Il caso Sinner, l’eterna distanza tra intellettuali e sentire popolare
Poche settimane fa ho scoperto del tutto casualmente l’esistenza di un piccolo libro dal titolo “Effetto Sinner” e sottotitolo “Consumi responsabili e nuovo made in Italy oltre lo sport”. Libro scritto da due docenti di marketing presso la Luiss di Roma, Cesare Amatuelli e Matteo De Angelis.
Da grande e “antico” appassionato di tennis e professionista che nella vita lavorativa si è occupato a lungo di ricerche di mercato e sociali e posizionamento di brand, non potevo non acquistarlo.
Il lavoro di Amatuelli e De Angelis non si occupa minimamente degli aspetti tecnici e agonistici che riguardano l’ascesa di Sinner, ma si propone di identificare i valori che esprime il campione altoatesino, come atleta e come uomo, e quali siano i brand più in sintonia con questi valori.
Nel frattempo, solo pochi giorni fa (scrivo questo articolo negli ultimi giorni di ottobre), è scoppiata una polemica sorprendentemente virulenta che ha coinvolto quello che oggi è considerato lo sportivo italiano più popolare e influente [1], atleta conosciutissimo e amato a livello planetario.
Ma prima di addentrarci nei motivi della polemica, vediamo cosa hanno scoperto Amatuelli e De Angelis su Jannik Sinner.
I due docenti hanno usato tecniche di indagine qualitative e quantitative su campioni di popolazione italiana e estera. Per motivi di spazio non mi dilungherò sugli aspetti tecnici del lavoro di Amatuelli e De Angelis ma cerco di riassumere sinteticamente le conclusioni a cui sono giunti.
IL CARATTERE DELL'UMILTÀ?
Essi sostengono che il carattere precipuo con cui viene percepito Sinner sia quello dell’umiltà, in contrapposizione con molti sportivi di successo che non hanno questa caratteristica, vista come una dote positiva.
Su questo punto però mi permetto di esprimere un parere personale: ritengo che umiltà non sia la parola più appropriata per definire l’atteggiamento di Sinner (per quanto sia lo stesso Jannik a definirsi spesso un “ragazzo umile”); Sinner non è umile, egli è perfettamente consapevole di essere un grandissimo dello sport contemporaneo e ne è giustamente orgoglioso.
Probabilmente la parola che meglio esprime il suo modo di parlare di sé stesso è quello che fa capo al concetto di “modestia”. Nel senso che egli rifugge da qualsiasi atteggiamento di ostentazione del successo, è estremamente rispettoso degli avversari e mette costantemente al centro dell’attenzione dei media il lavoro di gruppo che fa col proprio team. Come se il suo talento fosse solo l’ultimo tassello di una piramide di competenze, qualità e allenamento; la logica conseguenza finale di un lavoro di gruppo (ed è così, ma solo in parte).
Per dovere di chiarezza, va ricordato che umiltà è la parola usata dai rispondenti all’indagine, non dagli autori del libro, che anzi ragionano molto sul significato di questa parola anche rifacendosi a una vasta letteratura.
Le altre caratteristiche principali che Sinner trasmette, secondo lo studio in questione, sono: la determinazione, l’onestà, la costanza, l’impegno, la semplicità, la lealtà, l’autenticità (nel senso che lui è come appare).
CAMPIONE DI COMPORTAMENTO?
In definitiva possiamo parlare di valori tutti connessi al concetto di etica; Sinner è un campione sul campo da tennis ma è altresì considerato un campione di comportamento.
E in effetti, i numerosi brand che lo hanno scelto come testimonial, lo hanno fatto per quel mix di risultati agonistici e quella che personalmente chiamerei “educazione naturale”, che ne fanno un campione speciale[2].
Che il fuoriclasse altoatesino sia percepito con queste caratteristiche non sorprende chi segue il tennis, lo vede in campo e ascolta le sue interviste. D’altra parte le indagini non devono per forza svelare situazioni sorprendenti e inattese, sono fatte anche per dare conferma scientifica di ciò che si avverte intuitivamente.
