Paolo Giordano, noto scrittore, giornalista, editorialista, nel 2006 si laurea (magistrale) in fisica all’Università di Torino. L’anno successivo inizia un dottorato di ricerca in fisica delle particelle, presso la Scuola di dottorato in Scienza e alta tecnologia del medesimo ateneo, che consegue nel 2010.
Parallelamente all’inizio (1° novembre 2007) del dottorato, il 25 gennaio 2008 pubblica il suo primo romanzo (La solitudine dei numeri primi). Sarà l’inizio di una brillante carriera di scrittore. Infatti, il libro vince, nello stesso anno, il premio Campiello Opera Prima, il premio Fiesole Narrativa Under 40, il Premio Strega e il Premio letterario Merck Serono (vedi https://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Giordano_(scrittore)
Poco prima di iniziare la carriera letteraria, pubblica almeno 3 articoli scientifici (di cui 2 con lo stesso titolo, su due riviste diverse) derivanti dal suo lavoro di tesi di laurea magistrale:
- Paolo Gambino, Paolo Giordano, Giovanni Ossola, Nikolai Uraltsev (2007), Inclusive semileptonic B decays and the determination of |Vub|, Journal of High Energy Physics, n. 10.
- Paolo Giordano (2008), Inclusive semileptonic B decays and the determination of |Vub|, Journal of Physics: Conference Series, v. 110.
- Paolo Gambino, Paolo Giordano (2008), Normalizing inclusive rare B decays, Physics Letter B,
Questa premessa, per giungere alla seguente domanda: Paolo Giordano è un fisico?
Direi di no. È (certamente) un laureato in fisica ma non esercita la professione di fisico.
Chi è un’esperta?
Nel campo degli STS, tra la fine degli anni Novanta e inizio Duemila, si è molto dibattuto e polemizzato su chi sia un’esperta1. Non è qui possibile, per ragioni di spazio, ricostruire l’intero dibattito (a tal fine si rimanda a Gobo e Marcheselli 2021: cap. 7). Per questo post, è utile ricordare una distinzione (non esente da critiche, ma comunque interessante) che fanno Collins ed Evans (2002). Essi sostengono che esistono due diversi tipi fondamentali di competenza: a) contributiva, che consente di contribuire all’effettivo avanzamento delle conoscenze; b) interazionale, ovvero la capacità di partecipare in modo competente alle conversazioni su un certo tema, senza tuttavia partecipare all’attività di ricerca scientifica. I movimenti per la salute, per esempio, accumularono una certa competenza interazionale che permetteva loro di formulare domande e rivendicazioni in modo appropriato, così da poter partecipare attivamente al processo di creazione della conoscenza, pur non avendo competenze tali da poter esercitare la professione del medico, dell’epidemiologo, del biologo o del legislatore.
Questa distinzione, nonostante tutte le critiche che ha attirato2, è comunque utile per capire che esiste una differenza rimarchevole tra una “laureata in” e una “professionista”. Questo vale per tutti campi, dall’ingegneria alla psicologia, dall’architettura alla sociologia, dalla biologia alla filosofia. E vale anche per la medicina: una laureata in medicina è automaticamente una medica?
Direi, nuovamente di no. Una laureata in medicina ha certamente una competenza interazionale, ma non una contributiva. Poniamo che da decenni anni lei sia una dirigente nella sanità pubblica, essa avrà sicuramente una competenza organizzativa e gestionale, ma da molti anni non visita pazienti, non vede gli effetti di una malattia su un corpo reale, le interazioni tra un farmaco e un corpo particolare, non si confronta con le colleghe sull’efficacia di certe terapie (anche recenti) ecc. Tutto questo è normale. Ma proprio per questo, anche se formalmente lo è, dal punto di vista sostantivo e pratico lei non è più una medica (anche se, in situazioni particolari, è in grado di prestare soccorso).
Cambiando esempio, affidereste la costruzione di un ponte a una (semplice) laureata in ingegneria? Anche se la laureata potrebbe dialogare con (anzi dovrebbe farlo, specie quando ci sono di mezzo questioni ambientali) e avere delle conoscenze utili all’ingegneria di uno studio professionale, lei non può costruire un ponte.
Allora, concludendo, perché quando citiamo le varie componenti delle varie commissioni su temi sanitari, diciamo che Tizia (che non vede pazienti da anni, se non decenni) è una medica e non laureata in medicina? Questo semplice dispositivo linguistico aiuterebbe a fare chiarezza…
in attesa che venga nominata la prossima commissione NITAG (National Immunization Technical Advisory Group, in italiano Gruppo Tecnico Consultivo Nazionale sulle Vaccinazioni), vacante dal 16 agosto…
NOTE:
1 Uso il femminile sovraesteso.
2 La proposta di Collins ed Evans incontrò immediatamente un certo numero di critiche. Innanzitutto, essi partono dal presupposto che esista una distinzione netta fra diversi domini dell’expertise e che la competenza contributiva non possa incrociare, magari anche solo occasionalmente, quella interazionale – e viceversa. In secondo luogo, anche ammettendo che questa distinzione sia possibile, esistono spesso diversi gradi di consenso sia sui problemi tecnici che su quelli di ordine morale. Per cui le situazioni nelle quali la comunità scientifica raggiunge un consenso unanime sono un’eccezione, e non la regola. Il suggerimento di Collins ed Evans di focalizzarsi sul processo decisionale, poi, rischia di occultare il percorso che porta un certo problema a essere inquadrato all’interno di una determinata cornice teorica e pratica (Sismondo 2010): che cosa renda un certo ambito problematico o di interesse; entro quali coordinate disciplinari esso venga inserito; quale tipo di connotazione politica, morale e religiosa esso assuma. Se ci si concentra esclusivamente su quale tipo di competenza sia rilevante per aver voce in capitolo questi elementi sono tutti estromessi dall’indagine.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Gobo, G. e Marcheselli, V. (2021), Sociologia della scienza e della tecnologia. Un’introduzione, Roma: Carocci.
Collins, H.M. ed Evans, R. (2002). The Third Wave of Science Studies: Studies of Expertise and Experience, in “Social Studies of Science”, 32, 2, pp. 235-96.
Autore
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Professore ordinario di Sociologia delle Scienze e delle Tecnologie, presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Milano. Per molti anni si è occupato di epistemologia e metodologia della ricerca sociale. Attualmente si dedica allo studio dei “sensi sociali” e di controversie scientifiche nel campo della salute. Per le sue pubblicazioni cliccare il link qui sotto.
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