivelando una visione complessa del rapporto tra società, oggetti e ambiente. 

Un modello alternativo di relazione. Verso un patrimonio condiviso

Mottainai è molto più di un tratto culturale specifico, si delinea come un modello alternativo di relazione con il mondo delle cose, fondato su un’etica dell’attenzione e della responsabilità e potrebbe diventare una chiave interpretativa attraverso cui interrogare criticamente le forme contemporanee della modernità. Un invito di respiro universale a vivere con maggiore consapevolezza e gratitudine verso ciò che esiste, che ha cominciato a varcare i propri confini culturali e a risuonare come un patrimonio condiviso, con il potenziale di diventare una sensibilità diffusa che attraversa il mondo.


Mottainai diventa così patrimonio comune, un movimento mondiale.


Mottainai è una parola-mondo, come afferma l’autrice. È un’espressione linguistica, un’etica quotidiana dalle radici antiche, un prisma attraverso cui si rifrange una responsabilità collettiva. 

In essa si rende visibile la sensibilità culturale del Paese che l’ha generata, ma al tempo stesso si intravede una direzione possibile, un cammino disseminato di pratiche virtuose che potrebbe condurci — se non alla salvezza — almeno verso forme di vita più attente e sostenibili.

In fondo, mottainai suggerisce una verità sorprendentemente semplice: quando impariamo a non sprecare le cose, forse stiamo anche imparando a non sprecare il tempo, l’attenzione e, in ultima istanza, la vita stessa.

 


NOTE:

[1] Un esempio vivido per chi scrive è rappresentato dal Chasen-kuyō, la commemorazione per i frullini di bambù (chasen), utensili indispensabili per la corretta preparazione del tè verde giapponese matcha, utilizzati nella cerimonia del tè.

[2] Wabi-sabi è un concetto estetico che celebra la bellezza nelle cose imperfette, incomplete e temporanee. Deriva dalla fusione dei due termini wabi (semplicità rustica, modestia, autosufficienza) e sabi (bellezza che emerge con il passare del tempo, come la patina su un oggetto antico o i segni dell’usura che raccontano una storia). Rappresenta l’austera bellezza, discreta, che esiste nella modestia. Mono no aware è una sensibilità emotiva, spesso descritta come una dolce malinconia per la natura transitoria della vita, un gentile dolore che si prova di fronte alla fugacità dell’esistenza. 

Autore

  • Laureata in Filosofia estetica presso l’Università degli Studi di Milano, con una tesi dedicata al concetto di tempo nell’arte giapponese. Da oltre vent’anni studia la cultura del tè, i suoi riti e le sue cerimonie. Ha conseguito una certificazione internazionale come Tea Sommelier, trasformando la sua passione in competenza teorica e pratica professionale. Come Tea Educator si è dedicata alla diffusione e all’insegnamento della cultura del tè. Attualmente è docente di Filosofia e Scienze umane.

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