Emerge quindi il quadro di un giovane uomo che trasmette valori fortemente positivi e un’italianità diversa, più responsabile e seria (ma non seriosa, Jannik è anche un giovane uomo dotato di humor e che non rinuncia allo svago).
Aggiungerei io, un’italianità fortemente innestata da valori di “solidità montanara” (non dimentichiamo che Sinner è nato e cresciuto fino a 14 anni in un paesino di montagna).
Fin qua, in estrema sintesi, la ricerca di Amatuelli e De Angelis, ora veniamo alla polemica.
Al ritorno dal ricchissimo torneo esibizione giocato e vinto da Sinner a Dubai a metà ottobre, il giocatore ha annunciato che quest’anno avrebbe rinunciato alla convocazione in Coppa Davis.
Ovvero, Sinner chiude il suo 2025 agonistico con le Finals di Torino e nella settimana successiva non gioca quello che è considerato una specie di campionato del mondo a squadre del tennis.
Il giocatore ha giustificato la decisione con la necessità di avere una settimana in più per il riposo e per la preparazione tecnico - atletica in vista della stagione 2026.
Decisione discutibile dal punto di vista dell’attaccamento ai colori nazionali? Certamente, ma subito la polemica si è spostata dal merito della scelta di non giocare, alla critica all’uomo Sinner.
Ha iniziato il notissimo giornalista del Corriere della Sera e della rete televisiva La7 Aldo Cazzullo e, a ruota, sono arrivati i giudizi di altri volti o voci molto noti del giornalismo italiano. Corrado Augias, Massimo Gramellini, Francesco Merlo, Giovanna Botteri, Mattia Feltri e altri ancora, compreso Bruno Vespa, volto notissimo anche lui, ma che poco ha in comune con i nomi che lo precedono. A questi si è poi aggiunto anche il Codacons, suscitando non poche ironie per l’evidente “invasione di campo”.
Le critiche di tutto questo mondo giornalistico sono state molto forti - anche se certamente con toni diversi che ben rispecchiano il carattere di ognuno dei critici - concentrate su due aspetti: lo scarso attaccamento ai colori nazionali (c’entra l’essere nato in Alto Adige?) e la residenza a Montecarlo (tema vecchio, mai sopito, destinato a riproporsi periodicamente), critiche che hanno messo in discussione non le scelte del tennista Sinner, ma il suo valore umano.
Anche Ubaldo Scanagatta, autorevole decano dei giornalisti italiani specialisti di tennis, ha criticato la scelta di Sinner sul proprio sito (Ubitennis), ma si è trattato di una critica alla decisione di non giocare la Davis, motivata e argomentata, di tutt’altro tenore rispetto all’attacco personale.
Si può dire che la summa dei commenti negativi da parte delle persone succitate fa capo a una italianità debole o ipocrita, soprattutto per la residenza a Montecarlo che lo sottrae al fisco italiano.
RISENTIMENTO
Complessivamente, nei toni, emerge una sorprendente esplosione di risentimento.
Evidentemente queste persone, che si occupano prevalentemente di politica e divulgazione, non percepiscono in Sinner i valori che gli sono attribuiti dalle persone intervistate nel lavoro di Amatuelli e De Angelis.
Anzi, fermo restando la stima per l’atleta, per questo gruppo di critici i valori espressi da Sinner non sono di segno positivo.
Al contempo la polemica si è rapidamente spostata sui social con tutte le polarizzazioni tipiche di quei media.
Tuttavia si può dire senza tema di smentita che la grande maggioranza delle persone sono intervenute a sostegno del giocatore [3], in contrapposizione alle argomentazioni dei critici.
In moltissimi, per esempio, hanno segnalato che la Coppa Davis è ormai una manifestazione di secondo livello rispetto ai tornei dello Slam e che la Davis è stata più volte snobbata dai tre top players dell’ultimo ventennio, ovvero: Roger Federer, Novak Djokovic e Rafael Nadal [4] senza che questo portasse a polemiche o accuse di scarso attaccamento ai colori nazionali nei loro rispettivi paesi.
Tra i moltissimi commenti che ho letto, quello che mi sembra meglio riassumere il punto di vista “popolare” dei difensori di Sinner, lo ha espresso il notissimo showman Fiorello, che ha fortemente criticato il sarcasmo sulla presunta scarsa italianità di Jannik e ha concluso un’appassionata difesa con queste parole: “Io mi sento orgoglioso di essere rappresentato da uno come Sinner. È un ragazzo perbene, educato, forte, e ci fa fare bella figura nel mondo.”
ECCESSIVO RIGORE MORALE O CECITÀ DEL TIFO
A questo punto è legittimo chiedersi se questi famosi giornalisti, molto critici, stiano prendendo una posizione di eccessivo rigore (nel caso, perché?) o se, viceversa, i difensori di Sinner, “accecati dal tifo”, non colgano le contraddizioni comportamentali dell’atleta.
La discussione è aperta. Quel che è certo, a mio modo di vedere, è che certo sarcasmo sprezzante appare ingiustificato rispetto ai sentimenti di stima e anche di amore che Sinner suscita in moltissime persone.
***
C’è poi un altro tema: oggi Sinner non è più solo un tennista di grande successo, ormai è un brand globale, di cui il giocatore è al contempo Ceo e “operaio” in campo.
Nel 2018, il Sinner diciasettenne che cominciava a farsi largo nei tornei del circuito minore, ha guadagnato in tutta la stagione circa 20.000 € lordi; oggi Jannik, tra prize money nei tornei e sponsorizzazioni ha superato i 50 milioni di dollari di incassi annui.
Praticamente un’azienda. Che reinveste i propri utili in varie attività economiche e anche in una fondazione che si propone di devolvere parte dei profitti generati “dall’azienda” in attività sociali.
Infine, lo studio di Amatuelli e De Angelis dimostra che il brand Sinner porta un enorme valore reputazionale al made in Italy, che a sua volta si traduce in valore economico. L’effetto Sinner è un booster economico e culturale per il nostro Paese.
Quanto sopra però porta ad una ulteriore riflessione: per persone come Sinner, che muovono interessi economici e di investimento emotivo assolutamente globali, è ancora tempo di valutare i comportamenti sociali con gli stessi parametri di mezzo secolo fa?
In fondo sono moltissime le aziende italiane con sede fiscale all’estero…
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:
Il libro di riferimento di questo articolo è: Effetto Sinner
Autori: Cesare Amatuelli e Matteo De Angelis; Edizione Luiss University Press
NOTE
[1](*) Da un sondaggio Ipsos dell’agosto 2025, pubblicato su “La Gazzetta dello Sport”, risulta che Sinner è lo sportivo italiano in attività più conosciuto (più di qualsiasi calciatore), con un livello di riconoscibilità superiore all’82%, tecnicamente da considerare “totale”.
[2] Ad esempio, Banca Intesa ha scelto di sponsorizzare Sinner con la seguente motivazione: “crediamo nella potenza del suo impegno e nei valori che esprime ogni volta che scende in campo. Il talento del giovane azzurro, già oggi uno dei tennisti più conosciuti al mondo, non ha confini e ci aiuta a raccontare una storia italiana di successo”
[3] Non sono ancora disponibili dati quantitativi di monitoraggio del web a riguardo, ma basta scorrere i commenti ai post sui social di persone con largo seguito che parlano di tennis per rendersi conto che il sentiment popolare è a larghissima maggioranza a favore di Sinner.
[4] Il giocatore spagnolo Carlos Alcaraz, che da due anni si gioca la leadership del tennis mondiale con Sinner, è stato portato ad esempio dai critici perché quest’anno parteciperà alla fase finale della Coppa Davis per il suo Paese. Va notato che ad oggi Sinner ha giocato 23 volte con la maglia azzurra; Alcaraz 8 volte per la Spagna.
Il dogma della costruzione dal basso
(Avviso ai naviganti, questo è un articolo pre vacanze, diversamente serio)
Chi segue il calcio sa benissimo cos’è la costruzione dal basso. Provo a spiegare per chi non segue questo sport; la questione infatti è più seria di quel che si potrebbe pensare…
Bene, tutte e tutti coloro che hanno guardato calcio e giocato anche ai livelli più infimi (e divertenti), sanno cosa succedeva fino a pochi anni fa quando la palla arrivava al portiere.
Costui aveva due opzioni per far riiniziare il gioco: passare la palla ad un giocatore della propria squadra posizionato abbastanza vicino e senza giocatori avversari nei dintorni (condizione importante per non crearsi pericoli da soli), oppure tirare un gran calcio in avanti cercando di mandare il pallone il più possibile lontano dalla propria porta e il più possibile vicino alla porta avversaria.
L’obiettivo di questa seconda opzione era chiaro; da lì qualcuno avrebbe respinto la palla e con qualche rimpallo fortunato per gli attaccanti della squadra a cui apparteneva il portiere, poteva nascere un’azione da gol subito, senza dover attraversare tutto il campo da gioco e dover superare tanti giocatori avversari.
Logico? Sì. Semplice? Pure.
Ma non si fa più. Anzi, non si può più fare. Chi lo fa è esposto al pubblico ludibrio.
Perché? Perché adesso, se non vuoi passare per zotico e ignorante, il gioco deve ripartire con la “costruzione dal basso”.
L’hanno asserito i nuovi scienziati del gioco del calcio, quelli che, appunto, ci hanno spiegato che il calcio non è un gioco ma una scienza, quelli che per far giocare a pallone 11 giovani usano algoritmi, riprese in 3D, droni e teoremi.
Loro hanno gravemente sentenziato: l’azione deve ripartire dal basso, ovvero il portiere deve passare la palla a un suo difensore, anche se questi è circondato da avversari, e questi, a sua volta, non deve “spazzare” ma deve passare a un compagno, anche se pure lui circondato da avversari. Anzi, ancora meglio, si dimostra maggior coraggio e sprezzo del pericolo! Pertanto, accade spesso di vedere la palla stazionare nell’area di rigore del portiere mentre i difensori (della squadra del portiere) tentano freneticamente a suon di passaggetti di uscire dalla pressione degli avversari.
Chi ha inventato questa immane sciocchezza? Direi lo spagnolo Pep Guardiola, il più famoso e vincente allenatore degli ultimi dieci anni, che però è uomo di grande intelligenza e pure di grande ironia. Peraltro, uomo che ha imparato anche dal più ruspante e meno incline ai sofismi degli allenatori italiani, quel Carletto Mazzone che è stato un grandissimo ed era lontano anni luce dal prototipo dell’allenatore scienziato. Uno, Mazzone, che amava i giocatori di talento, mentre gli scienziati amano solo gli schemi e i dogmi.
Pep la costruzione dal basso se l’è inventata per due motivi: uno certo, ha sempre allenato squadre di fenomeni, giocatori dotati di un controllo di palla eccezionale; quindi, per lui, la costruzione dal basso aveva un senso. Grazie ai fenomeni l’azione risaliva il campo lentamente, a volte terribilmente lentamente, (il famigerato tiki taka) ma sempre ben in mano ai suoi giocatori, finché questi trovavano lo spazio giusto per l’azione da gol.
Sul secondo motivo non ho alcuna certezza ma un forte sospetto, la costruzione dal basso Pep se l’è inventata anche per prendere in giro i tanti pseudo scienziati di questo gioco, sicuro che l’avrebbero imitato come masse di pecoroni beoti.
E infatti, l’effetto di questa “rivoluzione” è stato che adesso tutti, in tutti i campionati del mondo, in tutte le categorie, si sono adeguati, pena la messa al bando come reazionari, retrivi, inetti.
Nessun portiere osa più rilanciare lontano. Il risultato è che i difensori si ritrovano a palleggiare a pochi metri dalla propria porta con addosso i giocatori avversari e al primo mezzo errore o rimpallo sfortunato è gol… per gli avversari.
Però, nonostante l’evidenza empirica che per fare con efficacia la costruzione dal basso devi avere tutti giocatori di altissima qualità, il dogma impone che lo facciano tutti. Con risultati opposti all’obiettivo e direi anche un po’ patetici.
Ma, mi chiederete, che c’entra tutto questo col declino della civiltà occidentale?
C’entra, c’entra… . L’occidente è percorsa da anni da correnti di pensiero che non è lecito discutere. È così, punto. E se non sei d’accordo o hai qualche timido dubbio sei bollato come antidemocratico, sei un nemico del Progresso (cosa sia il progresso lo decidono “loro”, ovviamente), infine, sei fascista! E su questo cala la pietra tombale, non hai più alcun diritto di replica.
La storia umana è stata sempre percorsa dallo scontro di idee, valori, ideali, ma a me sembra che negli ultimi anni il livello di intransigenza nel voler imporre la propria visione del mondo da parte di gruppi che si sentono investiti dal “possesso della verità” sia enormemente aumentato, di pari passo con la semplificazione rozza dei ragionamenti.
Nessun tema della vita politica, sociale ed economica viene valutato per i suoi contenuti, su nessun tema si prova a costruire una riflessione sulle conseguenze di lungo periodo. Si ragiona per assiomi: da una parte il bene assoluto, dall’altra il male assoluto. La complessità non è contemplata, forse la complessità è anche lei un po’ fascista.
Personalmente non mi riconosco tra quelle persone attaccate a un’idea malinconicamente idilliaca del passato; la nostra civiltà, nonostante tutto, garantisce un livello di vita e di giustizia sociale molto superiore a quella del novecento ante guerra e ancora più indietro.
È certo, però, che i dogmi imperanti in tutti campi del pensiero umano, calcio compreso, non fanno ben sperare per il futuro.
Stiamo a vedere se qualche allenatore, non solo di calcio, avrà il coraggio di dire al proprio portiere: “fregatene dei dogmi, fai quello che serve di più per la squadra”.
Doping libero: fine di una ipocrisia o pericolosa buffonata?
Prima o poi doveva succedere che qualcuno si inventasse una manifestazione sportiva in cui gli atleti possono assumere qualsiasi sostanza per incrementare le loro prestazioni, naturalmente incluse le sostanze dopanti proibite dai regolamenti internazionali.
È successo con la nascita degli “Enhanced Games”. Nelle intenzioni degli organizzatori (tra cui Donald Trump junior), nel 2026 verranno organizzati dei giochi che prevedono solo discipline di velocità in pista e in piscina e sollevamento pesi in cui, appunto, gareggeranno atleti liberi di assumere qualsiasi prodotto che possa rinforzare le loro prestazioni.
Discipline, quelle previste da questi giochi, dove serve potenza muscolare: e cosa c’è di meglio per potenziare i muscoli (insieme all’allenamento)?
Gli steroidi anabolizzanti, ca va sans dire. Ovvero quelle sostanze che si vendono, neanche tanto di sottobanco, in tutte le palestre per body builder e che prendevano abbondantemente molti atleti olimpici negli anni ‘80, prima che i controlli diventassero seri.
Qualcuno si ricorda l’aspetto di Ben Johnson, vincitore dei 100 metri piani alle Olimpiadi di Seul dell’88? Un’impressionante montagna di muscoli; lo sapevano anche le pietre che il canadese era dopato; una massa muscolare così ipertrofica è impossibile col solo allenamento; ma venne “beccato” positivo solo a Seul, il suo oro revocato e da quel giorno i controlli divennero finalmente più scrupolosi.
Ma Johnson non era che la punta di un iceberg di gente che correva (o nuotava, o sollevava pesi) dopandosi; lui si fece prendere con le mani nel sacco per una forma di delirio da onnipotenza che lo fece andare oltre, e perché si fidò troppo dell’andazzo dei controlli decisamente blando. D’altro canto al business dello sport piaceva molto che ci fossero campioni e campionesse (Florence Griffith Joyner su tutte) che battevano in continuazione record, alimentando la macchina dell’interesse generale.
In quell’Olimpiade Ben “vinse” con il tempo di 9.79, record del mondo, ovviamente non omologato appena venne alla luce la sua positività. Ma in quella gara anche il secondo, terzo e quarto scesero sotto i 10 secondi netti. La gara più veloce della storia, con tutti atleti dopati, compreso il magnifico Carl Lewis che ereditò l’oro di Johnson e così doppiò l’oro (quello forse pulito) di Los Angeles ’84.
Nel frattempo, nel mondo del comunismo reale si favoriva spudoratamente il doping di Stato, perché gli atleti vincenti portavano “gloria” alla causa anticapitalista…
È un dato di fatto che in tutte le discipline, sia in quelle di potenza che in quelle di resistenza, da sempre moltissimi atleti sono pronti a barare pur di cercare di vincere, raggiungere fama e denaro. Ed è un dato di fatto che da sempre l’antidoping “insegue”, alla ricerca dei modi sempre nuovi di doparsi aggirando le regole.
Forse, e ripeto forse, negli ultimi anni tra gli atleti di un po’ tutte le discipline si è diffuso un maggior senso di responsabilità. Etica? Educazione? Rispetto? Un po’ tutto, ma anche la consapevolezza che uno sport che ha perso certezza e credibilità non interessa più a nessuno. La crisi del ciclismo dopo gli scandali che hanno travolto numerosissimi atleti per 20 – 30 anni, è stata quasi irreversibile e il grande ritorno di interesse di questi anni si basa sulla fiducia degli appassionati sulla “pulizia” degli atleti più forti di oggi.
E poi, certamente, adesso i controlli sono severi e realizzati con apparecchiature molto efficaci.
Allora la domanda è: se adesso finalmente possiamo vedere dello sport in cui abbiamo la ragionevole certezza che si sfidano atleti che partono tutti dalla stessa situazione e dove chi vince è perché ha una superiorità non costruita chimicamente, perché proprio adesso sdoganare giochi dove tutto è permesso? E dove si ripropongono due problemi: uno, serissimo, relativo all’integrità fisica degli atleti; il secondo che riguarda potenziali disparità di partenza (possibilità di doparsi con prodotti più efficaci di altri).
La risposta credo sia ovvia, business. Il nuotatore greco che ha fatto questo record del mondo sui 50 stile libero in ottica Enhanced Games (ovviamente è un record del mondo farlocco, che non vale per nessuna organizzazione ufficiale dello sport) ha guadagnato un milione di dollari.
Il suo nome è Kristian Gkolomeev e rispetto a quando nuotava in competizioni ufficiali (è arrivato quinto in finale alle Olimpiadi di Parigi dello scorso anno), ha aumentato di 4 kg la sua massa muscolare e abbassato il suo tempo sui 50 stile libero di 7 decimi di secondo, scendendo a 20,89, tempo che se realizzato senza doping sarebbe record del mondo.
Da quando ha abbandonato il nuoto ufficiale ed è entrato nel giro degli Enhanced Games, Kristian assume regolarmente steroidi anabolizzanti.
Cosa succederà quindi ai giochi per dopati del prossimo anno? (Che ovviamente si terranno a Las Vegas… effettivamente non vedo un posto più adatto).
È probabile che vedremo un gran numero di atleti non di primissima fascia alla ricerca di quella notorietà che non erano riusciti ad ottenere nel mondo dello sport ufficiale.
Gli organizzatori degli Enhanced Games vogliono dimostrare che l’asticella dei limiti umani si può spostare molto più in alto e che le regole servono solo a tarpare le potenzialità degli atleti.
Ma assumere sostanze dopanti in quantità che diventeranno sempre maggiori nel costante inseguimento della prestazione più elevata è una follia. L’antidoping non serve solo a far sì che gli atleti partano tutti da una situazione paritaria, è anche e soprattutto una tutela per la salute degli atleti stessi.
Tutti i danni delle sostanze dopanti sono ampiamente provati da migliaia di studi. Fra l’altro l’assunzione di grandi quantità di anabolizzanti danneggia irreversibilmente il cervello e scatena crisi di rabbia e violenza incontrollabili (casi Benoit e Pistorius, ad esempio).
Gli Enhanced Games sono quindi un modo cinico di provare a fare business alla faccia delle più elementari norme di tutela della salute per gli atleti, con il pretesto risibile del liberare le reali potenzialità umane.
Si potrebbe anche obiettare che il doping è sempre esistito, ed è vero, ma resta un’obiezione debole. Perché anche il doping meno sofisticato del passato ha ucciso (ad esempio il caso Simpson al Tour de France del ’67; oppure le morti sospette di calciatori a cui negli anni ’70 venivano dati farmaci per cardiopatici con l’intento di alzare la soglia della percezione della fatica; ma ci sono casi molto dubbi anche più recenti, il notissimo calciatore Gianluca Vialli, morto due anni fa di tumore, aveva cambiato repentinamente la sua struttura fisica quando era passato a giocare dalla Sampdoria alla Juventus). E ucciderà anche il doping più scientifico di oggi. È questo che vuole il business dei record?
Però, a giudicare dai primi commenti della stampa, degli addetti ai lavori e anche della gente comune che ama lo sport, ci sono fondatissime speranze che questa folle sciocchezza si riveli un flop totale.
È possibile che in questo caso ci sia un limite al peggio.
Tennis, ma le donne giocano meno bene degli uomini?
Adriano Panatta, negli anni ‘70 del secolo scorso (una vita fa!), era un bel ragazzo che giocava molto bene a tennis.
Nel suo anno di grazia, il 1976, vinse gli Internazionali d’Italia a Roma e il Roland Garros a Parigi, uno dei tornei del Grande Slam, quelli che danno “l’immortalità tennistica”, nonché trascinò l’Italia alla vittoria della Coppa Davis (quando era ancora una cosa seria, ma questo è un altro argomento).
Adriano non durò molto ai suoi livelli migliori e già nel 1979 la sua carriera era in evidente calo. Fu un giocatore molto amato in Francia, sicuramente per il suo aspetto e per l’eleganza dei gesti, molto discusso in Italia dove fu costantemente accusato di allenarsi troppo poco e di “dolce vita”, non senza qualche ragione.
L’Italia si accorse di aver perso un giocatore importante e un uomo arguto solo quando smise di giocare e ne venne fuori un “innamoramento” postumo, che ha fatto sì che da anni Adriano sia diventato una specie di vate i cui giudizi sono difficilmente discutibili.
Ebbene, Panatta pochi giorni fa, pur con la sua solita ironia, ha detto una cosa forte: il tennis femminile “non si può guardare” per quanto è brutto!
Ohibò! Per fortuna non ne è nata una guerra di religione immediata; sarà perché lui le cose le dice con una nonchalance disarmante.
Ma le domande restano: le donne giocano veramente male? E se sì, perché?
La mia risposta è: sicuramente no, le donne non giocano affatto male; però è vero che il tennis femminile è diventato noioso. Un tempo, invece, non lo era.
Non c’è nessun motivo né fisico né mentale perché le donne debbano giocare meno bene degli uomini; fatto salvo che, per ovvi motivi di struttura scheletrica e muscolare, i loro colpi viaggiano a velocità inferiori. Allora proveremo a capire perché il tennis femminile è accusato di essere monotono.
Tutto il tennis è diventato negli ultimi venti / trent’anni uno sport in cui conta sempre di più la potenza. Basti vedere anche l’evoluzione fisica dei giocatori top. Negli anni 60 i grandi dominatori dell’epoca, gli australiani Rod Laver e Ken Rosewall, erano alti circa 1.70. Negli anni 70 – 80 i Borg, McEnroe, Connors, lo stesso Panatta, erano uomini alti 1.80 o poco più. Oggi i migliori sono tutti poco sopra o poco sotto il metro e novanta (lo stesso è avvenuto nel calcio, per i portieri). La maggiore potenza fisica e l’evoluzione delle racchette ha fatto sì che il gioco sia diventato molto più veloce (la stessa cosa è avvenuto nella pallavolo) e tutta una serie di schemi di gioco oggi risulta più difficile da eseguire. Una volta molti giocatori facevano il cosiddetto “serve & volley”, ovvero il giocatore o la giocatrice al servizio seguiva a rete la propria battuta, per chiudere il punto al volo. Oggi il serve & volley non lo fa più nessuno (se non sporadicamente) perché la velocità del servizio e della risposta sono troppo elevate per gestire questo schema. E così per altre soluzioni di gioco, che sono diventate non più vantaggiose data la velocità dei colpi.
Quindi il gioco è diventato molto più uniforme: un po’ tutti giocano gli stessi colpi con gli stessi movimenti (ripetuti meccanicamente migliaia e migliaia di volte) e i giocatori (uomini e donne) che sanno variare sono pochissimi, perle rare.
Curioso il paragone con un’attività agonistica, in cui lavora molto il cervello e praticamente nulla i muscoli: gli scacchi. Anche negli scacchi è diminuita la creatività del gioco; tutte le mosse sono state analizzate da computer potentissimi che hanno scandagliato le infinite (miliardi di miliardi) combinazioni possibili. Il risultato è che oggi le prime 20 mosse nei tornei sono praticamente standardizzate e molte aperture sono cadute in disuso.
Ma torniamo al tennis: perché a essere sotto accusa è soprattutto il tennis femminile? (Non c’è solo Panatta che dice che è noioso).
Perché è assolutamente vero che nel tennis maschile si possono ancora vedere giocatori con caratteristiche diverse, che giocano con stili diversi – le perle rare di cui parlavo sopra; mentre in quello femminile si fa veramente fatica a distinguere una giocatrice dall’altra.
Ma il motivo di certo non va cercato in differenze genetiche tra uomini e donne. Il punto è che gli allenatori hanno spinto sull’incremento della forza e sulla potenza, ancor di più sulle ragazze. Probabilmente sembrava la strada più rapida per migliorare le prestazioni delle atlete, ma questo è andato a scapito di una preparazione tecnica completa e non standardizzata.
E tutto questo, credo, è successo anche perché da una quindicina d’anni si è affacciata una generazione di ragazze dell’est, fisicamente dotatissime, con una volontà di sfondare fortissima, poco propense a considerare il tennis uno sport, bensì un mezzo per farsi largo nella vita a gomitate.
Mi sembra una situazione che ha molto a che fare con aspetti di riscatto ed emancipazione sociale, cavalcati da allenatori con scarsa visione.
È un vero peccato perché le donne, invece, hanno sempre fatto vedere un bellissimo tennis. Senza tornare agli albori di questo sport, negli anni ‘70 – ‘80 abbiamo avuto campionesse come Martina Navratilova, Hana Mandlikova, Chris Evert e successivamente, in anni più recenti, ragazze come Justine Henin, Martina Hingis, Ageska Radwanska, l’italiana Francesca Schiavone… tutte ragazze in grado di giocare una grandissima varietà di colpi, capaci di inventare soluzioni impensabili, di esternare talento puro. Pura bellezza per chi ama lo sport!
No, non c’è nessun motivo perché le donne non possano giocare bene a tennis e tutti vogliamo rivedere la loro creatività. Servono allenatori intelligenti, che spieghino alle bambine che si affacciano a questa meravigliosa disciplina che non è una guerra ma è un gioco.
Chi compete, pur nello stress di una partita di alto livello, deve avere dentro di sé ancora un po’ del bambino che gioca e si diverte, solo così può dare sfogo alla creatività, provare cose difficili e imprevedibili. Tutte cose che le donne sanno fare benissimo, basta che la smettano – mal consigliate – di pensare che per vincere servano solo muscoli e cattiveria.
E in questo senso una bella eccezione viene dall’Italia. Jasmine Paolini, fresca vincitrice degli Internazionali a Roma e finalista l’anno scorso al Roland Garros e a Wimbledon, sta conquistando il mondo col suo atteggiamento e il suo approccio all’agonismo.
Lei in campo sorride, esprime una gioia contagiosa in totale contrasto con i visi arcigni e tesi delle sue avversarie. E con questo atteggiamento mentale, e una indubbia dose di talento e intelligenza tennistica, finisce col battere avversarie ben più alte e potenti di lei.
C’è ancora speranza per un cambio di mentalità che possa portare a rivedere tutto il talento che le donne sanno esprimere anche nello sport.




